«L’Atelier c’est moi». Giacometti’s studio-views as self-portraits

8.00

Descrizione

 Storia dell’Arte 115, Settembre – Dicembre 2006

Colin Eisler

«L’Atelier c’est moi». Giacometti’s studio-views as self-portraits

Rifacendosi a Leonardo da Vinci il quale afferma che «ogni artista dipinge sempre e solo se stesso», l’autore analizza due disegni di Giacometti che raffigurano due vedute del suo studio quasi simili per concludere con argomenti convincenti che i due disegni sono da interpretare come due suoi ritratti. Tracciati su due pagine abbinate i due disegni, datati 1932, si conservano nel Museo di Stato di Basilea e costituiscono l’unica prova della fase surrealista di Giacometti; il primo a destra rappresenta un piccolo spazio, il vero e proprio atelier mentre il secondo, a sinistra è dedicato allo spazio domestico: un sofà contro la parete è sovrastato da uno stretto soppalco dove dorme il fratello Diego, suo assistente, modello ed esperto disegnatore anch’egli. Queste immagini rendono bene la vita bohémienne dei due fratelli: un voluminoso cappotto divide lo spazio tra la zona lavoro e la zona notte lasciando intendere che oltre a servire come tenda il cappotto è anche l’unica risorsa a disposizione per proteggersi dal freddo. Un bulbo che pende dal soffitto sottolinea la povertà dell’interno. Il disegno di destra mostra uno spazio appena più grande. Un muro separa la parte dell’atelier dalla zona letto e sulla parte destra in basso Giacometti ha scritto la data: 1932 e il proprio nome. Sul disegno di sinistra invece lo scultore ha scritto con un certo compiacimento che una aristocratica visitatrice italiana ha definito il piccolo atelier un luogo «non troppo detestabile».
I due disegni sono stati donati nel ’32 alla Contessa Donna Madina Arrivabene Valenti Gonzaga, moglie del Principe Visconti di Modrone in occasione di una sua visita allo studio. Con i due disegni Giacometti dona anche la sua fotografia-ritratto fatta da Man Ray e altri tre disegni (inediti) che ritraggono la Contessa.
Attraverso una serie di considerazioni sulla moda e sul gusto dell’epoca, l’autore interpreta questo dono come una dichiarazione d’amore alla contessa. I due disegni dell’atelier sono da intendere come due ritratti dello scultore che insieme alla fotografia-ritratto di Man Ray diventano tre come i disegni che ritraggono la Contessa Madina. Giacometti, innamorato della bellissima contessa con questo dono evocherebbe una loro love-story, un ricordo delicato ed ermetico che soltanto i due innamorati potranno decifrare.

 

Informazioni aggiuntive

Numero

115