LO SPECCHIARO, IL BARO E IL SOMARO

i bari

Presentiamo un brano del saggio “Punture caravaggesche” di Maurizio Calvesi (n. 129, n.s. 29, maggio-agosto 2011), che commenta la voce Michelangelo Merisi del Dizionario Biografico degli Italiani a cura di Ferdinando Bologna.

Lo specchiaro, il baro e il somaro Questo titolo sembra che sia una descrizione del Baro di Caravaggio, dove il baro è il baro, il somaro potrebbe essere il giovane sprovveduto che cade nella rete, e lo “ specchiaro” il compare che con il gesto di una mano fa da specchio, ad uso del baro, alla carta tenuta in mano dal grullo. Non è però così, perché la vicenda non si riferisce ai tempi del Caravaggio ma ai nostri.

Nella verbosa e faziosa voce sul Merisi, pubblicata nel 2009 da Ferdinando Bologna nel Dizionario Biografico degli Italiani, sorprendono più cose; intanto sul piano bibliografico: il continuo, coatto, da parte dell’ autore, citare se stesso (ho contato dodici volte, ma sono forse di più) e quasi nessun altro studioso, eccezion fatta naturalmente per il Longhi;
poi la prevedibile mancanza, dalla bibliografia, della mia monografia sul
Caravaggio del 1990.
Ma non è difficile comprendere che l’ intero testo è concepito in contraddizione con le mie tesi, usando peraltro argomenti sine baculo, come vedremo.
Ma per venire subito allo “ specchiaro” , ecco il passo che fa seguito ad alcune osservazioni sulla rifrazione della luce: «né sarà un caso se all’ inizio del nuovo secolo, fra le persone frequentate dal Merisi, spuntò addirittura uno “ specchiaro” (vale a dire un fabbricante e riparatore di specchi) forse identificabile con il mercante Alessandro Albani, nel cui fondaco di rione Ponte, il 5 aprile 1600, il Merisi stipulò il contratto per il grande dipinto che si impegnò a eseguire per il senese De Sartis». Tuttavia da tempo è noto che il committente in questione si chiamava De Nutis e non De Sartis; come poi, soprattutto, è noto che il rapporto del Caravaggio con lo “ specchiaro” è frutto delle interpolazioni di un giocoso “ baro” , appunto, come Riccardo Bassani, il quale pubblicò un documento da cui si apprenderebbe che, a Roma, il Merisi lavorò presso «uno specchiaro alla Magine di Ponte». Ma fin dal 1996, tredici anni prima del testo del Bologna, il Corradini aveva segnalato che in realtà, in tale documento, il nome del Caravaggio non compare. Dunque, come il giovane del dipinto caravaggesco, l’ autore della voce, non leggendo, si è cibato della biada del “ baro” ! La voce del Bologna inizia con un risibile «nacque verosimilmente il 25 settembre 1571 a Milano, dove fu battezzato il 30 dello stesso mese». Probabilmente se non fosse stato il sottoscritto ad anticipare sul documento attestante che il Caravaggio nacque a Milano (il che, ahimé, non si può più negare, anche se in proposito si sono avanzate ipotesi balzane), il Bologna avrebbe accettato la solare evidenza della data di nascita da me fissata, prima del ritrovamento dell’ atto di battesimo, al 29 settembre: giorno che corrisponde non solo alla festività (allora riccamente celebrata) di san Michelele Arcangelo, da cui il nome, ma anche all’ indicazione ad diem delle date di morte e di nascita del Caravaggio fornite dal Milesi, tolti i due anni in meno che forse lo stesso Michelangelo denunciava, come all’ epoca era molto comune. La sorella di Michelangelo, Caterina fu battezzata il giorno stesso della nascita, quattro suoi figli (Francesco, Giovan Battista, Antonia Costanza, Michelangelo), tutti nipoti del Caravaggio, vengono battezzati il giorno stesso della nascita o l’ indomani. Un’ altra nipote del Caravaggio, Isabella Aratori di Giulia Merisi, viene battezzata il giorno seguente la nascita; così Francesca, sua sorella, che nasce il 5 gennaio 1591 e viene batezzata lo stesso giorno. Giovanni Bernardino figlio di Francesco Merisi nasce il 18 gennaio 1586 e viene battezzato il giorno seguente. Questo era l’ uso della famiglia. Ma al Bologna fa comodo pensare, e quindi “ lo sa” , che il Caravaggio fece eccezione, e fu battezzato cinque giorni dopo. Segue un’ altra frase sorprendente: «Va innanzi tutto esclusa la supposizione del viaggio a Venezia»: sì, è vero, questa è stata una mia ipotesi, ma basata su una testimonianza del Bellori, e non solo mia; sono di questo parere, per ragioni del tutto ovvie, molti studiosi, a cominciare da un altro nome che suona sgradito all’ orecchio del Bologna, quello non certo da poco di Mina Gregori. Adesso poi che l’ arrivo a Roma sembra doversi spostare verso il 1594-95, per le note ragioni, supporre che un giovane affamato di pittura, durante tutto il tempo trascorso in Lombardia (i primi ventitré-ventiquattro anni della sua vita) non sia mai stato a Venezia come invece tramandano le fonti, è assolutamente farsesco. Ci sarà stato magari non una sola volta, ma più d’ una, e forse per lunghi soggiorni. Comunque il Bologna data erroneamente al 1592 diverse delle opere prime (da me riferite, meno ingenuamente come ora si comprende, al 1593-95 e anni successivi). Poche righe dopo, un’ altra sorpresa. Non basta negare che il Caravaggio è nato il 29 settembre, asserire che non ha mai messo piede a Venezia; egli non ha neanche mai dipinto il (certissimamente suo) murale del Casino Ludovisi in Roma con Plutone, Nettuno e Giove: la cui tara d’ origine è forse di essere stato pubblicato per la prima volta su questa rivista, e di risultare di appoggio alla proposta della Gregori, che il Merisi abbia conosciuto a Mantova gli “ sfondati” e i “ sott’ insù” dell’ équipe di Giulio Romano. No, quel murale spetta «alla fase matura del pittore Pietro Facchetti», come il Conoscitore aveva decretato già nel 1992, peraltro senza alcun seguito. Chi desideri conoscere meglio le ragioni di tale peregrina attribuzione, si rivolga alla sfortunata monografia del Bologna su Caravaggio, dove si asserisce che il murale Ludovisi, spettante quasi sicuramente al 1597, risale in realtà all’ avanzato secondo decennio del Seicento e coincide nello stile con l’ Ercole e Onfale di Pietro Facchetti della Galleria Pallavicini: con il quale, onestamente, non ha proprio nulla in comune, a parte l’ abisso di qualità che separa questo legnoso e artificioso dipinto (carente proprio negli scorci!) dal capolavoro caravaggesco. Strano, a questo punto, che il Conoscitore, così fuori strada, non aderisca alle attribuzioni zeriane (da me contestate) delle nature morte intorno al “ Maestro di Hartford” , ma meno strano se si considera che neanche lo Zeri deve essere nelle sue simpatie, visto il tono di sufficienza con cui liquida (va bene, questa volta a ragione) il problema: «Anche senza correr dietro alle bizzarrie filologiche a cui volle indulgere Federico Zeri, quando pretese di attribuire al Merisi stesso il gruppo di nature morte che è invece indispensabile lasciare anonime…». Al contrario, le attribuzioni al Caravaggio proposte dal Bologna non sono bizzarre: ma peggio, a cominciare dalla Salomè di Presicce, che l’ autore ha l’ intrepidezza di tornare a proporre anche nella voce del Dizionario biografico, per continuare con il San Francesco in estasi di Princeton (opera semmai del Gentileschi) e per finire con una goffa tela presentata nella recente mostra napoletana. Pubblico queste opere perché il lettore possa valutare quale è il grado di attendibilità del Nostro. Procediamo. Macché protezione dei Colonna nei confronti del Caravaggio (quando mai?), macché Caravaggio religioso, macché Oratoriani (qui l’ ardimentoso Filologo ha il fegato di riproporre la lettera del cardinale Parravicino, come irrisoria e lesiva nei confronti del Caravaggio, nonostante le abbondanti ed eloquenti dimostrazioni di tutto il contrario), macché vicino alla fede dei Borromeo e lodato dal cardinal Federico: è l’ amicizia con Vincenzo Mirabella che svela «la radice profonda della fisionomia intellettuale del Merisi: non già disciplinato e sottomesso adepto dei Borromeo, che lo disprezzavano, bensì autonomo anticipatore pittorico della rivoluzione scientifica moderna» (forse grazie anche alla fondamentale frequentazione dello “ specchiaro” , che lo mette in parallelo, scrive il Bologna, con le sperimentazioni ottiche di Della Porta e Keplero!). Ma, a parte che nessuno ha mai parlato di un Caravaggio “ sottomesso” a qualsiasi tipo di direttiva, come facesse san Carlo, morto nell’ 84, a disprezzare un povero tredicenne, lo sa solo l’ attempata fantasia del Filologo (rigoroso, anche se ignora le date, non “ bizzarro” come invece lo Zeri); e come facesse, il cardinal Federico, a disprezzare l’ autore della magica Canestra, se non si peritò di tesserne un elogio superlativo, oltre a servirsi di lui per l’ acquisto di libri nel Levante. Se poi il Caravaggio aderiva alla «rivoluzione scientifica moderna», come vuole con sbrigativo semplicismo il Bologna, questo sarà un altro tratto di vicinanza alle idee di Federico Borromeo. Il succubo del baro non conosce quanto è stato scritto dai suoi storici: «E che Federico non distasse troppo dal pensiero del Galilei e ne approvasse anche lo spirito, lo dimostra più che evidentemente l’ interesse che egli, arcivescovo e religioso, mostrava ad ogni scoperta dell’ illustre scienziato Fiorentino [...] l Galileo stesso ambì l’ amicizia di Federico, facendo di lui persino menzione nell’ opera Historia e dimostrazione intorno alle macchie solari contro il tedesco Cristoforo Scheiner. Lo scambio di lettere tra i due è frequente e cordiale. [...] Fu realmente, Federico Borromeo, uno fra i pochi che accettassero o, per lo meno, aderissero alle nuove teorie e alle nuove tendenze del sapere che tanta ala aveva steso sotto i nuovi impulsi e del Copernico e del Galilei e del Cavalieri e di altri non pochi scienziati, che l’ osservazione diretta dei fatti e dei fenomeni, dai più semplici ai più complessi, avevano anteposto all’ ipse dixit pitagorico o aristotelico. [...] E la stima di Federico non venne a mancare neppure quando coll’ inizio del 1616 incominciò [per il Galilei] quell’ amaro periodo di dolori e di sospetti. [...] Questo interiore travaglio personale della ricerca del vero attraverso l’ osservazione immediata dei fatti e la loro obbiettiva valutazione è il canone fondamentale che Federico stabilisce e impone come norma assoluta e non declinabile al più alto dei tre Collegi da lui fondati nell’ ambito dell’ Ambrosiana. E il nostro Borromeo aveva adottato senz’ altro nelle scienze storiche l’ indirizzo positivo di quel Cesare Baronio rinnovatore e iniziatore della nuova indagine storica, del quale egli era intimo amico e, occorrendo, saggio consigliere. Nessun motivo personale avrebbe mai dovuto muovere lo storico, secondo le idee di Federico, ma il puro e schietto desiderio di conoscere i fatti nelle loro cause e nei loro effetti: con che solamente è possibile fare la vera storia. E però Federico loda il Guicciardini per aver accolto nella sua storia solamente quei fatti dei quali avesse potuto controllare la verità con i documenti alla mano. Federico apriva così all’ indagine storica orizzonti nuovi che avrebbero preluso facilmente alle grandi idee ricostruttive del Vico e del Muratori. Persino il diritto canonico egli vuole sia conosciuto attraverso le fonti genuine e originali. La tradizione dell’ Ambrosiana darà vita a studiosi come Antonio Muratori e Angelo Mai. Come non sentire in tutto questo una convergenza con la visione della storia propria del Caravaggio? Ma il Filologo-che-non-legge dà per garantito il riferimento al Caravaggio del noto brano del Borromeo in cui si parla di un pittore a Roma (di cui il cardinale non sembra ricordare il nome) leccapiatti e pago soltanto di dipingere osterie, mangiatori e bevitori, brano che con ogni probabilità si riferisce a Bartolomeo Manfredi (a Roma dal 1603) o a Valentin de Boulogne, presente a Roma già prima del 1611 (quando cioé il Borromeo, che è nell’ urbe per il conclave del 1605, vi torna almeno per la canonizzazione di san Carlo, alla fine del 1610): ma non certo al Merisi, che non dipinse mai nulla del genere! Quanto ai «panni stracciati» del pittore ricordato dal Borromeo, questo sarebbe un indizio per il Merisi, il quale «quando poi si era messo un habito, mai lo tralasciava, finché non gli cadeva in cenci». Ma come la mettiamo con lo stesso cardinal Federico? Questi, scrivono i biografi, «vestiva una zimarra di panno nero, la qual fu sempre la medesima […] contento d’ un semplice vestito di zendalo, del qual si serviva sempre senza mutarlo infinché durava, e facevalo più volte, secondo il bisogno, racconciare, dicendo, mi convien farmi povero per gli poveri, e per essi andar mal vestito ». Quanto invece alla scienza del Mirabella, tardiva conoscenza del Merisi, non c’ è bisogno di chiamarlo in causa, considerate le simpatie del Del Monte e del celebre fratello, nonché del Borromeo stesso, come abbiamo visto, e di altri tra i clienti del Caravaggio per la scienza e le novità del Galilei. Ma tutto ciò non si vede perché debba confliggere (anzi!) con l’ accertata religiosità borromaica e oratoriana del Merisi. Infine, spigolando qua e là, si trovano osservazioni spassose, come la datazione del primo San Matteo «anteriormente al gennaio del 1596» (sic). Non si crede poi ai propri occhi quando il Conoscitore supporta questa datazione al 1596 con il confronto, così motivato, con un dipinto come la Cena in Emmaus di Londra, di cui il Filologo ignora evidentemente l’ accertata (documentariamente) datazione: «Valgano soprattutto le strette somiglianze che esso [il primo San Matteo] ha la con Cena im Emmaus di Londra, dove il modello utilizzato per il Cristo è similissimo, se proprio non è lo stesso, a quello dell’ angelo nel quadro in discorso [sempre il San Matteo], e la seggiola “ alla Savonarola” su cui nella stessa Cena siede l’ apostolo di sinistra in primo piano è fisicamente la medesima di quella del San Matteo: e non si trascuri che il ritorno di uno specifico oggetto in posa, esattamente come il ritorno di un medesimo modello umano, non può non assumere il valore di indizio obbligante, anche di cronologia, nel caso di un Merisi inteso a dipingere sempre «con l’ esempio davanti del naturale». A parte la sempliciotta conclusione teorica, evidentemente l’ informazione del grande-Emulo-che-non-legge-di-Roberto-Longhi è ferma agli anni Quaranta, quando il suo maestro datava la Cena al 1594. Sì, è possibile cogliere somiglianze tra la Cena e il primo San Matteo, ma entrambi appartengono a un altro secolo!, al 1602. Verrebbe di perdonare una mente ferma agli anni felici della gioventù, che sono sempre gli anni anni della felicità e della bellezza (si ha persino la “ bellezza del somaro” !), ma riprovevoli, per una volta, sono gli altrimenti eccellenti redattori del Dizionario Biografico che, tra tanti seri studiosi del Caravaggio, hanno scelto qualcuno che rende, questo particolare volume, ridicolo e inattendibile, passibile di richiesta di rimborso da parte degli acquirenti. Ma non è finita. Più avanti il Conoscitore sembra irridere a una affermazione tra le più intelligenti e anticipatrici di Lionello Venturi, risalente ai suoi primi (nel mondo) seri studi sul Caravaggio, a proposito della Morte della Vergine, definita con straordinaria lucidità «forse il quadro più profondamente religioso del Seicento». E per concludere in bellezza: i grandi numi della cultura del Merisi sarebbero il remoto Erasmo da Rotterdam, il già ricordato Vincenzo Mirabella e… Ippolito Malaspina. Fu costui, ritiratosi dalla frequentazione di Napoli e di Malta fin dal 1603, fu costui e non già Fabrizio Sforza Colonna (il figlio della marchesa di Caravaggio, generale delle galere di Malta, assai verosimilmente legato al pittore) a soccorrerlo nelle ultime, tristi vicende dell’ isola. L’ importo del volume può essermi rimborsato all’ indirizzo di Roma, in via dei Pettinari. Maurizio Calvesi

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