Il saggio “La Pietà di Rimini di Giovanni Bellini: mostre e restauri (1930-2019)” di Giulio Zavatta ripercorre la storia espositiva e il percorso di restauro della Pietà di Rimini di Giovanni Bellini, rivelando la sua trasformazione da fragile capolavoro a icona culturale frequentemente esposta. La narrazione inizia con la sua prima apparizione pubblica alla London Exhibition of Italian Art del 1930, influenzata da motivazioni nazionaliste e dalla propaganda politica del regime di Mussolini. Le preoccupazioni per la sicurezza del dipinto erano così forti che Carlo Lucchesi, allora direttore del Museo di Rimini, lo contrassegnò con impronte digitali nascoste per proteggerlo da potenziali falsificazioni o perdite. Il dipinto fu restaurato da Mauro Pellicioli, i cui interventi nel 1930 e nel 1949 alla mostra di Venezia ne modificarono significativamente la presentazione.
Il testo descrive il tumultuoso viaggio del dipinto attraverso la Seconda Guerra Mondiale, dove è sfuggito per poco alla distruzione e al saccheggio. Fu poi restaurato da Ottorino Nonfarmale nel 1969 a causa di un grave deterioramento strutturale, che portò alla controversa rimozione del supporto ligneo originale. Questo intervento ha cambiato radicalmente l’integrità fisica del dipinto, ma ne ha migliorato la mobilità, contribuendo alla sua lunga storia di prestiti.
Dal 2001 al 2019, la Pietà di Rimini è stata esposta ampiamente in tutta Italia e a livello internazionale, diventando una delle opere d’arte del XV secolo più frequentemente prestate. Questa intensa circolazione è stata giustificata come diplomazia culturale, sollevando preoccupazioni sulla conservazione del dipinto. I danni subiti durante i recenti prestiti, in particolare a Berlino e a Londra, hanno evidenziato i rischi associati alle sue fragili condizioni.
Il saggio esamina criticamente l’intersezione tra politica culturale, influenza politica e pratiche di conservazione. Sottolinea la tensione tra promozione culturale e conservazione, mettendo in discussione l’etica dei prestiti frequenti di capolavori delicati. Zavatta contestualizza inoltre la storia espositiva del dipinto all’interno di tendenze più ampie della storiografia dell’arte e della museologia, dimostrando come la narrazione dell’opera di Bellini sia stata plasmata da prospettive culturali, politiche e accademiche mutevoli.
English Abstract
The essay "Giovanni Bellinis Pietà di Rimini: exhibitions and restorations (1930-2019)" by Giulio Zavatta traces the exhibition history and restoration journey of Giovanni Bellini's Pietà di Rimini, revealing its transformation from a fragile masterpiece to a frequently exhibited cultural icon. The narrative begins with its first public appearance at the 1930 London Exhibition of Italian Art, influenced by nationalist motives and political propaganda under Mussolini's regime. Concerns over the painting's safety were so pronounced that Carlo Lucchesi, then Director of the Rimini Museum, marked it with hidden fingerprints as a safeguard against potential forgery or loss. The painting was restored by Mauro Pellicioli, whose interventions in 1930 and 1949 at the Venice exhibition significantly altered its presentation. The text details the painting's tumultuous journey through World War II, where it narrowly escaped destruction and looting. It was later restored by Ottorino Nonfarmale in 1969 due to severe structural decay, leading to the controversial removal of its original wooden support. This intervention fundamentally changed the painting's physical integrity but enhanced its mobility, contributing to its extensive loan history. From 2001 to 2019, the Pietà di Rimini was exhibited extensively across Italy and internationally, becoming one of the most frequently loaned 15th-century artworks. This intense circulation was justified as cultural diplomacy, raising concerns about the painting's conservation. Damage during recent loans, notably to Berlin and London, highlighted the risks associated with its fragile condition. The essay critically examines the intersection of cultural policy, political influence, and conservation practices. It underscores the tension between cultural promotion and preservation, questioning the ethics of frequent loans for delicate masterpieces. Zavatta also contextualizes the paintings exhibition history within broader trends in art historiography and museology, demonstrating how narratives surrounding Bellini's work were shaped by shifting cultural, political, and academic perspectives.