“Storia dell’Arte”

Giulio Carlo Argan nel suo studio romano

Giulio Carlo Argan nel suo studio romano

“Storia dell’arte” è la più autorevole rivista dedicata agli studi storico-artistici. Ciò che la distingue è l’apertura metodologica che dall’attribuzione e classificazione delle singole opere d’arte, si estende ad esplorare contenuti e significati iconografici e iconologici e a correlarsi al contesto letterario, filosofico o scientifico di ciascuna epoca, indagando i rapporti con le committenze, affrontando lo studio delle stesse e la formazione e la storia delle collezioni. Non si limita all’arte italiana, anche se questa resta centrale; ma si apre, a partire dal XIV secolo, facendo perno sul Rinascimento alle ricerche sul Seicento e Settecento, non escludendo aperture su contesti europei e valendosi della collaborazione di specialisti delle varie epoche. Accreditata all’estero come una delle più apprezzate riviste,  “Storia dell’Arte” ha un’ampia diffusione nelle Università, nei Musei, nelle Biblioteche e in tutti gli istituti ed enti interessati al settore delle arti, raggiungendo anche un vasto pubblico di amateurs, di antiquari e di studenti.

 

La storia

(1969-2001)

Fondata nel 1969 presso la Casa Editrice “La Nuova Italia” (Firenze), la rivista è stata diretta da Giulio Carlo Argan, affiancato da Maurizio Calvesi con il ruolo di direttore responsabile e di redattore insieme a Oreste Ferrari e Luigi Salerno cui si aggiunge, dal 1992, la medievista Angiola Maria Romanini.

La rivista nasce a Roma con il titolo “Storia dell’Arte”, rifacendosi al dibattito sulla centralità degli studi storico-artistici con cui Argan, nel  saggio di apertura, impostava la linea critica. In quegli anni la Storia veniva sottoposta ad una serrata contestazione da parte delle correnti strutturaliste che la giudicavano superata come disciplina e come metodologia.  Intitolare la rivista “Storia dell’Arte” si presentava così come una chiara presa di posizione. Argan richiamava l’attenzione sul conflitto tra le ‘due culture’, ovvero tra le scienze umanistiche e quelle scientifiche e tecniche. Queste ultime venivano considerate egemoniche, assumendo persino la funzione di “indicatori di modernità”. La cultura scientifica pretendeva di imporre, alle scienze umane e morali, i propri criteri e metodi di valutazione. Nella presenza  di questi nuovi fronti polemici, Argan avvertiva il rischio di un nuovo ‘medioevo della storia’ e la conseguente svalutazione della storia dell’arte, parte integrante della storia stessa. L’illustre studioso rivendicava con energia il ruolo fondamentale delle scienze umanistiche, un ruolo che oggi la cultura avverte nuovamente come elemento essenziale e preliminare a tutti gli ambiti della ricerca. Argan attribuiva alla storia dell’arte una funzione sociale fondamentale. Asseriva infatti che “la cultura si fonda, organizza e sviluppa attraverso la percezione ed i collegati processi dell’immaginazione”.  Pur nella vasta apertura a contributi di illustri studiosi di ogni nazione, “Storia dell’Arte” è stata una delle principali espressioni della cosiddetta “Scuola di Roma”, facente capo a Lionello Venturi e al contributo dei suoi maggiori allievi tra cui lo stesso Argan e gli altri più giovani come  Salerno, Ferrari e Calvesi.

 

La “Nuova Serie”

( 2001 – ad oggi)

Dopo la scomparsa di Argan (1992), la direzione viene assunta da Maurizio Calvesi  e Oreste Ferrari.  Dopo una breve interruzione  nel 2001, dovuta  a ragioni  editoriali, la rivista riprende le pubblicazioni nell’anno successivo.  Sullo scorcio degli anni Novanta l’editoria italiana, infatti, aveva attraversato gravi difficoltà e le case editrici, soprattutto quelle storiche, erano confluite in più ampie e potenti concentrazioni aziendali. Nel 1997 “La Nuova Italia” viene acquisita dalla Rizzoli (RCS) che, tuttavia, dopo pochi anni,  arrivata al volume n. 100, dismette nel 2000 la pubblicazione di “Storia dell’arte”. Calvesi e Ferrari sono così costretti a trovare un nuovo editore, mettendo a rischio  l’impianto editoriale originario a vantaggio di una veste più accattivante agli occhi di un pubblico più numeroso, ma meno attento all’approfondimento e alla ricerca. Il tono elegante e  sobrio della  rivista sarebbe stato così inevitabilmente snaturato.

I due direttori decisero allora di fondare una nuova casa editrice con l’unico scopo di  continuare la pubblicazione di “Storia dell’arte”. Nel 2001 nasce così la  CAM Editrice, che nel 2002 riavvia le pubblicazioni, ripartendo con il n. 101, primo della Nuova  Serie. L’acrostico CAM allude alle iniziali di Maurizio Calvesi e Augusta Monferini.

La direzione della rivista è ora assunta da Maurizio Calvesi che nomina un nuovo comitato di Redazione, scegliendo i collaboratori nell’ambito della sua stessa scuola a La Sapienza di Roma dove  ha insegnato per oltre un ventennio (Lorenzo Canova, Stefano Colonna, Marco Gallo, Stefania Macioce, Massimo Moretti, Francesco Solinas, Stefano Valeri, Caterina Volpi, Alessandro Zuccari). La nuova serie ha continuato la linea critica e editoriale precedente, apportando miglioramenti alla veste grafica, aumentando le pagine e inserendo  illustrazioni a colori.

Nella ‘vecchia’ serie il XX secolo era stato escluso perché teatro di avvenimenti ancora in corso e in linea di massima soggetti a operazioni più di critica che di storia. Con la svolta del nuovo secolo, che colloca ormai definitivamente il Novecento nelle prospettive della storia, ogni volume della Nuova Serie ospita un saggio dedicato a un argomento del Novecento e avviando una serie di studi specifici su correnti e artisti dell’Ottocento italiano ed europeo, attualmente argomenti di nuove rivisitazioni critiche. In tal modo la rivista ha voluto marcare il passaggio al nuovo  secolo e alla conseguente storicizzazione dell’arte più recente.


Chi legge “Storia dell’Arte”

Accanto al lungo elenco delle Soprintendenze ai Beni Artistici, ai Musei, ai Dipartimenti Universitari, Biblioteche e alle molte Istituzioni con finalità conservative nelle regioni, provincie e comuni d’Italia, possiamo citare alcuni dei più importanti musei stranieri: la Frick Collection e  il Metropolitan Museum of Art a New York, la National Gallery of Art di Washington, il Fine Arts Museum di Houston e il Kimbell Art Museum di Fort Worth, il County Museum di Los Angeles.  Ad essi si affiancano alcuni tra i maggiori istituti di eccellenza americani: l’Institute for Advanced Studies di Princeton, il Getty Research Institute di Los Angeles, la Bryn Mawr University di Philadelphia, la Columbia University di New York, l’Università di Saint Louis. In Europa si possono ricordare, tra i più noti, l’Ermitage di San Pietroburgo, il Musée du Louvre di Parigi, il Victoria and Albert Museum,  il Courtauld Institute of Art di Londra, il Rijksmuseum di Amsterdam e le numerose Università di Budapest, Varsavia, di Madrid, di Amsterdam, di Bonn, di Heidelberg, di Losanna, di Lione, di Helsinki, di Barcellona, di Lisbona, di Valencia, ecc. e a numerosi altri istituti nei Paesi Bassi, in Svizzera, in Ungheria, in Russia, nella Repubblica Ceca. Non potendo elencare tutte le sedi che leggono la nostra rivista, possiamo integrare questo sintetico elenco indicando sommariamente che tra i nostri abbonati figurano alcune università e musei giapponesi, insieme ad altre importanti sedi in Corea.

 

Chi scrive su “Storia dell’Arte”

Fin dalla sua origine la rivista è stata aperta ad una larga collaborazione internazionale. Gli articoli furono e sono tutt’ora pubblicati nella lingua dei singoli autori.  Di eccellenza è la partecipazione di autori stranieri illustri che hanno collaborato in in tutti questi anni: da E. Gombrich a R. Engass a Ch.L. Frommel, a G. Creighton, a K. Posner, a S. Rottgen, a S. Rudolph, a J. T. Spike, a B. Treffers, a J. Garms, a E. Landon. a M. Aromberg Lavin, a P. Le Moine, a R. Cohen, a Cropper, C. Dempsy, H. Rottgen, C.D. Dickerson, S. Androsov, J. Hutson Jr., Ch. Huemer, I. Uribe, D.G. Cueto, L. Cellauro insieme a moltissimi altri.

Sarebbe troppo lungo elencare anche solo i principali autori italiani, di  diversa formazione. Non pochi saggi hanno dato luogo ad importanti volumi, come i ben noti di M. Calvesi su Dürer, sul Polifilo e sul Caravaggio, i numerosi  saggi di A. Zuccari sulla Roma degli Oratoriani, quelli di F. Cappelletti e L. Testa sulla collezione Mattei, quello di M. Gallo su Borgianni, e infine i numerosi contributi di O. Ferrari su Luca Giordano,  per citare soltanto i più assidui collaboratori.

Gli studi caravaggeschi sono stati indubbiamente uno dei temi cui la rivista ha fornito i maggiori contributi: oltre a quelli appena citati, vanno ricordati il saggio di G. Zandri sull’inedito affresco caravaggesco del Casino Ludovisi, di Ch.L. Frommel sull’inventario del cardinal Del Monte, di L. Salerno sulle opere giovanili, i contributi archivistici di L. Spezzaferro, l’articolo sul pittore Lorenzo Siciliano di M. Pupillo, quello dedicato al cardinal De Torres da V. Abbate, l’analisi iconologica sui primi dipinti caravaggeschi di D. Frascarelli, gli studi su monsignor Fantino Petrignani di M. Moretti, il saggio di S. Macioce sulla gestualità delle figure del Merisi, e molti altri ancora.

Un tema centrale come quello del ruolo dell’Antico nella cultura  rinascimentale e seicentesca, di rinnovata attenzione in questi ultimi decenni, è stato affrontato con grande efficacia da A. Riccomini e V. Carpita accanto allo studioso americano C.D. Dickerson.

Un nuovo e nutrito ambito di studi riguarda la ricostruzione di antiche raccolte; tra i molti contributi citiamo quello di M.T. Di Dedda che tramite gli inventari ricompone la collezione della famiglia Gerini, una delle famiglie più in vista nella Firenze del Seicento.

Numerosi e di grande interesse sono infine i contributi su nuove attribuzioni sia di opere già note che cambiano paternità, sia di opere riemerse dal  mercato: in questo campo una particolare menzione va riconosciuta a M. Pulini e M. Di Penta e all’elegante saggio di F. Solinas su Van Dyck.

Non possiamo, inoltre, tralasciare gli studi di C. Volpi che indaga il contesto culturale da cui nasce l’eccentrica pittura di Salvator Rosa, mentre nel campo della iconologia un interprete particolarmente raffinato è F. Saracino che, insieme a M. Calvesi, legge nell’iconografia il linguaggio visivo con cui i vari maestri hanno interpretato le Sacre Scritture.

Per quello che riguarda il Novecento va segnalata la singolare ricerca di A. Sbrilli su Duchamp e sulla formazione di Dada, insieme al bellissimo saggio di E. Querci che indaga l’importanza che la pittura popolare ha avuto per le avanguardie spagnole del primo Novecento.

Molti sono i nuovi studi sui maestri del XIX secolo che ne rinnovano il profilo e l’incidenza culturale. Tra questi un particolare rilievo assume la recente scoperta di un taccuino inedito di disegni e studi di Seurat da parte di M. Calvesi.

In ultimo va rimarcata la fondamentale novità che “Storia dell’Arte” ha introdotto in Italia nel campo delle metodologie, favorendo nuovi percorsi di ricerca e aprendo su orizzonti poco praticati, di solito, negli studi tradizionali, con l’allargamento degli approcci consueti all’iconologia, all’esoterismo e all’alchimia, alla sociologia, alla storia del collezionismo e più in generale a una visione interdisciplinare. La valorizzazione della componente culturale in tutti i suoi campi come nutrimento essenziale, in molti casi, anche per le arti figurative, è stata estremamente produttiva specie come stimolo per giovani studiosi, non soltanto del Dipartimento di Storia dell’Arte de “La Sapienza”, ma anche di altre scuole e Facoltà.

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