Numero 133

Storia dell’Arte n. 133 (n. s. 33)
Nuova Serie - Ottobre -Novembre-Dicembre 2012
Anno XLIII
diretta da Maurizio Calvesi

 

In questo numero: Massimiliano Ghilardi, Il pittore e le reliquie. Giovanni Angelo Santini e la Roma sotterranea nel primo Seicento –  Antonio Vannugli, Il ritratto di Marco Sittico Altemps da giovane – Jacopo Curzietti, Nuove attribuzioni a Domenico de Rossi e Giuseppe Peroni. I monumenti funebri di Giovan Pietro Moretti e Clemente Merlini in S. Maria Maggiore - Camilla S. Fiore,«Parmi d’andare peregrinando dolcissimamente per quell’Etruria». Scoperte antiquarie e natura nell’Etruria di Curzio Inghirami e Athanasius Kircher - Sara Fabbri,«La Vostra Verrucola, quale io stimavo di qualche horridezza». Paesaggio reale nella pittura di Salvator Rosa (1615-1673)  Nathalie L. Buyssens, Les acquisitions d’Athanasius Kircher au musée du Collège Romain à la lumière de documents inédits - Eugenia Querci, Gemito, Morelli, Mancini e il soggiorno a Napoli di Mariano Fortuny Marsal (1874). Manuel Carrera, Antonio Mancini in Inghilterra. Il rapporto con John Singer Sargent - Maurizio Calvesi, Una testimonianza per Antonio Mancini

 

 

Massimiliano Ghilardi
Il pittore e le reliquie. Giovanni Angelo Santini e la Roma sotterranea nel primo Seicento

Un numero cospicuo di documenti inediti permettono all’autore di rivalutare l’operato del pittore Giovanni Angelo Santini, detto il Toccafondo, uno dei copisti dei quali si servì Antonio Bosio per riprodurre le immagini conservate nelle catacombe romane da incidere nella sua opera, poi pubblicata postuma, Roma sotterranea. Grazie a nuove e concrete ipotesi l’autore ricostruisce le cause effettive che spinsero il Bosio a sostituire il Toccafondo con un secondo pittore, il senese Santi Avanzino, che subentrò nel momento in cui il Santini, condannato per aver trafugato illegalmente resti ossei dagli antichi cimiteri romani, venne costretto a lasciare Roma.

 

 

 

 

 

 

 

 

Antonio Vannugli
Il ritratto di Marco Sittico Altemps da giovane

Il presunto ritratto giovanile di Carlo Borromeo custodito nel palazzo dell’Isola Madre sul Lago Maggiore, del quale è nota un’alra versione, raffigura in realtà il cardinale Marco Sittico Altemps, cugino primo del futuro santo. L’autore ritiene che il dipinto sia una copia da un’originale perduto di mano del giovane Scipione Pulzone. Il contributo offre il destro per riesaminare in modo esauriente l’iconografia del cardinale Altemps e di papa Pio IV Medici suo zio, alla luce dei dipinti pervenuti fino a noi e attraverso la verifica dei libri mastri dell’archivio Altemps conservati nel castello di Gallese. Seguono alcune considerazioni sull’attività ritrattistica di Scipione Pulzone, del suo maestro Jacopino del Conte e di Ottavio Leoni.

 

 

 

 

 

 

 

 

Jacopo Curzietti
Nuove attribuzioni a Domenico de Rossi e Giuseppe Peroni. I monumenti funebri di Giovan Pietro Moretti e Clemente Merlini in S. Maria Maggiore
Il contributo fa luce sulla paternità esecutiva di una coppia di monumenti funebri nella basilica di S. Maria Maggiore tuttora privi di puntuali informazioni documentarie. Il primo, dedicato al medico Giovan Pietro Moretti, presenta inserti scultorei di Domenico de Rossi; il secondo, realizzato per commemorare il monsignore Clemente Merlini e generalmente attribuito ad Andrea Bolgi o ad Antonio Giorgetti, è ora ricondotto alla mano di Giuseppe Peroni, allievo tra i meno indagati di Alessandro Algardi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Camilla S. Fiore
«Parmi d’andare peregrinando dolcissimamente per quell’Etruria». Scoperte antiquarie e natura nell’Etruria di Curzio Inghirami e Athanasius Kircher

Il saggio ricostruisce attraverso una cospicua documentazione inedita la nascita dell’etruscologia negli ambienti antiquari toscani e romani dagli anni Trenta agli anni Settanta del XVII secolo. Tramite il contributo di personalità come il nobile volterrano Curzio Inghirami e il gesuita Athanasius Kircher, l’autrice delinea un contesto storico e culturale determinante per la nascita e l’evoluzione della scienza antiquaria seicentesca, il cui riflesso figurativo si coglie nell’opera dei più importanti paesaggisti allora attivi, con particolare riferimento alle figure di Salvator Rosa e Stefano della Bella.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sara Fabbri
«La Vostra Verrucola, quale io stimavo di qualche horridezza». Paesaggio reale nella pittura di Salvator Rosa (1615-1673) 

Il contributo interpreta i dipinti di paesaggio di Salvator Rosa alla luce del suo diretto e documentato rapporto con i luoghi dove visse ed operò durante il soggiorno toscano (1640-1649), decisivo per i successivi esiti della sua pittura. Partendo dalla tradizione sul tema, appresa prima a Napoli e poi a Roma, in Toscana l’artista sviluppa una trama di amicizie e di colte frequentazioni, riscattando il paesaggio dal livello della pittura di genere e consacrando se stesso come pittore-filosofo. Una vasta erudizione gli consente di indagare il dato naturale con lo sguardo della nuova Scienza Sperimentale. In lui la nuova estetica del sublime e dell’“horrido” è presaga della sensibilità romantica che lo eleggerà come proprio precursore, sancendone lo straordinario successo post-mortem

 

 

 

 

 

 

 

Nathalie L. Buyssens
Les acquisitions d’Athanasius Kircher au musée du Collège Romain à la lumière de documents inédits

Documenti inediti ritrovati dall’autrice nell’Archivio Generale dei Gesuiti a Roma, offrono nuove informazioni sui primi anni del Museo del Collegio Romano fondato da A. Kircher. Le spese del museo indicate nei Libri contabili, ci informano sulla prima fase dell’istituzione (1652-1672), dopo il legato del Donnino (1651) e prima del suo trasferimento (1672). Risulta infatti che gli oggetti del museo non provenivano esclusivamente da doni o da missioni (come si è ritenuto sino ad ora), ma da acquisti dello stesso Kircher a Roma (frammenti archeologici, idoli egiziani, medaglie, armi, oggetti esotici, ecc.). I documenti ci illuminano anche sulle ‘attivita’ di conservazione del gesuita tedesco che non solo studiava le collezioni, ma assolveva anche a compiti museografici. Questa messe di nuovi dati ci consegna un nuovo profilo della personalità dell’umanista e del museo 

 

 

 

 

 

 

 

Eugenia Querci
Gemito, Morelli, Mancini e il soggiorno a Napoli di Mariano Fortuny Marsal (1874).

Nel 1874 il pittore catalano Mariano Fortuny Marsal (1838-1874), il cui intenso rapporto con l’Italia era iniziato nel 1858 con una borsa di studio per Roma della Diputación Provincial di Barcellona, trascorre l’estate a Napoli. Già in amicizia con Domenico Morelli, Fortuny, noto internazionalmente grazie al successo della Vicaría (1870) dipinta tra Roma e Parigi, viene accolto con entusiasmo, destando una forte impressione in giovani artisti come Edoardo Dalbono, Antonio Mancini e Vincenzo Gemito, al quale commissionerà il proprio ritratto. Attraverso la rilettura delle fonti e alcuni documenti inediti è stato possibile ricostruire con maggiore esattezza questo fondamentale passaggio e definire meglio i rapporti intercorsi con la comunità artistica partenopea.

 

 

 

 

 

 

 

 

Manuel Carrera
Antonio Mancini in Inghilterra. Il rapporto con John Singer Sargent

Attraverso l’analisi di documenti inediti provenienti da archivi italiani ed inglesi, l’autore esamina la profonda intesa sul piano pittorico tra Antonio Mancini e John Singer Sargent e, in particolare il peso che quest’ultimo ha avuto nell’introdurre il pittore romano nell’ambiente inglese prima del suo soggiorno a Londra tra il 1901 e il 1902. Nell’intento di dimostrare che tale rapporto non è stato univoco sono messi a confronto alcuni ritratti degli stessi personaggi eseguiti da entrambi gli artisti. Altri documenti, infine, permettono di chiarire la storia di alcuni ritratti del periodo inglese di Mancini precedentemente considerati perduti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Maurizio Calvesi
Una testimonianza per Antonio Mancini

L’autore accompagna la pubblicazione di un inedito dipinto di Mancini il Giocoliere da circo, con un testo di singolare interesse, una lettera che l’artista lucano Joseph Stella scrive da Roma a suo fratello: vi descrive di Mancini che incontra nella trattoria dove entrambi prendevano i pasti nei primi anni del secondo decennio del secolo. Le parole di Stella restituiscono un ritratto divertente e veritiero del maestro che usava esprimersi in dialetto napoletano (pur essendo romano di nascita), non risparmiando ai pittori suoi contemporanei con motti salaci e coloriti.

 

 

 

 

 

 

 

 

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