Ignazio Marabitti

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“Ignazio Marabitti” di Diana Malignaggi esamina la personalità artistica di Ignazio Marabitti (1719-1797), il più significativo scultore siciliano del Settecento. Malignaggi discute le difficoltà di formare una visione complessiva dell’arte siciliana del Settecento a causa della mancanza di una documentazione monografica aggiornata e di recensioni critiche. La fortuna critica di Marabitti è stata influenzata da criteri valutativi parziali, con informazioni in gran parte derivate da manoscritti e scritti coevi.

L’opera di Marabitti ricevette recensioni favorevoli dai contemporanei, come il marchese di Villabianca e P. Fedele Tirrito, che lodarono le sue statue a Villa Giulia. Tuttavia, la sua reputazione declinò postuma a causa del cambiamento del gusto e dell’ascesa del neoclassicismo, che considerava il suo stile eccessivamente manierato. Nonostante le fluttuazioni della critica, Marabitti fu stimato nel suo tempo, spesso paragonato al famoso scultore siciliano Antonio Gagini e soprannominato il “nuovo Gagini”.

La formazione romana di Marabitti sotto la guida di Filippo Della Valle influenzò in modo significativo il suo stile, introducendo i temi del tardo barocco romano nella scultura siciliana. Ciò è evidente nelle sue prime commissioni, come quelle per la Cappella del Sacramento a Siracusa, dove il suo lavoro mostra una miscela di barocco romano e influenze locali siciliane. Le sue sculture, come quelle sulla facciata del Duomo di Siracusa, rivelano un allontanamento dalla tradizionale iconografia siciliana, privilegiando trattamenti più dinamici e cromatici.

I monumenti e le sculture religiose costituiscono una parte significativa della produzione di Marabitti, con opere di rilievo come la statua di Santa Lucia e varie pale d’altare. I suoi monumenti commemorativi, come quelli per il viceré De Laviefuille e per l’aristocratico Carlo F. Cottone, presentano disegni grandiosi ed elaborati tipici del tardo barocco.

Il lavoro di Marabitti si estese a sculture decorative per spazi pubblici e privati, come le statue della fontana lungo la strada Palermo-Monreale e il Genio di Palermo a Villa Giulia. Queste opere evidenziano la sua capacità di integrare la scultura con elementi architettonici e naturali, riflettendo una sensibilità rococò.

Il testo si sofferma anche sul contesto socio-economico di Marabitti, osservando che l’artista ha attraversato un periodo segnato dal declino dell’aristocrazia e dall’ascesa della borghesia. Nonostante questi cambiamenti, Marabitti rimase una figura dominante nella scena artistica siciliana, sostenuta da un flusso costante di commissioni da parte della chiesa e della nobiltà.

In sintesi, l’opera di Malignaggi sottolinea il contributo significativo di Marabitti alla scultura barocca siciliana, la sua integrazione delle influenze romane e il suo adattamento ai cambiamenti del gusto artistico. La sua eredità, pur oscillando nelle valutazioni della critica, rimane una testimonianza della sua abilità e del suo impatto sull’arte siciliana del XVIII secolo.