Numero 139

Storia dell’Arte n. 139 (n. s. 39)
Nuova Serie – Settembre – Dicembre 2014
Anno XLV
diretta da Maurizio Calvesi

 

In questo numero: Maria Giulia Aurigemma, Giovanni Dalmata e la Dalmazia nei viaggi e negli scritti di Adolfo Venturi – Valeria Rubbi, Il Mascarino a Bologna: Palazzo Boncompagni –Davide Dossi, Gaspare Gherardini, «particolar Padrone, e Protettore» di Alessandro Turchi – Marco Cannone e Daniela Gallavotti Cavallero, Dipinti inediti e nuove attribuzioni per Joseph Heintz il giovane – Salvatore Enrico Anselmi, Addizioni barocche nella cattedrale di Narni:Giuseppe Paglia, Nicola Michetti e Girolamo Troppa – María Paz López-Peláez Casellas,  La representación iconográfica de los musulmanes en la Europa del Barroco: la construcción de identidades – Giulio Brevetti, Il Trionfo di Gioacchino e Carolina Murat. I dipinti delle Sale di Marte e Astrea nel Palazzo Reale di Caserta – Lorenzo Canova, Il senso notturno della luce. De Chirico e Nietzsche nell’enigma delle ombre – Fabio Benzi, Giacomo Balla e le Compenetrazioni iridescenti: approfondimenti e novità documentarie – Scheda critica e di restauro, Andrea G. De Marchi, Pietro Moioli, Claudio Seccaroni, La Sacra Famiglia Doria Pamphilj, bottega di Andrea del Sarto – Recensioni a cura di: Maria Celeste Cola, Elena Onori. 

 


Maria Giulia Aurigemma
Giovanni Dalmata e la Dalmazia nei viaggi e negli scritti di Adolfo Venturi

La scultura rinascimentale degli artisti dalmati era stata riscoperta da studiosi di lingua tedesca, ma Adolfo Venturi compie all’inizio del Nocevento una duplice riappropriazione dell’arte dalmata del Quattrocento come arte italiana e di conseguenza del suo territorio. Per Giovanni Duknović da Traù (Trogir) e altri scultori rinascimentali, Venturi crea un nuovo linguaggio per la scultura, assente sino ad allora nella storiografia italiana, miscelato con quello per la pittura e in questo caso finalizzato a sopravanzare quello di scuola tedesca, una seconda riappropriazione rivelata dalla vivacità della prosa nell’individuazione dello stile. Si deduce dalla descrizione delle opere e da tracce lasciate negli scritti, un primo viaggio in Dalmazia sinora non noto, compiuto per studio ma anche per fini politici, manifesti nel secondo viaggio alla vigilia del conflitto mondiale, in un libro del 1917 e nell’autobiografia; si dà così attenzione a un ruolo e a un periodo della vita di Venturi (durante e dopo la guerra) meno indagato.

 

 

 

 

 

Valeria Rubbi
Il Mascarino a Bologna: Palazzo Boncompagni

Un grande palazzo a pianta quadrangolare, unica architettura civile impreziosita dal tetto dorato, è rappresentato nella pianta prospettica di Bologna del 1575 nella Sala Bologna dei Palazzi Vaticani. Il Palazzo, la cui rara e discontinua fortuna critica si è sviluppata essenzialmente a partire da Jacob Burckardt, è stato oggetto di un importante restauro, come si ricava da una rilettura dei documenti dell’Archivio Segreto Vaticano e dalle piante del Fondo Mascarino dell’Accademia di San Luca. Si fa l’ipotesi che Ottavio Mascarino negli anni Settanta, sia stato l’autore dell’intervento, allo stesso tempo in cui l’architetto bolognese lavorava per la corte di Gregorio XIII. La scala elicoidale, con il suo maestoso portale e la seconda corte del palazzo, mettono in luce il gusto scenografico proprio di Mascarino e, come documentato da E. Danti, questi elementi sembrano richiamarsi ai virtuosismi prospettici da lui realizzati negli anni romani.

 

 

 

 

 

Davide Dossi
Gaspare Gherardini, «particolar Padrone, e Protettore» di Alessandro Turchi

Nella Verona del primo Seicento il pittore raccolse l’eredità artistica di Felice Brusasorci e si impose sulla scena locale grazie al sostegno del conte Gian Giacomo Giusti. Anche durante gli anni romani il legame con la patria non subì interruzioni e ciò avvenne per due motivi: la mancanza di pittori locali (falcidiati dalla pestilenza del 1630) e l’ascesa di Gaspare Gherardini, elevato a marchese nel 1633. Il marchese, come pure il fratello Angelo, divenne il promotore dell’arte dell’Orbetto a Verona a partire dagli anni Trenta del Seicento: non solo gli ordinò otto opere per la propria collezione, ma dirottò su di lui non poche commissioni da parte della ricca borghesia scaligera. Attraverso l’analisi del carteggio di Onofrio Santacroce (1568-1604), l’autore offre una nuova e più esaustiva lettura del rapporto del nobile romano con le arti figurative. In particolare alcune lettere autografe dei pittori Giovanni Baglione, Francesco Morelli, Antonio Maria Panico e Francesco Bassano permettono di comprendere le scelte culturali del Marchese anche in relazione ai suoi rapporti con i Mattei e  i Farnese, che dimostrano la sua appassionata ricerca di preziosi dipinti.

 

 

 

 

Marco Cannone e Daniela Gallavotti Cavallero
Dipinti inediti e nuove attribuzioni per Joseph Heintz il giovane
Joseph Heintz il giovane, nato ad Augusta e attivo a Venezia, dove giunse intorno ai venticinque anni (1625-1678 ca) fu un artista ricercato da committenti ecclesiastici e da collezionisti. Le sue opere sono oggi perdute o non ancora riconosciute, ma la sua firma e qualche raro disegno hanno permesso, a partire dalla seconda metà del secolo scorso, di ricostruirne la personalità. Ne emerge un artista eclettico di qualità molto discontinua, noto anche per i suoi dipinti di tema infernale o stregonesco. L’elemento unificante della sua opera è il ricorso a modelli scelti da un vastissimo repertorio di stampe di invenzione o di traduzione. La riproposizione di questi modelli, costituisce un’importante prova di autografia e consente di definirne un termine post quem. Si presentano qui, cinque dipinti inediti: una Madonna del Carmelo (Sueglio), firmata e datata; un’Ultima cena di attribuzione incerta; una Medea e Esone (Padova) indicata come possibile pittore veneto fra Sei e Settecento; un Plutone esce dal Tartaro attribuito a Jacob Isaacsz van Swanenburgh (1571-1638) e un Ratto di Proserpina con l’attribuzione a Orazio van Grevenbroeck (1693-1750).

 

 

 

   

Salvatore Enrico Anselmi

Addizioni barocche nella cattedrale di Narni: Giuseppe Paglia, Nicola Michetti e Girolamo Troppa

Il contributo analizza le vicende barocche relative alla confessio e al presbiterio della cattedrale di Narni (1642-1715 ca.). Queste addizioni indicano il recupero delle vestigia dei culti paleocristiani, lavori che coinvolsero alcuni protagonisti della cultura artistica romana come Giuseppe Paglia, Nicola Michetti e Girolamo Troppa. L’avvio dei lavori, su commissione del vescovo G. Bocciarelli, consistè nella costruzione dell’altare all’interno della cripta e nella ridefinizione del complesso con il sacello dei proto-martiri, la confessio e la pergula. Il cardinale G. Sacripanti patrocinò la conclusione dei lavori e il reimpiego di un altare, progettato da Carlo Rainaldi per la basilica romana dei SS. Apostoli. Emergono stretti rapporti di contiguità con il contesto artistico dell’Urbe, che evidenziano l’affermarsi di uno stile berniniano, operato da Paglia nel progetto per il baldacchino della cattedrale. Di stretta osservanza borrominiana invece, la sontuosa decorazione a commessi marmorei policromi della confessio, una rielaborazione sulla scorta di riferimenti romani, tra cui la cappella Spada in S. Girolamo della Carità. 

 

 

 

 

María Paz López-Peláez Casellas
La representación iconográfica de los musulmanes en la Europa del Barroco: la construcción de identidades

This paper explores the notion of “alterity” and the processes that contribute to produce what we could call a “Muslim identity” by means of the iconography of the 16th, 17th and 18th centuries. Likewise, we will claim that the images of the period, far from merely reproducing these processes, play an active role in the symbolic production of meaning leading to this fashioning of identity. Stemming from I. Lotman’s cultural semiotics (and more specifically from his notion of the “emiosphere”), we will examine how iconography from this period seems to address various kinds of Christian-Muslim conflicts, highlighting its role in identity-shaping. To this end, we will analyze representations of the Muslim Other in instances taken from emblematic literature, treatises on iconology and numismatics, pamphlet literature, and frontispieces from books published in Spain, Italy, England, France and the Netherlands throughout these centuries. We will conclude that this iconography contributes to the ultimate solidification of prejudice against Muslims. These, reductively equated with the Ottomans, will be eventually scripted by these stereotypes. 

 

 

 

 

Giulio Brevetti

Il Trionfo di Gioacchino e Carolina Murat. I dipinti delle Sale di Marte e Astrea nel Palazzo Reale di Caserta

I dipinti delle volte delle Sale di Marte e Astrea all’interno del Palazzo Reale di Caserta, sono la testimonianza visiva del potere murattiano nel Regno di Napoli, anche se rimasti a lungo vittime di erronee interpretazioni iconografiche: il primo, realizzato dal piemontese Antonio Galliano, rappresenta il re Gioacchino ed è una fedele rappresentazione dello scontro tra greci e troiani tratto dal V canto dell’Iliade; il secondo, eseguito in onore della regina Carolina dal savoiardo Jacques Berger che potrebbe essersi ispirato alla vita di Maria de’ Medici nella serie realizzata quasi due secoli prima da Rubens, mostra la compresenza dell’allegoria della Giustizia e della dea Astrea, confuse spesso tra loro. I due dipinti offrono l’occasione per riflettere sulla committenza napoleonica, sul riutilizzo di precedenti fonti iconografiche da parte di pittori neoclassici e sulla sensibilità artistica dei Borbone all’inizio della Restaurazione.

 

 

 

 

 

 

Lorenzo Canova
Il senso notturno della luce. De Chirico e Nietzsche nell’enigma delle ombre

L’autore prende in esame la profonda influenza che il pensiero di Nietzsche ebbe sulla nascita e sullo sviluppo della Metafisica di De Chirico. Dalle due opere capitali del filosofo, Così parlò Zarathustra e Ecce Homo, il maestro riprende, per farli propri, molti temi fondamentali che costituiscono il nucleo immaginativo della propria poetica. La sua immedesimazione con Nietzsche è tale che anche per il suo autoritratto, De Chirico vorrà ispirarsi alla storica immagine fotografica del filosofo. Il saggio mette dunque a confronto, in modo serrato e innovativo gli scritti di De Chirico con i testi di Nietzsche e pone in evidenza l’entità e la reciprocità di molti temi ricorrenti nella poetica di entrambi: il tema del tempo, della profezia, delle ombre, della compresenza della notte e del giorno, della figura di Arianna, il tema della prospettiva. L’analisi iconologica del saggio vuole essere anche un omaggio agli studi dechirichiani di M. Calvesi, pioniere degli studi iconologici applicati anche all’arte moderna e contemporanea.

 

 

 

 

 

Fabio Benzi
Giacomo Balla e le Compenetrazioni iridescenti: approfondimenti e novità documentarie 

Nel saggio si precisa, attraverso l’esame di dati filologici inediti, l’evoluzione dell’opera di Balla tra la fine del 1912 e del 1913. Si tratta del periodo più cruciale per l’evoluzione del Futurismo dell’artista, che attraverso l’elaborazione delle Compenetrazioni iridescenti e delle Velocità astratte, raggiunge una novità espressiva originale anche in ambito europeo. Le fasi e i tempi di questa elaborazione mostravano finora contraddizioni, che nel saggio vengono risolte non solo nella precisa progressione cronologica, ma nello svolgimento concettuale che evidenzia il significato delle Compenetrazioni. Nella seconda parte, grazie a un documento inedito (il primo inventario delle Compenetrazioni iridescenti redatto nello studio di Balla), si ricostruisce il nucleo di opere eseguite nel 1912-1913, e si delinea un nucleo di riprese successive per incrementarne il gruppo (eseguite tra la fine anni Quaranta e l’inizio anni Cinquanta), da iscriversi nel clima del rinnovato interesse da parte dei giovani artisti e della critica del dopoguerra per il Futurismo “astrattista” e per la figura dello stesso Balla, che viene allora considerato un pioniere dell’astrazione non-ggettiva.


 

 

 

Scheda critica e di restauro - Andrea G. De Marchi, Pietro Moioli, Claudio Seccaroni

La Sacra Famiglia Doria Pamphilj, bottega di Andrea del Sarto

Nel 1696 il cardinale fiorentino Francesco Nerli iuniore (1636-1708), dona al sovrano francese Luigi XIV una serie di venticinque dipinti di soggetto sacro realizzati dal pittore bolognese Francesco Providoni. Della serie si conoscono soltanto quattro dipinti, rintracciati nelle metà degli anni Cinquanta da Boris Lossky. Il soggetto di ciascun quadro è noto però grazie al commentario manoscritto (oggi conservato presso la Bibliothèque Nationale de France a Parigi) che accompagnava la serie. Partendo dallo studio di tale testo, la studiosa ha cercato di contestualizzare questa committenza nel quadro dell’intera vicenda biografica di Francesco Nerli. Grazie ad una serie di ritrovamenti documentari, tra cui l’inventario – inedito – dei beni del cardinale, è stato così possibile ricostruire la sua attività di mecenatismo artistico a Roma, sinora mai indagata.

 

 

 

 

 

 

Recensioni a cura di:  Maria Celeste Cola, Elena Onori

 

Penser l’art dans la seconde moitié du XVIIIe siècle: théorie, critique, philosophie, histoire, Christian Michel, Carl Magnusson (a cura di), Paris, 2013 Raccogliere “curiosità” nella Roma Barocca. Il Museo Magnini Rolandi e altre collezioni tra natura e arte, M. B. Guerrieri Borsoi, Roma, 2014.

Recensione di Maria Celeste Cola

 

Maria Luigia Raggi. Il Capriccio paesaggistico tra Arcadia e Grand Tour, C. Lollobrigida, Foligno, 2012 Carlo Saraceni (1579-1620). Un veneziano tra Roma e l’Europa, M. G. Aurigemma (a cura di), cat. della mostra, Roma, 2013.

Recensione di Elena Onori

 

 

 

Ordine Numero 139

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