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Passo passo nella Biennale d’arte di Venezia 2022

MARIA GRAZIA TOLOMEO

La cinquantanovesima Biennale, affidata alla italiana Cecilia Alemani, sbarca a Venezia consegnandoci una serie di riflessioni sul potere delle immagini e sulla loro capacità di interpretare il mondo contemporaneo.

L’edizione del 2019, prima che esplodesse in pieno la violenza del Covid, dal titolo “May you live in Interesting Times”, invitava a vivere il tempo presente senza porci una direzione precisa e, come suggeriva il titolo del padiglione italiano (citando un saggio di Italo Calvino, Né altra né questa: la sfida del Labirinto), ad andare oltre l‘incertezza, l’indeterminatezza, senza paura. Esaurita la pretesa di razionalizzare, di chiarire la realtà sempre più imprevedibile e multiforme, l’arte si apriva a esplorare nuovi territori del sapere come la filosofia, la psicologia, la letteratura, i sentimenti umani.

Oggi irrompono altre problematiche, altri conflitti, altri turbamenti e abbiamo bisogno di riflettere sul come procedere chiedendo ancora all’arte di illuminarci nel nostro cammino. Una istituzione come la Biennale di Venezia ha assunto in effetti da tempo una valenza sociale e pubblica di grande importanza che, come sottolinea Cecilia Alemani nell’intervista rilasciata a “Storia dell’arte” in tempo reale (e riportata per intero in fondo a questo articolo),

scaturisce da – e riflette – la società che le sta attorno. Si è distinta nel panorama artistico internazionale per essere in grado di assorbire e rispondere ai grandi cambiamenti della società. Dunque ha spesso funzionato come faro, come guida solida e presente anche nei momenti di grande incertezza. L’arte contemporanea può fornire delle lenti per guardare la realtà che ci circonda da una prospettiva differente: non si tratta di un impulso alla rappresentazione diretta, quanto di una lettura della realtà da un punto di vista diverso, unico e sorprendente.

Questa edizione si conferma infatti capace di indicare una nuova strada del pensiero. Il tema odierno è quello del post-umano, del ribaltamento della visione antropocentrica rinascimentale: la chiave proposta è quella di recuperare queste istanze contemporanee in quel mondo femminile disobbediente ai canoni generali e spesso trascurato dalla critica, mettendolo a confronto con artisti appartenenti a mondi, etnie, luoghi geografici lontani. Gli artisti ci consegnano oggetti, dipinti, sculture, installazioni capaci di indicarci una nuova strada, utilizzando la tecnologia, ampliando i confini della nostra percezione. Viene auspicata una nuova alleanza tra specie diverse, un mondo abitato da esseri ibridi in continua trasformazione. La tecnologia, con il suo potere invasivo, ha rotto i confini del corpo contribuendo a rompere quelli tra le specie. La genetica e la medicina ci regalano nuove possibili soggettività. L’arte ci fornisce la capacità di leggere i temi più attuali, dall’identità di genere al rapporto conflittuale tra uomo e natura, alla dialettica corpo-tecnologia.

La costruzione di tutta l’esposizione ruota attorno al libro di favole di Leonora Carrington Il latte dei sogni, che Cecilia Alemani ha scelto per raccontare il suo originale punto di vista critico. Ad accompagnare la costruzione di questo percorso ha contribuito il gruppo di architetti designer Formafantasma, che hanno realizzato una successione di spazi sia ai Giardini che all’Arsenale attraverso l’inserimento di cinque “capsule del tempo” che creano un parallelo tra il passato e il presente dei lavori in mostra. Parallelo che evidenzia un legame di continuità profonda e sostanziale tra tutti i viventi: quella relazione che lega tra loro tutte le specie, quella catena di metamorfosi che chiamiamo evoluzione. Concetto che abbraccia anche le immagini tra loro e le trasporta in nuovi tempi, in altre latitudini, in altri contesti. Le immagini, libere, si trasformano adattandosi, come le cellule riproduttive, ai tempi, ai luoghi, alle culture. Non si tratta di semplici citazioni ma di una nuova vita delle stesse, di una lenta ma continua trasformazione.

I premi assegnati in questa edizione del 2022 rispondono a un profondo cambiamento di sguardo. L’artista premiata con il Leone d’Oro alla carriera, Katharina Fritsch, apre il padiglione centrale ai Giardini, dove ha posto una grande elefantessa la cui potenza è amplificata dagli specchi posti ai lati della sala, proprio sotto la volta dipinta da Galileo Chini.

Katharina Fritsch, Elephant, 1987. Ph. Marco Cappelletti. Courtesy La Biennale di Venezia

Il Leone d’Oro di questa edizione è stato assegnato all’artista afroamericana Simone Leigh, che apre l’Arsenale con la presenza di una donna in bronzo senza occhi, altissima, possente, con una ampia veste e, nel padiglione degli Usa trasformato in una capanna, ha posto al centro una altra grande malinconica scultura di donna dai seni cadenti. Premi che ci consegnano una frattura tra l’immagine della donna, talvolta angelicata, oggi più aggressiva e in carriera e questa, simbolo di fecondità, di bellezza, fiera della propria cultura originaria: potenti ritratti, l’elefante da una parte e la donna nera dall’altra, che parlano di confronto con l ‘architettura, con la grandezza dell’universo, con la potenza degli esseri viventi a confronto con il cosmo.

Simone Leigh, Brick House, 2019. Ph Marco Cappelletti. Courtesy La Biennale di Venezia

Ai Giardini e all‘Arsenale, in un percorso molto ben allestito e facile da seguire, siamo immersi tra grandi dipinti, maestose sculture, video, splendidi oggetti artigianali dalle raffinatissime tecniche. Sarebbe impossibile porre l’attenzione su tutte le ricerche portate avanti; è importante segnalarne il legame che ne accomuna la visione.

Apre il percorso la capsula dal titolo “La culla della strega” con una serie di artiste e artisti di area surrealista, antesignani di movimenti di pensiero oggi portati avanti con diverse prospettive. Poetiche e drammi che rivelano battaglie culturali: alcune reinterpretano miti antichi, divinità antropomorfe, altre esaltano il corpo, luogo di battaglia per esaltare la femminilità.

La Culla della strega. Ph. Marco Cappelletti. Courtesy La Biennale di Venezia

Fra esse il lavoro di Leonora Carrington, che ha costruito un universo personale di mitologie, creando mostruose figure femminili. In Portrait of the Late Mrs Partridge, del 1947, ci mostra una donna con i capelli al vento che si accompagna a un enorme uccello blu. Una immagine bizzarra che sembra procedere, alta, capace di contrastare la natura avversa che la circonda.

Leonora Carrington, Portrait of the Late Mrs. Partridge, 1947. Ph. Marco Cappelletti. Courtesy La Biennale di Venezia

La francese Claude Cahun (in mostra Self portrait del 1928) realizza autoritratti attraverso performance che la vedono in vesti maschili. Anche l’argentina Leonor Fini, attraverso i suoi travestimenti, parla di reinventare le immagini già codificate. Nel dipinto L’Alcova del 1941 inverte i ruoli classici, rivolgendosi con ammirazione verso il corpo di un ragazzo che riposa in un boudoir. Florence Henry nelle sue foto del 1930, gioca con il proprio corpo che diventa un assemblaggio di segni smontati e rimontati. Di Meret Oppenheim, una tra le poche artiste immediatamente riconosciute dal movimento surrealista, è in mostra una stampa Der Spiegel der Genoveva del 1967, che rappresenta la strana metamorfosi di una figura femminile in un animale. Carol Rama è presente con il lavoro Appassionata del 1941, che si riferisce al suo passato tormentato dalle malattie mentali dei genitori; l’acquarello raffigura la crisi di identità dei pazienti di un manicomio. Mary Wigman è una figura rappresentativa della danza espressionista tedesca; nell’unico filmato di una sua performance del 1930 si pone come donna-strega, simbolo di una figura femminile indipendente e consapevole del proprio potere di seduzione. A confronto, citiamo il lavoro attuale della cilena Cecilia Vicuña, vincitrice dell’altro Leone d’Oro della Biennale, che crea opere dal forte senso di caducità, sculture create con materiali anche tecnologici di recupero, lasciate esposte agli agenti atmosferici. Parla con questi lavori della corrosione del tempo auspicando, in ritratti dai toni fantastici, una ribellione alla tradizione.

La capsula “Corpo orbita” ruota attorno a una famosa mostra dell’artista Mirella Bentivoglio dal titolo Materializzazione del linguaggio, della Biennale del 1978, che riuniva artiste che lavoravano con la Poesia Concreta e Visiva, e riunisce un gruppo di artiste per le quali la scrittura è una pratica del corpo e dello spirito. Molte di esse sono immerse nell’ambiente dello spiritualismo e realizzano quadri e disegni attraverso processi “automatici” che riescono a esprimere visioni, sogni e allucinazioni. Interessante il lavoro della romana Giovanna Sandri (1923-2002), molto sperimentale, che talvolta suggerisce un parallelismo tra poesia e osservazione astronomica: nel lavoro in mostra, Costellazione di lettere, vicino a sperimentazioni futuriste, taglia, storce, inclina i vari segni grafici creando uno spaesamento nell’osservatore. E a proposito di sperimentalismo, citiamo il lavoro di Carla Accardi e la sua ricerca di un stile astratto rinnovato che – negli anni Cinquanta – si apre all’ambiente e a nuovi supporti. A questo gruppo vengono avvicinate artiste dell’oggi che catturano frammenti di corpi inquietanti per la loro aggressività visiva come quelli della veneziana Chiara Enzo, o le foto diaristiche intime, scandalose e violente di Nan Goldin, che alla Biennale ha portato Sirens (2019-21) un omaggio a Donyale Luna, top model afroamericana morta per overdose. Il film è un montaggio di piccoli clip tratti da trenta film che mostrano l’euforia che circonda l’uso delle droghe. Le artiste inserite in questo gruppo sono fotografe, disegnatrici, pittrici gestuali, coreografe, musiciste, tutte desiderose di esplorare il corpo e l’animo femminile anche nei lati oscuri e grotteschi.

Nan Goldin, Sirens, 2019-2021. Ph. Marco Cappelletti. Courtesy La Biennale di Venezia

La capsula “Tecnologia dell’incanto” fa riferimento alla mostra “Arte programmata. Arte cinetica. Opere moltiplicate. Opera Aperta” organizzata da Bruno Munari nel 1962, che segnava una innovativa collaborazione con l’azienda Olivetti e offriva agli artisti la possibilità di usare le tecnologie allora nascenti per produrre arte. Le artiste di questa sezione usano materiali industriali: il neon per Laura Grisi, gli specchi per Nanda Vigo, le tavole magnetiche per Grazia Varisco servono a illustrare i confini tra tecnologia e umanità. Subiscono questa fascinazione oggi molte artiste contemporanee, tra cui l’americana Agnes Denes, una delle pioniere dell’arte concettuale e della Land Art, che denuncia da sempre le questioni ecologiche verso un futuro non più antropocentrico. Nelle stampe esposte in mostra visualizza la storia della tecnologia dai primi strumenti fino alle macchine del ventesimo secolo. Si rivolge ad ampliare il campo della scienza avvicinandolo a quello visivo per formare nuovi sistemi di linguaggio. Molte di queste artiste utilizzano il video che diviene centrale nelle espressioni creative di oggi. La danese Sisdel Meineche Hansen si focalizza sul tema delle immagini private che vengono incessantemente caricate sui social e sull’impatto che i mezzi fotografici, televisivi e digitali hanno sulle nostre vite: in mostra il video Maintenancer (2018) pone lo spettatore di fronte ai corpi creati e idealizzati per il consumo dimostrando il legame che unisce l’arte e il commercio anche del sesso.

All’Arsenale la capsula “Una foglia una zucca un guscio una rete una borsa una tracolla una bisaccia una bottiglia una pentola una scatola un contenitore” si riferisce nel titolo a un saggio del 1986 di Ursula K. Le Guin in cui la scrittrice sostiene come le prime creazioni dei nostri antenati siano stati proprio i contenitori per conservare i cibi insieme alle borse e alle reti per trasportarle.

Una foglia una zucca un guscio una rete una borsa una tracolla una bisaccia una bottiglia una pentola una scatola un contenitore. Courtesy La Biennale di Venezia

Qui la spagnola Marya Mallo, avvicinandosi a Dalì e al Realismo Magico, crea nature morte accattivanti e irreali che alludono agli organi sessuali femminili e al corpo delle donne. In mostra Naturalezza viva XIV, del 1943. Sophie Taubers-Arp, nata nel 1889, figura centrale del movimento dadaista, si pone l’obiettivo di oltrepassare il confine tra arte e artigianato. In mostra è presente una sua piccola borsa in stoffa, del 1920, con ricami di palline di vetro; l’artista crea anche opere tessili a dipinti geometrici con una attenzione al nascente movimento costruttivista. L’hawaiana Toshito Takaern crea opere lavorate al tornio o modellate a mano, oggetti riccamente decorati che sono simili a totem. Moons, del 2000, è composto da alcune sfere di gres decorate con tinte opache e lucide di colore blu e oro. Antropomorfi sono i vasi di ceramica, del 2021 circa, di Magdalena Odundo, di Nairobi, che riattiva la tradizione secolare che associa il corpo femminile all’architettura e ai recipienti; una perizia tecnica artigianale che trasforma la materia prima in lucidissime e magnifiche sculture rosso-arancio e nero, un lavoro sperimentale.

La capsula dal titolo “La seduzione del cyborg” propone la possibilità del corpo di ampliare i propri confini. Già nel 1985 Donna Haraway aveva proposto il termine cyborg per spiegare come i confini tra umano, animale e macchina fossero cambiati. Le artiste presenti in questa sezione creano immagini di se stesse generalmente tramite apparati tecnologici o materiali. Segnaliamo qui anche le Talking Dolls inventate da Edison nel 1877: manichini alti circa 60 centimetri con il volto in ceramica e un torace forato da cui usciva il suono; queste bambole sono veri e propri automi, che Edison toglierà però quasi subito dal mercato. Elsa von Freytag-Lorin Ghoven realizza foto che la ritraggono con il corpo addobbato con oggetti tecnologici trovati in giro, trasformando il corpo in un oggetto cyborg che non ha più identità di genere. Rebecca Horn realizza performance sul corpo trasformato da varie strutture di legno, metallo e tessuto che rappresentano una estensione nello spazio. Nell’opera in mostra Kiss of the Rhinoceros del 1989 riesce a rendere il movimento delle sue lunghe braccia in una figura cyborg; le due braccia culminano con corni di rinoceronti e quando si incontrano per creare un cerchio vengono attraversati da una scarica di elettricità. Rebecca Horn è riuscita in tale opera a contaminare la forma umana con quella animale e con quella dei pezzi meccanici.

Rebecca Horn, Kiss of the Rhinoceros, 1989. Ph. Roberto Marossi. Courtesy La Biennale di Venezia

Artisti e artiste attuali, scelti per questa sezione, utilizzano spesso nei loro lavori il video, ma anche cavi elettrici, microchip o strumenti elettronici, come l’etiope Elias Sime che dal 2017, attraverso il colore, copre materiali tecnologici, anche desueti, per evocare paesaggi, vedute naturali che parlano anche del lavoro dell’uomo. Di una nuova ecologia parla il giapponese Tetsumi Kudo, una ecologia in cui esseri umani, natura e tecnologia sono interconnessi; in mostra presenta Flowers (1967-1968), brillanti e fluorescenti fiori emblema di un mondo post-naturale. La britannico-croata Marianne Simnett, nel video in mostra The severed Tail del 2022, affronta il legame innegabile tra animali e umani con un gusto forte del macabro. Considera se stesso un cyborg l’americano Tishan Hsu, che nel suo Phone-Breath-Bed si focalizza su tecnologie biomediche che rendono le sue sculture, costruite con silicone e resine, spesso munite di membra fluttuanti e connesse con schermi, simili ad alieni.

Usciamo dall’Arsenale attraverso il giardino dell’inglese Precious Okoyomon che inserisce le sue sculture, composte di materiali in crescita e in decomposizione, in un giardino fatto di rocce in cui c’è l’acqua, ci sono fiori, animali, piante rampicanti. Le piante sono infestanti, crescono in abbondanza e vogliono parlare di un errato uso degli elementi naturali, arrivando a contaminare tutto l’ambiente circostante: allo stesso tempo nell’installazione la vita continua a crescere, tanto che sembra che vi siano rinate le farfalle.

Tra le maestose presenze di sculture, dipinti, oggetti spicca una serie di grandi lavori eseguiti attraverso ricami, spesso dai colori accesi, dalla fattura ordinata e quasi ossessiva. L’innovazione artistica del drapo Vodou dell’haitiana Myrlande Constant ha modificato profondamente il modo in cui l‘arte sacra del suo paese viene recepita, cercando di cambiare la tradizione con l’accorgimento di sostituire gli abituali lustrini con perline di vetro; le composizioni piene di folle animate realizzate al computer e poi apposte sulle tele uniscono elementi della cultura contemporanea con quella haitiana. Le gigantesche opere in tessuto della tunisina Safia Farhat hanno il desiderio di rendere omaggio a una tradizione fondata sul lavoro delle donne. Gli arazzi di Igshaan Adams, dalle grandi dimensioni, sono ispirati ai disegni dei pavimenti delle case tunisine e sono cuciti con frammenti di legno e plastica, perline, conchiglie, filo e corda: tutti elementi legati al commercio delle materie prime dell‘Africa post-coloniale. Le linee bianche che attraversano l’arazzo del 2021, presente in mostra, descrivono il lungo cammino necessario agli abitanti, in anni di segregazione razziale, per raggiungere il posto di lavoro, ma allo stesso tempo parlano di un segno di vitalità. La cilena Violeta Parra, cantautrice scomparsa nel 1967, è presente con una serie di monumentali arazzi che rappresentano donne, uomini, animali radunati in festose scene corali, feste tradizionali, nelle quali emergono anche denunce di possibili soprusi; in mostra El circo del 1961.

Violeta Parra, El Circo, 1961 (dettaglio). Ph. Roberto Marossi. Courtesy La Biennale di Venezia

I grandi quadri a maglia di Rosemarie Trockel, con filati multicolori realizzati negli anni Ottanta, esprimono l’intenzione di sollevare temi legati al lavoro delle donne. Opere tutte che rimandano ai complessi lavori di Alighiero Boetti, che l’artista faceva ricamare dalle donne afgane e che creavano un profondo legame tra le diverse culture parlando di vita e di morte, di geografia e di politica, mostrando il significato profondo legato all’azione di “tessere”, di riunire gli esseri di tutte latitudini e di tutti i tempi.

Vi sono alcuni video di grande fascino sparsi tra i Giardini e l’Arsenale, spesso legati al tema della metamorfosi. Thao Nguyen Phan mescola mitologia e temi politici; nel video in mostra, First Rain, Brise-Soleil del 2021, racconta episodi della storia feudale vietnamita associati al dominio statunitense ma, parlando delle donne, affronta anche temi d’amore. L’artista palestinese Noor Abuarafeh narra mitologie poetiche e storie create dal desiderio di conservarne e salvaguardarne solo alcune parti e mette questa volontà a confronto con la costruzione di musei e giardini zoologici per la volontà di evidenziare solo una parte della realtà. Un mezzo, quello del video, che ben più della scrittura ha dato la possibilità agli artisti e alle artiste di fare luce sui meccanismi di potere, ma anche sui complessi meandri del pensiero.

Al di fuori, nel padiglione belga, l’uso di tanti video che Francis Alÿs ha intrecciato fra loro sul tema dei giochi dei bambini, offre altre possibilità a questo mezzo. Alcuni giochi sono semplici, come quello della corda, quello del pallone, altri più audaci, come l’infilarsi in mezzo a un copertone e lanciarsi in una velocissima discesa. Lo sguardo sulle capacità di vivere anche in situazioni disagiate, tema trattato molte volte da Alÿs, serve a sottolineare come alcune situazioni conflittuali si ripetono in tutte le latitudini e in tutti i tempi; ma uno sguardo nuovo, giovane, senza pregiudizi può fare la differenza trasformando il disagio in speranza.

La mostra nella sua complessità si pone come momento di svolta nel panorama artistico. La sua originalità si basa sull’aver tolto all’arte una sacralità sempre presente, soprattutto in Italia, un paese che ha avuto Raffaello e Michelangelo, le grandi decorazioni dei palazzi monumentali, una propensione al guardare in alto, e si rivolge a parlare della quotidianità, della grandezza del tempo al presente. Con questo sguardo è possibile far emergere i desideri e le problematiche della vita che avvicinano le battaglie identitarie del passato alle problematiche del post-colonialismo dei nostri giorni. Cecilia Alemani – ancora nell’intervista riportata di seguito – sottolinea come

l’arte contemporanea, quando efficace, possa fornire delle lenti per guardare la realtà che ci circonda da una prospettiva differente: non si tratta tanto di impulso alla rappresentazione diretta, quanto di una rilettura della realtà da un punto di vista diverso, unico e sorprendente.

Nel catalogo infatti, come già ricordato, viene citato un saggio di Ursula K. Le Guin del 1986 dal titolo The Carrier Bag Theory of Fiction, ipotizzando come la capacità di invenzione umana nasca dagli atti di raccolta e di cura, in genere trascurati dalle narrazioni eroiche. Ci esorta, attraverso questo saggio, a riconoscere che le storie non sono prometeiche né apocalittiche, ma piuttosto dei recipienti che aprono spazi all’espressione della vita. Cade così anche quella connotazione di etnicità legata ad alcune esperienze che sembrano muoversi tra arte e artigianato, ponendo l’evidenza su tutte le sperimentazioni sia quelle squisitamente territoriali, fuori del mondo occidentale, sia sulle ricerche identitarie delle donne del secolo scorso.

È vero, si parla molto delle donne, quelle che tessono, che preparano i cibi, che creano rimedi naturali per la guarigione, molte che in tempi precoci hanno perseguito con tutti i mezzi la volontà di essere se stesse, ma si parla molto anche di un nuovo rapporto con le altre specie e con la natura, e si pone attenzione alle conquiste tecnologiche; ma la vera protagonista di questa edizione della Biennale è soprattutto l’arte della vita, quell’arte che, attraverso le sue continue metamorfosi, è l’unica che ci appartiene.

INTERVISTA CON LA CURATRICE CECILIA ALEMANI
(novembre 2021)

Maria Grazia Tolomeo: Leggendo il titolo della Biennale del 2022 da lei curata, “Il latte dei sogni”, dal libro di Leonora Carrington, entriamo subito nel tema che lei propone: qual è l’attualità del Surrealismo rivisitato al femminile?

Cecilia Alemani Il surrealismo è stato uno dei movimenti più trasformativi del Novecento: l’apertura a forze irrazionali, l’interesse per l’inconscio e per la dimensione onirica, l’idea di automatismo sono tutti concetti che penso siano ancora rilevanti al giorno d’oggi. Il surrealismo ahimè era anche però un movimento estremamente sessista e discriminatorio, che vedeva la donna come oggetto, come femme fatale, ma questo non significa che non ci fosse un gruppo di donne che, molto spesso indipendentemente dai propri colleghi maschi, usassero strumenti e metodologie simili ma per ritrarre una figura femminile completamente indipendente ed emancipata. Leonora Carrington è esempio perfetto di questa attitudine. Per i pochi che la conoscono una delle prime cose che si dice di lei è che sia stata compagna del famoso Max Ernst (per circa 3 anni). Ma in realtà la Carrington è stata un’artista molto più sofisticata e completa, che ha lavorato indipendentemente per oltre 60 anni in Messico, e che è ben più che “la moglie di”. Purtroppo si fa ancora fatica a distanziarsi da una narrazione così riduttiva.

MGM L’utilizzo dell’immaginario femminile è la chiave anche per sviluppare un nuovo rapporto con il mondo e quindi con la natura?

CA Non so bene cosa intenda per “immaginario femminile”: molte di queste artiste surrealiste avrebbero aborrito questa etichetta! La mostra Il latte dei sogni prende Leonora Carrington e altre figure a lei vicine come compagne di un viaggio attraverso l’immaginario della metamorfosi e della trasformazione dei corpi. Sono temi che a mio avviso vanno ben oltre la dicotomia maschile e femminile, e in un certo senso si soffermano proprio su quel confine labile e fluido tra questi due poli.  

MGM Leggendo alcune sue dichiarazioni mi è parso di capire che l’arte secondo lei è una lente per realizzare una visione che rappresenti la realtà contemporanea. Come funziona questa comprensione? Se non è illustrazione, qual è l’attività che il fruitore deve mettere in campo per usufruire di questa lente?

CA Penso che l’arte contemporanea, quando efficace, possa fornirci delle lenti per guardare la realtà che ci circonda da una prospettiva differente: non si tratta tanto di un impulso alla rappresentazione diretta, quanto una rilettura della realtà da un punto di vista diverso, unico e sorprendente.

MGM Il mondo contemporaneo sta vivendo cambiamenti radicali con risvolti anche drammatici. Perché è così centrale oggi un tema classico come quello della metamorfosi?

CA Il tema della metamorfosi ha occupato le menti di artisti, scrittori e poeti per millenni. Ho voluto utilizzare la metamorfosi come metafora per un viaggio attraverso le trasformazioni dei corpi, sia fisiche sia simboliche, che la nostra generazione sta vivendo.

MGM Qual è il criterio con cui ha selezionato e selezionerà i lavori da portare in mostra a Venezia?

CA In questi mesi durante la pandemia, ho incontrato centinaia di artiste e artisti, la maggioranza dei quali via zoom. È stato un processo complesso, non poter essere fisicamente nel loro studio… ma allo stesso tempo sono riuscita ad avere conversazioni molto intime e personali, forse perché non c’era la pressione di avere un estraneo nello studio. Ho cercato di distillare le loro preoccupazioni principali nei temi della mostra, in particolare domande esistenziali che sembrano ripetersi a tante latitudini del mondo: come sta cambiando la definizione di vita? Come cambiano i corpi sotto la pressione della tecnologia da un lato, e con i grandi cambiamenti della terra dall’altro? Cosa ci distingue da altre specie con cui condividiamo questo pianeta? E come sarebbe il mondo senza di noi? Mi interessa portare a Venezia un gruppo di artiste e artisti che sappiamo articolare questi quesiti in modo generativo, e non solo illustrativo, con opere che parlino di oggi ma anche di una prospettiva esistenziale più vasta.

MGM Qual è la valenza sociale e pubblica di una mostra come la Biennale di Venezia?

CA La Biennale di Venezia è una delle mostre più importanti al mondo e come tale scaturisce da e riflette la società che le sta attorno. Nei suoi 126 anni di esistenza, La Biennale di Venezia si è distinta nel panorama artistico nazionale e internazionale come una istituzione in grado di assorbire e rispondere ai grandi cambiamenti della nostra società. L’anno scorso abbiamo organizzato una mostra dal titolo Le Muse Inquiete. La Biennale di Venezia davanti alla storia: una mostra interdisciplinare co-curata dalle 6 direttrici e direttori di settore in collaborazione con l’archivio ASAC che ha fatto proprio questo: ha ripercorso la storia della Biennale di Venezia in quei momenti in cui si è confrontata, e alle volte scontrata, con la grande Storia, tra guerre, fermenti sociali e grandi trasformazioni politiche. Penso che la valenza simbolica di questa istituzione vada ben oltre le singole mostre: nei decenni passati la Biennale ha spesso funzionato come faro, come guida solida e presente anche nei momenti di grande incertezza storica.

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