{"id":6112,"date":"2025-09-19T08:32:51","date_gmt":"2025-09-19T06:32:51","guid":{"rendered":"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/?p=6112"},"modified":"2025-09-19T14:43:53","modified_gmt":"2025-09-19T12:43:53","slug":"guglielmo-pacchioni-e-pasquale-rotondi-due-vite-per-la-tutela-del-patrimonio-nel-racconto-di-giovanna-rotondi-terminiello","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/2025\/09\/19\/guglielmo-pacchioni-e-pasquale-rotondi-due-vite-per-la-tutela-del-patrimonio-nel-racconto-di-giovanna-rotondi-terminiello\/","title":{"rendered":"Guglielmo Pacchioni e Pasquale Rotondi: due vite per la tutela del patrimonio nel racconto di Giovanna Rotondi Terminiello*"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\">In un elegante appartamento del centro storico di Genova, a met\u00e0 strada tra Palazzo Spinola e la Cattedrale di San Lorenzo, incontro la dott.ssa Giovanna Rotondi Terminiello. Storica dell\u2019arte e voce autorevole per gli studi sul patrimonio ligure, ha guidato la Soprintendenza di Genova per vent\u2019anni, dal 1976 al 1996. \u00a0Oggi, prosegue il suo impegno nella difesa dell\u2019arte con il \u201cPremio Rotondi ai salvatori dell\u2019arte\u201d, istituito nel 1997 in memoria del padre Pasquale Rotondi e conferito a personalit\u00e0 distintesi nella protezione del patrimonio culturale mondiale.<br>Figlia di uno dei pi\u00f9 eminenti soprintendenti italiani e a sua volta soprintendente, la nostra interlocutrice offre uno sguardo privilegiato per riflettere sul valore culturale, civico e politico di questa funzione. La conversazione si articola su un doppio registro: da un lato il \u201clessico familiare\u201d dei ricordi, intessuto di episodi privati e memorie affettive; dall\u2019altro il rigore della storica che ricostruisce il significato e le implicazioni delle politiche di tutela nel Novecento. Ne deriva un ritratto vivido della professione, nel quale riemergono figure rimaste sorprendentemente ai margini della memoria pubblica, tra cui quella del soprintendente Guglielmo Pacchioni (1883-1969).<br>\u00c8 attorno a lui che si concentra questo dialogo: soprintendente alle Gallerie in citt\u00e0 di primaria importanza per la storia dell\u2019arte \u2013 Torino dal 1923 al 1933, Urbino fino al 1939, poi Milano durante la guerra, e infine Firenze \u2013 conobbe nelle Marche il giovane e promettente storico dell\u2019arte Pasquale Rotondi. Da quell\u2019incontro nacque un sodalizio professionale e umano destinato a rafforzarsi negli anni del conflitto, quando entrambi furono protagonisti dell\u2019<em>Operazione Salvataggio, <\/em>condotta da Rotondi, per la messa in sicurezza dei capolavori minacciati dai bombardamenti. \u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-right wp-block-paragraph\"><em>chi scrive di quel tempo sui soli documenti<\/em><br><em>non capisce che cosa furono quei rapporti,&nbsp;<\/em><br><em>un fare preciso e un pensarsi caotico.<\/em><br>Rossana Rossanda<sup id=\"mfn-content-00000000000003e10000000000000000_6112-1\" class=\"modern-footnotes-footnote \" data-mfn=\"1\" data-mfn-post-scope=\"00000000000003e10000000000000000_6112\"><a href=\"javascript:void(0)\"  role=\"button\" aria-pressed=\"false\" aria-describedby=\"mfn-content-00000000000003e10000000000000000_6112-1\">1<\/a><\/sup><span role=\"tooltip\" class=\"modern-footnotes-footnote__note\" tabindex=\"0\" data-mfn=\"1\"> R. Rossanda, <em>La ragazza del secolo scorso<\/em>, Einaudi, Torino 2005, p. 77 <\/span><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Essere Soprintendenti alle Gallerie<\/strong><br><br><strong>Julie Pezzali<\/strong>: <em>In una prospettiva di ricerca che miri a ricostruire criticamente la figura di un Soprintendente storico dell\u2019arte attivo tra gli anni Trenta e Cinquanta, quali direttrici metodologiche ritiene debbano orientare l\u2019analisi?&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Giovanna Rotondi Terminiello<\/strong>: Per comprendere la condotta degli storici dell\u2019arte impiegati nelle Soprintendenze nazionali di quegli anni, \u00e8 innanzitutto fondamentale avere sempre a fuoco quale fosse l\u2019assetto degli uffici di tutela. Le Belle Arti non erano amministrate da un ministero autonomo, bens\u00ec da una Direzione Generale incardinata insieme ad altre in seno al Ministero della Pubblica Istruzione; il Ministro e il Direttore generale ricoprivano un ruolo assolutamente determinante, alla loro approvazione era subordinata ogni decisione presa dalla rete periferica delle Soprintendenze. Oggi \u00e8 difficile persino immaginare la complessit\u00e0 e la variet\u00e0 dei compiti che, per legge, gravavano su un Soprintendente: non solo funzioni di tutela sul territorio in senso stretto, ma anche responsabilit\u00e0 istituzionali, amministrative e scientifiche. A lui faceva capo anche la direzione dei musei, gallerie o pinacoteche che fossero, le quali dipendevano dalla Soprintendenza all\u2019Arte Medievale e Moderna, ribattezzata alle Gallerie dopo la riforma Bottai del 1939, ed erano considerate parte integrante dell\u2019attivit\u00e0 di tutela. La legge consentiva ai Soprintendenti di nominare per i musei dei curatori, incaricati di guidare le operazioni di restauro degli edifici e di progettare gli ordinamenti, nonch\u00e9 di garantire il regolare funzionamento di questi istituti. Cos\u00ec accadde, ad esempio, a mio padre che nel 1938 dalle Marche fu trasferito per un anno a Roma alla direzione della Galleria Corsini.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>Posto il duplice compito che gravava sui Soprintendenti, quale era il rapporto tra l\u2019esercizio della tutela sul territorio e l\u2019esposizione al museo? <\/em>&nbsp;<br><br><strong>GRT<\/strong>: Le mostre didattiche rappresentano un esempio concreto di questo rapporto: al museo venivano presentati i risultati dei restauri effettuati su opere provenienti ad esempio dalle chiese del territorio oppure, quando il Ministero riusciva a perfezionare degli acquisti \u2013 talvolta intercettando opere di interesse segnalate negli Uffici di Esportazione delle Soprintendenze \u2013 tali opere potevano essere destinate al museo. Questo accadde soprattutto nel secondo dopoguerra, quando il museo, come istituzione, divenne punto di riferimento imprescindibile. Va tuttavia ricordato che la dotazione economica annualmente assegnata alle Soprintendenze non era mai equamente distribuita a livello nazionale: alcune disponevano di maggiori risorse, altre di molto meno. Ad ogni modo, con quei fondi, sufficienti o meno, occorreva far fronte a ogni necessit\u00e0, dai restauri alle gallerie. Basti pensare al caso della Soprintendenza del Piemonte che prima della riforma Bottai amministrava un territorio vastissimo, dalle Alpi alle coste liguri, con risorse limitatissime, affrontando sfide gestionali notevoli. A ci\u00f2 si aggiungeva la cronica carenza di personale, che costringeva i Soprintendenti a ricoprire una molteplicit\u00e0 di funzioni, trasformandoli in veri e propri \u201ctuttofare\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>In questo contesto istituzionale che Soprintendente fu Guglielmo Pacchioni?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: Il <em>modus<\/em> <em>operandi<\/em> del Soprintendente Pacchioni dovette cambiare notevolmente in base al contesto nel quale si trov\u00f2 a operare nel corso della sua lunga carriera. Non si deve mai sottovalutare, oggi come allora, l\u2019importanza dei collaboratori, con i quali il Soprintendente si confrontava quotidianamente e poteva rafforzare, attraverso lo scambio, le proprie convinzioni scientifiche e le scelte operative. Tuttavia, poteva accadere che taluni collaboratori non accettassero di vedere ignorati i propri pareri di fronte a decisioni opposte assunte dal Soprintendente. Ad esempio, la polemica sorta a Milano fra Pacchioni e Fernanda Wittgens va riletta alla luce del concreto funzionamento di una macchina amministrativa come la Soprintendenza: in quanto sua sottoposta gerarchica, la Wittgens non godeva di piena autonomia decisionale e doveva costantemente riferire al suo superiore, che aveva l\u2019ultima parola. Dotati entrambi di forti personalit\u00e0, inevitabilmente finirono per entrare in conflitto, non riuscendo a instaurare rapporti di fiducia e stima reciproca.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"485\" height=\"564\" src=\"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/figura-1-JP.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-6121\" srcset=\"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/figura-1-JP.png 485w, https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/figura-1-JP-258x300.png 258w\" sizes=\"auto, (max-width: 485px) 100vw, 485px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Ritratto di Guglielmo Pacchioni (da C. Ghibaudi, <em>Brera e la guerra<\/em>, Milano 2009, p. 72)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Il rapporto con Fernanda Wittgens a Milano e Pasquale Rotondi nelle Marche<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>Grazie a recenti studi, la storia della Wittgens \u00e8 oggi molto nota tanto che la narrazione intorno alla sua figura ha assunto dei contorni ai limiti dell\u2019agiografia; mentre non mi sembra sia stato sufficientemente ricordato come la sua azione si sia collocata all\u2019interno di una pi\u00f9 ampia rete, quella della Soprintendenza alle Gallerie di Milano guidata dal 1939 al 1945 proprio da Pacchioni, cosa ne pensa?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: L\u2019impegno di Fernanda Wittgens fu straordinario ed \u00e8 giustamente celebrato: dai mesi trascorsi in carcere a San Vittore fino alla ricostruzione della Pinacoteca di Brera e del sistema museale milanese. Va per\u00f2 ricordato, per verit\u00e0 storica, che senza il contributo e lo strenuo impegno del Soprintendente Guglielmo Pacchioni, i tesori artistici non solo milanesi ma di buona parte dell\u2019Italia settentrionale avrebbe corso il serio rischio di distruzione. Nell\u2019<em>Operazione Salvataggio<\/em>, l\u2019apporto di Pacchioni fu assolutamente capitale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>A proposito dell\u2019<\/em>Operazione Salvataggio<em>, mi racconta del rapporto tra Pacchioni e suo padre?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT:<\/strong> L\u2019amicizia tra Pacchioni e mio padre \u2013 che cominci\u00f2 la carriera nelle Marche alle sue dipendenze \u2013 nacque dalla condivisione dei medesimi ideali e orizzonti critici, mutuati dal comune magistero di Adolfo Venturi, che fu maestro di mio padre a Roma. La condivisione di questi riferimenti culturali e intellettuali spiega con ogni probabilit\u00e0 la prima assunzione di Rotondi ad Ancona, subito dopo il conseguimento della laurea nel 1932. Insieme a Bruno Molajoli, mio padre fu infatti assunto come \u201csalariato\u201d nella Soprintendenza di Pacchioni, che lo accolse dietro raccomandazione di Venturi, e lavorarono insieme alla schedatura del patrimonio artistico del territorio confluita nell\u2019<em>Inventario degli oggetti d\u2019arte delle Provincie di Ancona e Ascoli<\/em> <em>Piceno<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Anche l\u2019<em>Operazione salvataggio<\/em> trov\u00f2 fondamento proprio in questa concezione critica condivisa, diretta erede dell\u2019insegnamento venturiano, e accomun\u00f2 tutti coloro che vi presero parte attiva, a cominciare da Pacchioni, che dal 1939 pass\u00f2 alle Gallerie di Milano. D\u2019altro canto, aveva gi\u00e0 maturato una significativa esperienza durante il primo conflitto mondiale, e non fu colto impreparato allo scoppio del secondo: celebre l\u2019episodio avvenuto a Milano, quando riusc\u00ec a fermare un treno carico di casse della Banca d\u2019Italia e a deviarlo per metterlo in salvo. A Cassina de\u2019 Pecchi, dove ha sede il Museo dell\u2019arte in Ostaggio, dal 2018 la corte antistante il museo \u00e8 intitolata a Guglielmo Pacchioni e Pasquale Rotondi \u00absalvatori dell\u2019arte nell\u2019ultima guerra\u00bb, a testimonianza del legame e della compattezza della cerchia degli allievi e degli amici di Venturi. I rapporti tra Pacchioni e mio padre, nati in ambito professionale, si trasformarono presto in un\u2019affettuosa amicizia: non a caso mio padre chiese al Soprintendente di fargli da testimone di nozze al matrimonio con mia madre, Zea Bernardini, celebrato ad Ancona il 15 ottobre 1934.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1006\" height=\"375\" src=\"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Senza-titolo-intero.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-6143\" srcset=\"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Senza-titolo-intero.png 1006w, https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Senza-titolo-intero-300x112.png 300w, https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/Senza-titolo-intero-768x286.png 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 1006px) 100vw, 1006px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\"><em>Partecipazione di nozze di Pasquale Rotondi e Zea Bernardini con le firme degli invitati. <\/em>Genova, Archivio Rotondi. Foto dell&#8217;autrice. Courtesy G. Rotondi Terminiello.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>Nel 1939 Rotondi succedette a Pacchioni alla guida della Soprintendenza marchigiana e affront\u00f2 il problema, ampiamente dibattuto nell\u2019Italia di quegli anni, della presenza di un museo in un edificio monumentale di alto valore storico e architettonico. Come affrontarono Pacchioni e Rotondi tale questione nel Palazzo Ducale di Urbino, sede della Galleria Nazionale delle Marche dal 1912?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: Tenga presente che io ho conosciuto il Palazzo Ducale con gli occhi di una bambina, esperienza ben diversa da quello dello studioso. Fin da allora, l\u2019edificio esercita su di me un fascino quasi fisico, legato ai miei ricordi d\u2019infanzia. Seguendo la carriera di mio padre, ho vissuto a Urbino fino a dieci anni; poi, per un altro decennio, a Palazzo Ducale a Genova, e successivamente a Roma, nell\u2019allora sede dell\u2019ICR in piazza San Francesco di Paola. Il mio rapporto con gli spazi \u00e8 quindi sempre stato mediato da ambienti non concepiti per fini abitativi, ma resi straordinari dal fascino che mio padre seppe trasmetterci, facendoci vivere quei luoghi in modo assolutamente naturale. Da bambina, se avessi incontrato nel Palazzo Federico da Montefeltro o Battista Sforza, non mi sarei di certo stupita: mio padre ce li aveva \u201cpresentati\u201d raccontandoci la loro storia, insieme a quella del figlioletto Guidobaldo. Durante la guerra, quando lo Studiolo fu smontato per mettere in sicurezza le tarsie, venne alla luce un mobile a scomparsa che, aperto, si trasformava in un leggio con sedile ribaltabile. Smontandolo, sul muro di fondo apparve un\u2019iscrizione a carboncino \u201cPantasilea\u201d, vergata con calligrafia infantile. Suggestionate dai racconti paterni, io e mia sorella Paola ci convincemmo che fosse opera del piccolo Guidobaldo, che, rimasto orfano di madre nel 1472, volle lasciare sul muro il nome della nutrice<sup id=\"mfn-content-00000000000003e10000000000000000_6112-2\" class=\"modern-footnotes-footnote \" data-mfn=\"2\" data-mfn-post-scope=\"00000000000003e10000000000000000_6112\"><a href=\"javascript:void(0)\"  role=\"button\" aria-pressed=\"false\" aria-describedby=\"mfn-content-00000000000003e10000000000000000_6112-2\">2<\/a><\/sup><span role=\"tooltip\" class=\"modern-footnotes-footnote__note\" tabindex=\"0\" data-mfn=\"2\"> [1] &nbsp;Nel 1951 Pasquale Rotondi pubblica la ricostruzione del mobile-leggio in un disegno di Ivo Ranocchi, ripubblicato da G. Rotondi Terminiello, <em>Il palazzo di Federico, un\u2019abitazione regale del Rinascimento<\/em>, in <em>Il Montefeltro e l\u2019Oriente islamico. Urbino 1430-1550. Il Palazzo Ducale tra Occidente e Oriente<\/em>, (a cura di) A. Bruschettini, catalogo della mostra (Urbino, Galleria nazionale delle Marche, Palazzo Ducale, 23 giugno \u2013 30 settembre 2018) Genova 2018, pp.15-17, in part. n. 7. <\/span>. Cos\u00ec, correndo nei passaggi segreti o giocando nel camino della Sala del Trono, rivivevamo magicamente la vita dei Montefeltro di cinque secoli prima. <br>Per quanto riguarda i restauri e la sistemazione della Galleria Nazionale a Palazzo, in linea con i suoi gusti modernisti, Pacchioni introdusse criteri espositivi semplici e razionali, rispettosi dell\u2019architettura e volti a eliminare strutture posticce. Nel 1934 affront\u00f2 il problema della parziale ricollocazione delle tavole della serie degli <em>Uomini illustri<\/em>, strappate nel Seicento e poi confluite a Palazzo Barberini, cercando un equilibrio tra la ricostruzione storica degli ambienti e la valorizzazione del singolo pezzo. Da allora le scoperte non si sono fermate: durante i recenti restauri del 2025, sotto la direzione di Luigi Gallo, sono riemersi nuovi ambienti legati alla vita privata del Duca e le nostre conoscenze sono andate molto avanti rispetto agli studi pionieristici di Pacchioni e mio padre. Per tornare a quanto detto pocanzi, si immagini, in un caso come quello marchigiano, cosa significasse essere al contempo Soprintendente delle Marche e direttore della Galleria Nazionale di Urbino, compito, quest\u2019ultimo, che da solo avrebbe richiesto l\u2019attenzione costante di uno specialista.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"873\" height=\"656\" src=\"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/fig.3.png\" alt=\"\" class=\"wp-image-6130\" srcset=\"https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/fig.3.png 873w, https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/fig.3-300x225.png 300w, https:\/\/www.storiadellarterivista.it\/blog\/wp-content\/uploads\/2025\/09\/fig.3-768x577.png 768w\" sizes=\"auto, (max-width: 873px) 100vw, 873px\" \/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Lo Studiolo di Federico da Montefeltro nel Palazzo Ducale di Urbino. (foto Wikimedia Commons)<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>La figlia Anna Pacchioni<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>Nel corso di una ricerca emergono frequentemente dati biografici, talvolta utili a chiarire passaggi altrimenti oscuri. Ad esempio, risulta che Pacchioni nel 1908 si spos\u00f2 e che l\u2019anno successivo nacque la figlia Anna. Conserva memoria o notizie di questa figlia?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: Anna fu una scrittrice di grande talento. Rileggendo uno dei suoi libri, <em>L\u2019ultimo cavallo<\/em>, raccolta di racconti pubblicata nel 1958 e dedicata ai suoi genitori, sono rimasta colpita dalla sua grande modernit\u00e0. Particolarmente significativo \u00e8 un racconto che ha per protagonista un sacerdote che perde la fede ma per non deludere e abbandonare gli amati parrocchiani custodisce il segreto di questa crisi spirituale. Sul letto di morte confida il suo tormento al vescovo il quale, per evitargli di commettere peccato, gli porge un\u2019ostia sconsacrata: al momento di riceverla, l\u2019ostia si trasforma in un raggio di luce. \u00c8 un racconto sconvolgente, tanto pi\u00f9 se si considera che fu scritto sotto Pio XII, prima del Concilio Vaticano II. Questa raccolta di racconti apparve inaspettatamente dopo libri specialistici come <em>La seta nella moda attraverso i secoli <\/em>(1952) e <em>Manz\u00f9<\/em> (1948), entrambi introdotti da Lionello Venturi. Devo confessare che Pacchioni nutriva una scarsa considerazione per la figlia come studiosa, ritenendola ancora \u201cdebole\u201d sul piano critico: cos\u00ec, dopo la monografia su Manz\u00f9, le sugger\u00ec di orientarsi verso un argomento circoscritto e poco frequentato, come la seta. Personalmente, credo che Anna si sia avvicinata alla storia dell\u2019arte attratta dal fascino paterno, ma la sua esuberanza di fantasia e invenzione trov\u00f2 uno sbocco autentico nella narrativa. <em>L\u2019ultimo cavallo<\/em> ne \u00e8 la prova pi\u00f9 evidente: vi si coglie una sensibilit\u00e0 e una immaginazione certamente non provenienti dal padre, ma anche una laicit\u00e0 che, invece, li accomunava.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>Dalle carte emerge l\u2019immagine di un padre inizialmente molto presente: nel 1930 i due pubblicano insieme un libro su Mantova e le introduzioni di Venturi sembrano riconducibili alla sua mediazione. Tuttavia, in seguito, di Anna si perdono le tracce. \u00c8 possibile che fra i due sia intervenuta una rottura<\/em>?<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: A mio avviso, il momento dell\u2019allontanamento coincise proprio con l\u2019affrancamento dal \u201cgiogo paterno\u201d, quando dopo gli studi e i primi passi mossi come storica e critica d\u2019arte, Anna si dovette rendere conto che quella non era la sua strada. Gli attriti probabilmente perdurarono fino alla fine, tanto che lei non conserv\u00f2 nulla della memoria paterna. Parlo per esperienza: non \u00e8 mai semplice, per un figlio, occuparsi dell\u2019eredit\u00e0 spirituale e materiale lasciata da personalit\u00e0 importanti, come fu anche quella di mio padre. \u00c8 necessario tenere ben distinte le sfere, la figura dello studioso dai ricordi intimi e privati, anche se spesso nell\u2019attivit\u00e0 scientifica, si ritrovano dei tratti caratteriali, propri alla persona.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Sfortuna critica<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>A fronte di una carriera cos\u00ec rilevante, in che modo possiamo interpretare la sfortuna critica che ha investito la figura di Pacchioni?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: A mio avviso, diverse sono le cause concorrenti: in primo luogo, i continui e repentini trasferimenti da una sede all\u2019altra non giovarono affatto a un processo di radicamento in una citt\u00e0 o in un territorio specifico. Il Soprintendente Pacchioni incise in molte citt\u00e0 importanti \u2013 Torino, Milano, Firenze \u2013 ma senza mai radicarsi stabilmente. In secondo luogo, contribu\u00ec alla formazione di giovani studiosi, come mio padre e Bruno Molajoli nelle Marche, che a loro volta ebbero un impatto notevole nei contesti dove operarono, con scelte e iniziative che finirono per oscurare, seppur involontariamente, la figura del loro predecessore. A Milano, invece, ritengo che ci\u00f2 avvenne in maniera pi\u00f9 consapevole ad opera della Wittgens, la quale molto vicina a Ettore Modigliani, non dimostr\u00f2 mai particolare apprezzamento per le scelte di Pacchioni. Va inoltre considerato che quest\u2019ultimo non insegn\u00f2 mai: non tenne corsi universitari e non form\u00f2 allievi che potessero tramandarne la memoria. Fu un uomo delle istituzioni, del \u201cfare\u201d, operativo su molti fronti e in molteplici campi. Non possiamo ignorare che i fatti bellici, due guerre nel giro di un trentennio, costrinsero una generazione di funzionari a lavorare in un continuo stato di emergenza, che, giocoforza, ridusse notevolmente il tempo da dedicare allo studio.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>Rapporto con il Fascismo<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>JP<\/strong>: <em>Infine, resta da interrogarsi sul rapporto con la politica: sebbene Pacchioni abbia evitato nette prese di posizione \u2013 che avrebbero compromesso la sua vita personale e professionale \u2013 matur\u00f2 precocemente un atteggiamento di distacco nei confronti del Fascismo che, successivamente, si consolid\u00f2. A mio avviso, il repentino trasferimento nelle Marche deve essere letto come una forma di punizione nei confronti di un funzionario che ader\u00ec al Partito nazionale Fascista soltanto nel 1933, quando l\u2019iscrizione era condizione indispensabile nei pubblici uffici. Inoltre, Pacchioni ader\u00ec al Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia e partecip\u00f2 attivamente alla Liberazione di Milano. Come conciliare le proprie posizioni personali con l\u2019incarico di Soprintendente, funzionario dello Stato?<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>GRT<\/strong>: In quegli anni, alcuni funzionari praticarono una forma di opposizione silenziosa. Pacchioni e mio padre non ebbero mai contrasti e instaurarono un rapporto di sincera amicizia anche perch\u00e9 condivisero le stesse idee politiche. Come ha ampiamente documentato Anna Melograni<sup id=\"mfn-content-00000000000003e10000000000000000_6112-3\" class=\"modern-footnotes-footnote \" data-mfn=\"3\" data-mfn-post-scope=\"00000000000003e10000000000000000_6112\"><a href=\"javascript:void(0)\"  role=\"button\" aria-pressed=\"false\" aria-describedby=\"mfn-content-00000000000003e10000000000000000_6112-3\">3<\/a><\/sup><span role=\"tooltip\" class=\"modern-footnotes-footnote__note\" tabindex=\"0\" data-mfn=\"3\"> A. Melograni, <em>\u00abPer non ricordare invano\u00bb. Il \u201cDiario\u201d di Pasquale Rotondi e la corrispondenza con i colleghi delle Soprintendenze e la Direzione Generale delle Arti (1940-1946) <\/em>in \u00abBollettino d\u2019Arte\u00bb, serie VII, f. 27, luglio-settembre 2015, pp.115-200. Un sentito ringraziamento alla dott.ssa Anna Melograni per aver favorito quest\u2019incontro. <\/span>, i due si scrissero moltissimo durante la guerra, sostenendosi reciprocamente nelle operazioni di ricovero e salvataggio. Di recente, ho ritrovato un fascicolo che mio padre intitol\u00f2 <em>Ingerenze del Partito fascista repubblicano nelle pratiche d\u2019ufficio<\/em> nel quale raccolse documenti d\u2019ufficio, risalenti agli anni Trenta e Quaranta, che mi paiono molto indicativi anche per comprendere la condotta del suo collega Pacchioni. Come Soprintendenti, nelle quotidiane pratiche d\u2019ufficio erano soggetti a continue pressioni da parte del Regime, soprattutto in materia di controllo sul personale dipendente. In quel fascicolo vi \u00e8 un documento del 1937 che certifica l\u2019iscrizione tardiva al Partito nazionale Fascista di mio padre, risalente al 5 febbraio 1932, e quindi <em>obtorto collo<\/em> come Pacchioni, a conferma di un atteggiamento critico. Inoltre, su alcune carte, si leggono le annotazioni manoscritte di mio padre \u00abnon protocollare\u00bb, \u00abcome non ricevuto\u00bb, \u00abnon rispondere\u00bb: prove evidenti di una resistenza passiva, esercitata dall\u2019interno ma strenuamente. Mio padre fu contrario al Fascismo ma non fu mai militante, non ostent\u00f2 mai il suo antifascismo, neanche dopo la guerra. Emblematico \u00e8 l\u2019episodio del suo incontro con Paolo Emilio Taviani, figura di spicco della Resistenza in Liguria e ministro in vari governi democristiani: quando si conobbero a Genova, mio padre raccont\u00f2 a Taviani il suo impegno nel salvataggio del patrimonio e Taviani, colpito, gli propose immediatamente la tessera del partigiano, che mio padre rifiut\u00f2, ritenendo di aver compiuto il proprio dovere. N\u00e9 Pacchioni, n\u00e9 Rotondi sfruttarono mai la vicenda del salvataggio del patrimonio per ottenere avanzamenti o riconoscimenti: furono funzionari onesti e uomini profondamente laici. Come noto, la \u201criscoperta\u201d di mio padre \u00e8 stata tardiva e del tutto fortuita. Quella di Pacchioni, invece, deve ancora compiersi.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">* L\u2019intervista si inserisce nell\u2019ambito del Dottorato di ricerca di Julie Pezzali (Sapienza Universit\u00e0 di Roma, 39\u00b0 ciclo, tutor: Prof.ssa Irene Baldriga, co-tutor: Prof. Valter Curzi) sulla museografia e museologia italiana del Novecento, con particolare riferimento all\u2019attivit\u00e0 del Soprintendente Guglielmo Pacchioni.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In un elegante appartamento del centro storico di Genova, a met\u00e0 strada tra Palazzo Spinola e la Cattedrale di San Lorenzo, incontro la dott.ssa Giovanna Rotondi Terminiello. 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