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Alessandro Tiarini nella chiesa dell’Annunziatella a Roma. Nuovi documenti sull’Estasi di san Luigi Gonzaga*

Jasmine Habcy

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Jasmine Habcy

JASMINE HABCY

Un’attribuzione discussa. Alessandro Tiarini nella chiesa romana dell’Annunziatella

Roma ospita circa una dozzina di opere del pittore bolognese Alessandro Tiarini (1577-1668)1Benati 2001, II, p. 236.; tra di esse è opportuno ricordare almeno il Giudizio di Salomone della Galleria Colonna, esposto nella Sala della Cappella, e il pendant con Achille e le figlie di Licomede e La morte di Priamo di Palazzo Barberini. Ma i suoi dipinti non sono conservati esclusivamente nei musei e nei palazzi della città pontificia: nella chiesa dell’Annunziatella, presso l’Ardeatina2Cfr. Armellini 1942, II, pp. 1134-1135. La chiesa fu consacrata il 12 agosto del 1220 sotto papa Onorio III e venne ridotta alla forma attuale dal cardinale Francesco Barberini (1597-1679), protettore dell’Arciconfraternita del Gonfalone da cui la chiesa dipendeva. Era visitata soprattutto dai pellegrini che percorrevano la cosiddetta Via delle Sette Chiese e per questo motivo annesso alla chiesa vi era un ospedale di ricovero, è esposta alla venerazione una sua pala raffigurante l’Estasi di san Luigi Gonzaga (Fig. 1), sulla quale, allo stato attuale degli studi, scarse sono le notizie.

FIG. 1. Alessandro Tiarini, L’estasi di san Luigi Gonzaga, olio su tela, quarto decennio del XVII
secolo, Roma, Chiesa dell’Annunziatella.

Figlio primogenito di Ferrante Gonzaga, il santo rinunciò al titolo di marchese di Castiglione delle Stiviere3Ramo cadetto dei Gonzaga. Cfr. Marocchi 1996. per entrare a diciassette anni nel Collegio Romano dei Gesuiti, dedicando la sua breve vita all’assistenza dei più bisognosi. Morto di peste nel 1591 a soli ventitré anni, Luigi venne beatificato da papa Paolo V nel settembre del 1605. Nel dipinto in esame egli è raffigurato in ginocchio con l’abito gesuita mentre, sorretto da un angelo, cade in contemplazione estatica di Cristo che, avvolto in un ampio panno azzurro, gli appare in un’atmosfera irradiata di luce divina, affollata da angioletti festanti, uno dei quali regge il giglio, attributo del santo.

Per prima Angela Negro ha portato all’attenzione degli studiosi la pala d’altare, attribuendola al fiorentino Ottavio Vannini (1585-1643) riscontrandovi in nuce elementi poi propri della maturità dell’artista, tra i quali «la sapienza della costruzione e l’uso accorto degli sfumati», che «si coniugano con una policromia fredda, sui toni del grigio e dell’azzurro, ed un fare disegnativo nitido e scandito». 4Negro 1994, p. 73.. La corretta attribuzione ad Alessandro Tiarini è merito di Angelo Mazza 5Mazza 1997, p. 91.ma, tanto su di essa quanto nei confronti della proposta in favore di Vannini, Emilio Negro e Nicosetta Roio hanno espresso non pochi dubbi. Gli studiosi relegano infatti le somiglianze con lo stile dell’artista bolognese, rintracciabili in alcuni angioletti della parte superiore, alla «generale impronta passignanesca»6Alessandro Tiarini 2000, p. 299. dell’opera, nella quale individuano anche affinità con la scuola veronese, avanzando il nome di Alessandro Turchi (1578-1649)7Per approfondire la vita e l’attività del pittore si veda: Scaglietti Kelescian 2019.a cui peraltro sono state attribuite sia opere di Tiarini che di Vannini.

Quanto alla datazione della pala, i due studiosi nutrono perplessità circa l’appartenenza alla fase giovanile di Tiarini, così come a quella centrale della sua produzione, ipotizzandone, pur con qualche esitazione, una datazione agli ultimi decenni di attività. Marzia Faietti 8Faietti 1999, p. 130. ha proposto di collocare il dipinto tra le prime opere del Tiarini, rilevando nel suo stile un riflesso del giovanile viaggio a Roma compiuto da Alessandro in compagnia del maestro, Domenico Cresti detto il Passignano (1559-1638), «l’ultima volta» 9La notizia si trova in Malvasia 1678, II, p. 207. che egli vi si era recato, verso la fine del 1605, rafforzando, per giunta, l’ipotesi di un rientro a Bologna successivo al 1606 10Massimo Pirondini ed Emilio Negro ipotizzano il rientro in patria del pittore nel 1607, così come Barbara Ghelfi colloca il suo ritorno nello stesso anno (Negro, Pirondini 1994, p. 295; Alessandro Tiarini 2000, p. 28; Ghelfi 2002, p. 214); Daniele Benati specifica che la decisione di stabilirsi definitivamente a Bologna debba precedere di poco il 1612, ovvero nel momento in cui Tiarini prese in moglie Caterina Bargellini e andò ad abitare con lei nella casa di via delle Tovaglie (Benati 2001, I, p. 42).. Daniele Benati ha ribadito l’attribuzione dell’opera all’artista bolognese, sostenendo con fermezza una datazione entro gli anni Quaranta, periodo in cui Tiarini «sfuma la pennellata, schiarendo e raffreddando i toni, sull’onda dell’ascendente reniano» 11Benati 2001, II, n. 291.. Alcuni documenti inediti conservati presso l’Archivio Storico Comunale di Novellara permettono di arricchire le scarse notizie note e di formulare alcune ipotesi sul contesto di provenienza dell’opera, precisando le circostanze del suo arrivo a Roma e dissipando ogni dubbio residuo di carattere attributivo.

Alfonso II Gonzaga conte di Novellara. Il modus operandi di un committente esigente 

L’Estasi di san Luigi Gonzaga fu sottoposta per la prima volta all’attenzione di Alfonso II (1616-1678) l’8 novembre 1667, da Bologna. Il conte di Novellara, esponente di un ramo cadetto della dinastia dei Gonzaga dunque non discendente dalla linea primogenita 12Per approfondire la storia dei Gonzaga di Novellara si veda: Davolio 1825; Rombaldi 1967; Barilli 1992; Barilli 1993; I Gonzaga a Novellara 1997; Barilli 2010., governò il piccolo stato signorile dal 1650 al 1678. In questi anni Alfonso II contribuì in modo significativo alla crescita, anche artistica, del paese. Interessato tanto alla pittura contemporanea (dalla veneta, romana e lombarda alla fiamminga, tedesca e francese) quanto alle arti minori, egli accrebbe notevolmente la collezione di famiglia, i cui numerosissimi pezzi trovavano posto nelle stanze della Rocca, dimora principale dei Gonzaga, e in quelle del Casino di Sotto e del Casino di Sopra, residenze di villeggiatura. In particolare, al primo piano del Casino di Sotto Alfonso II diede corpo ad una preziosa galleria che arricchì di pitture e di statue. Ma i suoi interessi collezionistici non si rivolgevano solamente ai dipinti e alle sculture, opere peraltro legate a nomi di grande rilievo 13In particolare, nelle raccolte di Filippo Alfonso (1700-1728), ultimo conte di Novellara, «si contavano mille e sei quadri d’ogni sorta, senza computare le statue e busti di marmo fini, e senza i disegni de’ Primi Pittori d’Italia, che riempivano due gabinetti, fra i quali ve n’erano cinquanta del Correggio, e 100 di Lelio Orsi» (Davolio 1825, II, p. 196); vi erano poi opere attribuite a Reni, al Parmigianino, a Guercino, a Bassano, a Veronese, a Leonardo, Raffaello, Tintoretto, Tiziano, Giorgione, Dossi, Brill, Annibale e Ludovico Carracci, Salvator Rosa, Palma il Vecchio e il Giovane, e molti altri, come emerge dalla documentazione ancora per la maggior parte inedita.. Dagli inventari, infatti, è possibile attestare un elevato numero di vetri, mobili pregiati, incisioni, gioielli, argenterie, avori, libri, ceramiche, incunaboli, medaglie, arazzi, carrozze, lettighe e strumenti musicali. Da questi documenti, per la maggior parte inediti, emerge così la ricchezza di questa casata e la sua importanza tutt’altro che secondaria nell’ambito della storia della committenza e del collezionismo delle corti padane in età moderna, di cui l’Archivio Storico Comunale di Novellara conserva e tramanda la memoria 14Per approfondire le vicende dell’Archivio Storico Comunale di Novellara si veda: Bodo, Tonini 1997. Un progetto per la valorizzazione dell’immenso patrimonio archivistico ivi conservato è presentato in: Veratelli, Habcy 2020..

Nel novembre del 1667 la tela si trovava dunque a Bologna, dove Antonio, figlio di Alessandro Tiarini, pregava il signor Giuseppe Maria Abbati di trovare un acquirente per un quadro rappresentante una visione del Beato Luigi Gonzaga. L’Abbati scrisse ad Alfonso II, assicurandogli essere un’opera meritevole. Gli inviò le misure, anticipando anche informazioni circa la convenienza del prezzo, sicuramente confermabile da qualunque perito 15 Cfr. Appendice Documentaria, [Doc. 1].. Il documento è innanzitutto testimonianza del modus operandi di Alfonso II in qualità di committente: prima dell’acquisto, se possibile a buon mercato, il conte desiderava sempre vedere le opere personalmente oppure, in caso d’impossibilità, richiedeva perizie e valutazioni a esperti d’arte. Inoltre, esso porta alla luce nuove informazioni sulla biografia di Antonio Tiarini (1615-1703), della quale poco si conosce. Malvasia lo definisce infatti «sufficiente pittore» 16Malvasia 1678, II, p. 188. e ne ricorda l’attività di incisore17Sulla base di invenzioni fornite dal padre, gli spetterebbero un Sogno di Giuseppe e un Sant’Antonio da Padova (Malvasia ante 1678, ed. 1983, p. 312). Secondo Daniele Benati è poi da identificare in Antonio il figlio al quale Alessandro aveva chiesto di eseguire una copia dal presunto dipinto caravaggesco posseduto dal signor Legnani (Benati 2001, I, p. 166; Negro, Pirondini 1994, p. 306 nota 128).. Documentato presso il padre negli Stati delle anime dal 1659 al 1662, e dal 1664 al 1666 18Alessandro Tiarini 2000, p. 64 nota 337. egli probabilmente rientrò in famiglia a seguito della morte del fratello Francesco, avvenuta il 12 maggio 1658. Come si evince dalla lettera, alla fine del 1667 era ancora a Bologna, impiegato nel ruolo di scalco del legato della città, allora il cardinale Carlo Carafa (1611-1680)19Raffaeli Cammarota 1976; Weber 1994, p. 148. rimanendo evidentemente in rapporti con il padre nell’ambito della vendita delle sue opere.

Parlando esclusivamente di Antonio in qualità di intermediario, il documento non esplicita l’autore dell’opera. La conferma del nome di Alessandro Tiarini deriva dalla lettera indirizzata a Novellara poche settimane dopo da Bernardino Sartorelli 20[1] Cfr. Appendice Documentaria, [Doc. 2].. Egli, forse dopo una segnalazione sulla pala d’altare da parte dell’Abbati a seguito di una mancata o negativa risposta, la ripropose ad Alfonso II con maggior dovizia di particolari sull’iconografia e sul costo. La precisa descrizione permette di identificare con certezza la tela con quella dell’Annunziatella a Roma e la paternità del Tiarini, qui chiaramente indicata, consentendo di reintegrare definitivamente l’opera al catalogo dell’artista21Dopo la monografia di Daniele Benati, scritta con la collaborazione di Barbara Ghelfi, che conduce uno studio completo sulla figura di Alessandro Tiarini, diversi sono i recenti contributi che hanno arricchito ulteriormente il catalogo dell’artista: Crispo 2002, Ghelfi 2002, Bigi Iotti, Zavatta 2004, Crispo 2004, Brighi 2007, Pirondini 2009, Gallo 2015.. Le informazioni che emergono dal documento inducono alcune riflessioni circa la cronologia della pala: escluso dunque che essa sia stata eseguita e collocata nella chiesa in occasione del giovanile viaggio romano in compagnia del maestro, è verosimile che l’opera possa essere stata realizzata nel periodo tardo del pittore, poiché in circolazione sul mercato artistico negli anni Sessanta. Inoltre, è poco probabile che la tela sia stata eseguita in concomitanza alla stesura delle lettere, considerando la lunga fase di inattività di Tiarini dovuta alla progressiva perdita della vista e alla paralisi che lo costrinse a letto fino alla morte, sopraggiunta nel 1668.

I due San Luigi Gonzaga e l’arrivo del dipinto a Roma

Stando ai documenti, è possibile anche analizzare il collegamento tra l’opera in esame e quella di analogo soggetto realizzata per i gesuiti di S. Bartolomeo a Modena nel 1654, in seguito perduta 22Alessandro Tiarini 2000, p. 326 n. 241; Benati 2001, II, p. 195 Op. 135.. Un San Luigi Gonzaga è infatti ricordato come opera di Francesco Tiarini in una lettera di Giovanni Battista Manni scritta da Modena il 15 giugno 1654 al conte di Novellara 23«Il Sig. Francesco Tiarino Pittore venuto a Modana per mettere al suo altare il quadro del B. Luigi […]. L’ho pregato a portar seco il disegno del S. Luigi, la faccia del quale colorita nel quadro vi è chi dice rassomigli assai il volto di Vostra Eccellenza più giovine». (Carteggio pittorico tratto dagli originali esistenti nell’Archivio segreto di Novellara, di Correggio e in altri luoghi, Reggio Emilia, Biblioteca Municipale, Mss. Turri C 127, lettera CXXXV, fine sec. XIX, c. 62r; pubblicata in Campori 1855, pp. 463-464). In realtà, dalla lettera si deduce che a Francesco spetta certamente il trasporto della pala, ma non si fa riferimento ad una sua autografia.. Sia Malvasia24Malvasia 1678, II, p. 201. che Lazarelli25Lazarelli 1714, ed. 1982, p. 31. dal quale si ricava che il dipinto era destinato alla chiesa di S. Bartolomeo, attribuiscono però l’opera ad Alessandro, mentre il Pagani 26Pagani 1770, p. 65. ricorda nella chiesa modenese una tela con il medesimo soggetto ma del pittore bolognese Giuseppe Maria Crespi (1665-1747) e datata 1726-172727Merriman 1980, p. 268 n. 126.che probabilmente sostituì l’opera del Tiarini. Allo stadio attuale delle ricerche, si propone di escludere che la pala modenese coincida con l’Estasi di San Luigi Gonzaga oggi a Roma.

La scoperta di un altro documento consente, infatti, di far luce sull’esito del negozio e sulle circostanze dell’arrivo della tela nell’Urbe. Il 19 luglio del 1668, Bernardino Sartorelli scriveva ad Alfonso II 28Cfr. Appendice Documentaria, [Doc. 3]. per sollecitarlo ancora una volta ad acquistare la pala: in attesa di una risposta da parte del conte, egli lo informava di aver comprato il dipinto indipendentemente dalla risposta positiva o negativa del suo interlocutore, poiché offertogli ad un prezzo ancor più conveniente di quello stipulato inizialmente, sul quale era peraltro già stato applicato uno “sconto”. Inoltre, venuto a conoscenza del fatto che Alfonso II stava lavorando alla chiesa dei Gesuiti, Sartorelli gli avrebbe volentieri ceduto la pala d’altare con il san Luigi Gonzaga per collocarvela all’interno29Profonda era la devozione verso il santo, il quale venne a Novellara in visita ai conti suoi parenti. Riporta infatti il Davolio, riferendosi a Camillo I Gonzaga (1521-1595): «Più volte fu visitato in Novellara da S. Carlo Borromeo, e da S. Luigi Gonzaga suoi parenti, e da diversi Principi e Cardinali. Sopra la Spezieria del Collegio Gesuitico esiste una camera detta di S. Luigi, perché in essa albergò questo Santo la seconda volta che venne a Novellara, il che accadde nell’autunno del 1589» (Davolio 1825, I, p. 202). Detta camera fu sempre conservata intatta dai suoi successori, ad onore e venerazione del santo.. Nel frattempo, il Sartorelli si trovava a Roma dove aveva portato con sé l’opera. Dalla lettera è possibile determinare che essa vi giunse nel 1668 e che, se la risposta del conte fosse tardata ad arrivare, il Sartorelli avrebbe chiuso il negozio. Effettivamente pare che il dipinto non abbia mai fatto ritorno dalla città pontificia, in quanto dalla documentazione consultata non emergono ulteriori notizie relative. Trovandosi a Roma dal 1668, si desume che questa Estasi di san Luigi Gonzaga non sia quella che il Lazarelli poteva ancora vedere nel 1714 nella chiesa gesuita di Modena; va forse quindi riconsiderata, stando alla sopra citata testimonianza di Giovanni Battista Manni, la possibilità che il perduto dipinto modenese costituisse una rara testimonianza pittorica di Francesco Tiarini, descritto da Malvasia solo come «soave musico» 30Malvasia 1678, II, p. 188..

La nuova chiesa dei Gesuiti a Novellara come possibile destinazione dell’opera

Rifacendosi all’ultima lettera presa in esame, è possibile dedicare un breve approfondimento alla chiesa novellarese dei padri Gesuiti, i quali si stabilirono in città a partire dal 157131I Gesuiti rimasero a Novellara per 203 anni, contribuendo in modo significativo allo sviluppo del piccolo stato signorile come importante centro di vita religiosa e culturale. Per approfondire l’attività dei Gesuiti a Novellara e le vicende della Casa di Probazione si veda: Ciroldi 2011; Fabbrici 1972. In particolare, il ruolo significativo ricoperto dalla Spezieria, aperta poco dopo la creazione del convento, è analizzato da: Barilli 2004; Ciroldi 2003; Ravanelli Guidotti 1994..Nel corso delle ricerche sono emersi documenti che gettano nuova luce sulle vicende della sua commissione e realizzazione. In particolare, due furono le chiese dei Gesuiti erette a Novellara, di cui oggi non resta alcuna traccia: la costruzione della prima, voluta dal conte Camillo I Gonzaga (1521-1595), fu avviata nel 157032Risale al 28 aprile 1570 il primo contratto d’opera tra Camillo I e il mastro muratore Francesco de’ Vincenzi da Lugano detto Barbone per la costruzione della chiesa e del convento, sulla base del disegno fornito dall’artista Lelio Orsi (1511-1587) e progettato sotto la vigilanza dell’architetto dell’Ordine, Giovanni Tristano. Cfr. Ciroldi 2011, pp. 114-115., contemporaneamente a quella dell’annessa Casa di Probazione 33La fondazione della Casa di Probazione dei Gesuiti di Novellara fu concessa da padre Francesco Borgia (1510-1572), preposito generale della Compagnia. Il primo rettore fu Antonio Valentini (1540-1611). che costeggiava l’odierno Viale Roma. La chiesa fu consacrata e benedetta il 1° novembre dell’anno successivo: dedicata al Salvatore, presentava una facciata orientata a ponente e sorgeva all’estremità occidentale del convento, con la fronte d’ingresso rivolta verso l’attuale stazione ferroviaria. Identico orientamento ebbe la seconda chiesa, costruita sullo stesso sito della precedente. Il grande prestigio di cui godevano i padri Gesuiti, che la rese troppo piccola rispetto alle necessità delle funzioni liturgiche sempre più affollate, e l’urgenza di radicali restauri portarono infatti alla sua demolizione nell’ottobre del 169134Battistoni 1675-1740, anno 1691, anno 1721.. Otto anni dopo, il 15 luglio 1699, il conte Camillo III Gonzaga (1649-1727), figlio di Alfonso II, pose la prima pietra del nuovo edificio, anch’esso dedicato al Salvatore e benedetto il 30 luglio 172135Il padre Giovanni Veneziani, rettore della Casa di Probazione dal 1699 al 1702, fondò la nuova chiesa avvalendosi dell’architetto reggiano Prospero Mattioli (1660 ca. – 1720 ca.). Cfr. Battistoni 1675-1740, anno 1699. La convenzione stipulata tra i Gesuiti e Prospero Mattioli per la fabbrica della chiesa è conservata in ASMo, Corporazioni religiose, Compagnia di Gesù, Collegio di Novellara, filza XXIII, c. 39 (Novellara, 27 aprile 1700). Una dettagliata descrizione dei fondi documentari che formano l’archivio del Collegio di Novellara, conservato nell’Archivio di Stato di Modena, è fornita da Bondavalli 2003. La chiesa fu demolita nel 1808 dall’architetto bolognese Antonio Ungarelli. Cfr. Davolio 1825, III, p. 47.. Come nella prima chiesa, la facciata principale era rivolta ad occidente, mentre l’ingresso secondario a mezzogiorno, lungo Viale Roma.

Se i lavori di costruzione della nuova chiesa, durati oltre vent’anni, furono condotti sotto il governo di Camillo III, la documentazione rinvenuta nell’Archivio Storico Comunale di Novellara dimostra che già suo padre Alfonso II avrebbe voluto demolire la vecchia chiesa per costruirne una nuova. Il progetto del conte era ambizioso: era infatti suo proposito anche «voltare tutta la Casa al rovescio di quella che ella è»36Cfr. Appendice Documentaria, [Doc. 4].. Si rendeva quindi necessario redigere un progetto della chiesa e della Casa di Probazione, al fine di ottenere l’approvazione da parte del padre Generale, nonché trovare un bravo architetto che potesse occuparsi dei lavori. In particolare, questi prevedevano prima la costruzione della nuova chiesa, utilizzando i materiali della precedente e, successivamente, la completa riedificazione del convento. Dalla documentazione emerge però come la questione di maggiore urgenza ed importanza fosse il rifacimento dell’edificio di culto, probabilmente per le ragioni suddette, e che il ribaltamento della casa corrispondesse in realtà ad un obiettivo dal quale il gesuita Giovanni Battista Manni cercava di far desistere Alfonso II. Il conte era infatti intenzionato a creare una «habitatione più aggiustata per gli novitii»37AGN, Corrispondenza, busta 304. Bologna, 6 febbraio 1668. Lettera di Alessandro Zampi, già rettore della Casa di Novellara, ad Alfonso II Gonzaga. Il suo successore fu Taddeo Rondanini: il primo dicembre del 1667 egli informa il conte di essere stato destinato dai superiori ad assumere la carica di rettore della Casa di Probazione e di maestro dei novizi (AGN, Corrispondenza, busta 301. 1° dicembre 1667. Lettera di Taddeo Rondanini ad Alfonso II Gonzaga). Queste informazioni conducono a rivalutare l’elenco dei rettori stilato da Sergio Ciroldi, il quale riporta che il genovese Giuseppe Imperiali ricoprì tale carica dal 1661 al 1678. Cfr. Ciroldi 2011, pp. 85-86. In particolare, l’elenco completo dei rettori della Casa di Probazione è conservato in ASMo, Corporazioni religiose, Compagnia di Gesù, Collegio di Novellara, filza XXI, c. 48.nell’arco di un anno ma la sua fretta, come del resto la carenza di fondi, non ne agevolavano la riuscita38Cfr. Appendice Documentaria, [Doc. 5]. In realtà, nel 1668 Alfonso II avviò una serie di interventi di restauro e probabilmente anche di ampliamento del Noviziato, i quali però non erano ancora terminati nell’ottobre del 1671. Tali lavori, culminati alla fine del Seicento con l’edificazione della nuova chiesa da parte di Camillo III, non sembrano corrispondere al completo ribaltamento della Casa, ma piuttosto a interventi volti a migliorarne gli ambienti (ASMo, Corporazioni religiose, Compagnia di Gesù, Collegio di Novellara, filza XXV, c. 192). Tuttavia, una mappa conservata presso l’Archivio di Stato di Modena e raffigurante la pianta del Noviziato di Novellara (ASMo, Corporazioni religiose, Compagnia di Gesù, Collegio di Reggio, filza LXIX, “Dissegni diversi”), illustra il rovesciamento non solo della casa, ma anche della nuova chiesa, la cui facciata principale risulta orientata non più verso l’attuale stazione ferroviaria, ma verso l’odierno Viale Roma, costeggiando la via oggi dedicata ad Andrea Costa. Come abbiamo visto però, le fonti parlano di una chiesa costruita sullo stesso sito della precedente e con lo stesso orientamento. Inoltre, non riportano l’avvenuto ribaltamento della Casa di Probazione. Si tratta di un progetto mai realizzato, forse fatto eseguire da Alfonso II o, in seguito, dal figlio Camillo III nel tentativo di realizzare le volontà del padre. Ulteriori ricerche sono in corso al fine di approfondire le vicende relative alla chiesa e alla Casa di Probazione dei Gesuiti durante il governo di Alfonso II.. [

Relativamente alla fabbrica della chiesa, alcuni intendenti gli suggerirono di eleggere a modello la chiesa bolognese di Gesù e Maria39Ibidem; Cfr. AGN, Corrispondenza, busta 301. Ultimo di ottobre 1667. L’architetto Giovan Giacomo Monti informa Alfonso II Gonzaga che gli procurerà il disegno della chiesa di Gesù e Maria; AGN, Corrispondenza, busta 304. 22 marzo 1668. Lettera di Antonio Foresti, gesuita e rettore della Casa di Novellara dal 1679 al 1680, ad Alfonso II Gonzaga: «[…] Godo poi in sommo dell’animo risoluto di Vostra Eccellenza verso la fabrica della nuova chiesa. Io non so a che disegno inclini, ma se fossi presente la supplicarei a riflettere alla chiesa di Gesù e Maria fatta ultimamente in Bologna che a mio credere e d’altri per vaghezza, maestà, e nostro uso non ha pari […]»., oggi non più esistente, costruita nei pressi di Porta Galliera nel 1644 dall’architetto bolognese Bonifacio Socchi (1566-1650) sul progetto del suo maestro Floriano Ambrosini (1557-1621). Una recente ricostruzione virtuale di questo importante monumento barocco si deve ad Alessandro De Angelis e, grazie alla rielaborazione tridimensionale, restituisce un’immagine altamente precisa della chiesa40De Angelis 2013/2014.. Alfonso II intendeva dunque prendere come riferimento uno degli edifici più importanti del Seicento bolognese, forse con la volontà di costruire una chiesa anche più grande, «slongandola»: avrebbe difatti voluto portare a cinque le tre cappelle della chiesa di Gesù e Maria41Sull’altare maggiore trovava collocazione la Circoncisione del Guercino (1591-1666), attual­mente conservata presso il Musée des Beaux Arts di Lione; a destra dell’altare era situata la Vergine che appare a San Guglielmo di Francesco Albani (1578-1660), di cui alla Pinacoteca Nazionale di Bologna si conservano due frammenti con la figura del santo e un teschio; a sinistra dell’altare si trovava la tela con il Cristo che appare a Sant’Agostino di Michele Desubleo (1601 ca. – 1676), conservata anch’essa presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna., avvalendosi del sostegno della contessa Ricciarda sua moglie e del conte Giulio Cesare suo fratello, le cui intenzioni erano appunto quelle di finanziare la costruzione di due cappelle nella nuova chiesa, «che così la spesa a Vostra Eccellenza riuscirebbe assai meno e mi pare di vederla ridere»42Cfr. Appendice Documentaria, [Doc. 5].. 43

Il conte di Novellara non riuscì però a realizzare l’ambizioso progetto. La demolizione della chiesa infatti avvenne, come abbiamo visto, alla fine del XVII secolo. È dunque a Camillo III che si deve la costruzione di una chiesa barocca più ampia e sontuosa della precedente, lunga poco meno di cinquanta metri, larga ventidue e alta quasi venticinque, la cui navata disponeva di tre profonde cappelle per lato, come da prassi impiegate sia come cappelle funerarie gentilizie che per la celebrazione eucaristica. In particolare, nel Fondo Cartografico dell’Archivio novellarese è conservato un disegno frammentario44Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Cartografico, disegni, n. 19. Il disegno è pubblicato in Ciroldi 2011, p. 97. Nonostante risulti privo di autografia e datazione, lo studioso lo attribuisce all’architetto Prospero Mattioli e lo data alla fine del XVII secolo. Tuttavia, la grafia delle note descrittive delle parti della chiesa corrisponde a quella del titolo, nel quale si fa riferimento alla demolizione dell’edificio avvenuta nel 1808. Questo porta a suggerire una datazione posteriore a quella stabilita da Ciroldi. A sostegno di tale ipotesi è possibile fare riferimento ad un’altra mappa conservata presso lo stesso fondo (n. 45), le cui scritte hanno una grafia corrispondente al disegno in oggetto e il cui titolo, riportato sul retro, recita Pianta abozzata della Chiesa de’ Gesuiti di Novellara atterrata nel 1808. È possibile, dunque, che l’autore della bozza ottocentesca corrisponda a quello del più grande e dettagliato disegno. La pianta abbozzata permette inoltre di apprezzare particolari cancellati per sempre dallo stato frammentario nel quale la versione ‘definitiva’ è giunta a noi, come ad esempio l’esistenza di una cappella (la prima a destra) dedicata ai «Santissimi Martiri del Giapone»., che illustra il tetto, lo spaccato e la pianta della chiesa (Fig. 2), tramandando in parte l’idea dello splendore e della maestosità dell’edificio, passato alla storia come il «più bel Tempio di Novellara» 45Davolio 1825, III, p. 49. Nel nono capitolo del terzo volume lo storico novellarese fornisce una dettagliata descrizione della nuova chiesa.. Camillo III si fece dunque portavoce del costante desiderio del padre di conferire lustro e prestigio al proprio piccolo stato signorile, non solo attraverso il collezionismo artistico ma anche applicando precise strategie nelle quali i Gesuiti ricoprirono un ruolo determinante: come già Camillo I aveva intuito, esse avrebbero consentito a Novellara di conservare la propria forte identità, culturale e religiosa.

Fig. 2. Anonimo, Spaccato e pianta della nuova chiesa dei Gesuiti, inizio sec. XIX, Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Cartografico, disegni, n. 19.

APPENDICE DOCUMENTARIA

[Doc. 1] Bologna, 8 novembre 1667. Antonio Tiarini, figlio del pittore Alessandro, chiede a Giuseppe Maria Abbati di trovare un acquirente per un quadro rappresentante una visione del Beato Luigi Gonzaga. L’Abbati scrive al conte di Novellara Alfonso II Gonzaga, assicurandogli essere un’opera meritevole della sua attenzione.

Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Gonzaga

AGN, Corrispondenza, busta 301.

Eccellentissimo Signore Signor Padrone Colendissimo

Sono preghato dal signore Antonio Tearini scalco del nostro eminentissimo legato, e filio di quel valent homo del signore Alessandro Tearini pittore, a trovarli esito di un quadro di pitura, entro del quale vi è una visione hauta pel Beato Luiggi Gonzaga è quadro di proposito, onde ho estimato bene proporlo a Vostra Eccellenza et acciò ne veda la grandezza congionto li mando un fillo di tuta l’altezza et il gruppo è la larghezza, e perché mi dice voler far bon mercato, se parerà a Vostra Eccellenza farlo valutare, spero non havrà mala relatione; io vorei pure qualche occasione di servire a Vostra Eccellenza ma la fortuna mi porge poche, e varie le occasioni, resto con attendere l’onore di una grata risposta, e favorendoli humilissima riverenza

Bologna li 8 novembre 1667

Di Vostra Eccellenza

Humilissimo et obbligatissimo servitore

Giuseppe Maria Abbati

[Doc. 2] Bologna, 16 dicembre 1667. Bernardino Sartorelli scrive al conte di Novellara Alfonso II Gonzaga per proporgli nuovamente la pala d’altare raffigurante San Luigi Gonzaga e opera del celebre pittore Alessandro Tiarini. Il resto della lettera riporta la notizia di alcuni avvenimenti degni di nota, tra cui la bastonatura di Pantalone e Dottore e un atto di tradimento nei confronti del Bargello.  

Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Gonzaga

AGN, Corrispondenza, busta 301.

Illustrissimo et Eccellentissimo Signor Signor Padrone Colendissimo

Giunse mercordì a hore 21 il corriero, che fu spedito da Roma, con la promottione delli tre sogetti che nell’altra mia scrissi a Vostra Eccellenza cioè Medici, Sigismondo, e Rospigliosi nipote della Santità di Nostro Signore. A giorni pasati mi capitò un quadro per un altare, con entrovi, un Beato Luigi Gonzaga, che svenuto per l’estasi l’angelo lo sustenta, et un salvatore con una gloria, e un poco di paesino, e due giopetti d’angeli, e quantità di serafini, et detto quadro, è bellissimo, et è mano del signor Alessandro Tearini, celebre pittore, e il prezzo, che ne domanda quello, che la in suo potere è di doppie settanta, et havendolo io fatto visitare da uno della professione mi dice, che il suo valore è di 100 doppie a gettarlo, ne do parte a Vostra Eccellenza acciò se fosse per esigere l’altare di detto Beato so certo non troverà cosa più degna accertandola che il pensiere, e l’opera dell’artefice non puol esser più degna di quella, che è, e le fo humilissima riverenza. Apunto hora capita avviso della bastonatura del Pantalone di comedia, e l’altro giorno seguì quella del Dottore con certe ferite apresso, e tutti sono le parte principali di questa comica compagnia, e la causa di questa lor disgratia per quanto sin hora s’è potuto penetrare, è per haver promesso a Cavallini, come il marchese Hippolito Bentivogli col quale il Dottore, era impegnato recitare per Ferrara, e non haverli atteso la parola, e il secondo per causa simile ma per anche non si sa chi ne sia il fautore, è ben vero, che stimo, che a quest’ora siino carcerati i delinquenti. Hieri sera al fine della comedia si scoperse per via d’un ragazzo un tradimento fatto per il Bargello nostro, e questo era, tre canne d’archibugio congegnate sotto il palcho del Teatro nel luogo per l’apunto dove detto Bargello era solito di stare con quantità di polvere dove che se non si scoprirà a quest’hora sarebbe in altre parti, e qui di nuovo resto

Di Vostra Eccellenza

Bologna 16 dicembre 67

Humilissimo devotissimo et obbligatissimo servitore

Bernardino Sartorelli

[Doc. 3] Roma, 19 luglio 1668. Bernardino Sartorelli comunica ad Alfonso II Gonzaga che, in attesa della sua risposta, ha acquistato il dipinto a Bologna e lo ha portato con sé a Roma. Gli propone di collocarlo nella nuova chiesa dei Gesuiti che il conte sta progettando di costruire. Gran parte della lettera è poi dedicata alle vicende riguardanti personalità importanti di Roma. Il Sartorelli ricorda inoltre ad Alfonso II le disposizioni emanate precedentemente da papa Innocenzo X circa l’ordine religioso dei Gesuiti.

Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Gonzaga

AGN, Corrispondenza, busta 304.

Illustrissimo et Eccellentissimo Signor Signor Padrone Colendissimo

Il signor conte Campora cavaliere modenese amicissimo del signor conte Stabile Colonna per un biglietto di questo fattoli per venire per staffetta, gli convenne sfrattare di Roma sotto pena di dover finire i giorni suoi sotto d’un legno e con questo ubbidì prontissimamente con grandissimo suo dolore e questa disgratia se l’è addossata per cagion d’amore. Il principe Borghese per haver udienza dall’eminentissimo Rospigliosi nel modo ch’esso voleva donò al mastro di camera una collana d’oro con alcuni diamanti ed un altro una bellissima trabacca d’assai valore, ma il principe Savelli volse godere le medesime gratie de primi senza regalare, e mandò come l’altri avanti l’imbasciata cosa non costumata e così le fu risposto ch’era padrone, e doppo che fu nella anticamera li convenne aspettare una buona mezz’hora e il medemo intervenne ad un altro che tentò fare il simile e però vogliono, che questi siino rimasti poco sodisfatti. La cosa de Giesuiti, chi vole, che sii nel modo ch’io accennai a Vostra Eccellenza e che per la seguente causa cioè che Innocentio X volse che detti facessero la Congregazione Generale ognni 9 anni, e che li superiori non dovessero durare più di tre anni per l’appunto onde trovandosi questi mal sodisfatti di questi 2 punti, e dubitando di non divenire col tempo come l’altre religioni hanno fatto porgere memoriale per il lor Generale a Nostro Signore per esser posti di nuovo in libertà, e le ragioni che in esso adducano circa il punto della Congregazione sono le seguenti che la religione fa spese imense per li padri che vengono di lontano e che per l’ordinario sono de primarii, e in conseguenza vecchi i quali per i viaggi lunghissimi, e per i disaggi che patiscono in quelli, pochi ne ritornano alle loro provincie, e circa quello de superiore, che non si può pratticare in riguardo che se non si portano nel modo dovuto non li possono levare, e così Sua Santità ha rimesso il memoriale al signor cardinale Ottoboni acciò decida. Si discorre, che sii aggiustato, o per dir meglio concluso matrimonio tra una nipote del cardinale Chigi con dote di ducento mila scudi di Roma et un nipote di Nostro Signore ma non vi è certezza di sorte. Il Re di Polonia a di già deposto la corona, e si discorre possi succederli Condè, e che il legato che di qua si deve spedire a quest’effetto possi essere l’eminentissimo Vidoni, e chi Orsini.

Il signor cardinale Imperiali, è in letto con la terzana doppia e si dice stii malissimo a segno, che hieri v’erano da 12 cardinali e nissuno fece passare, e si trattenero gran pezzo nell’anticamera a discorere fra di essi.

Intendo che Vostra Eccellenza fabrichi di suo la chiesa a Giesuiti ed’io le darei volontieri il quadro del Beato Luigi che l’accennai mentr’ero a Bologna perché il buon mercato mi fece indurre a comprarlo poiché di 70 doppie che ne voleva me lo lasciò per cinquanta, e lò condotto a Roma e caso che l’Eccellenza Vostra volesse applicarsi supplico d’avvisarmi presto perché non starò a far altre prattiche, e qui con farle profondissima riverenza resto

Di Vostra Eccellenza

Roma 19 luglio 68

Humilissimo devotissimo et obbligatissimo suddito

Bernardino Sartorelli

[Doc. 4] Bologna, 5 novembre 1667. Il gesuita Giovanni Battista Manni informa Alfonso II Gonzaga di aver parlato con il padre Provinciale e con il padre Rettore circa la fabbrica della nuova chiesa dei Gesuiti di Novellara, ed entrambi approvano e sostengono il progetto del conte. Quest’ultimo vorrebbe anche ricostruire, ribaltandola, la Casa di Probazione, ma vista la difficoltà dell’impresa il Manni lo invita a riflettere con prudenza.

Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Gonzaga

AGN, Corrispondenza, busta 301.

Illustrissimo et Eccellentissimo Padrone Colendissimo

Ho fatta matura considerazione sopra il negozio, che Vostra Eccellenza mi comunica, nelle sue due ultime lettere, e le dirò li miei sensi, rimettendoli in tutto, e per tutto al suo prudentissimo giudicio, come devo.

Io credo primieramente, per caminare con sodezza, ch’egli sia necessario separare la fabbrica della Chiesa dalla permuta della possessione, e parlar solo della prima, senza lasciarsi intendere della seconda. Perché nella permuta della possessione hora come hora s’incontrerebbono difficultà insuperabili, come mi pare d’avere a bocca due volte significato all’Eccellenza Vostra, le quali o fatta, o incaminata la chiesa più facilmente si vinceranno. Non gliele stenderò, perché Vostra Eccellenza da se può immaginarsele, e per accennar questo solo, ella sa, che quando nelle comunità li pareri sono diversi bisogna pigliare la fortezza non per assalto, ma per assedio.

Supposto dunque, che Vostra Eccellenza approvi questo parere, nel 2° non solo i Padri non averanno difficultà, nel primo ma resteranno eternamente obbligati alla sua benignità, e doverà portare la chiesa in fronte con nobile iscrittione il suo nome. Io ne ho parlato col Padre Provinciale, che ne ha sentita una infinita allegrezza, e ne renderà, quando che sia, all’Eccellenza Vostra, umilissime gratie. Ne ho ancor parlato con Padre Rettore nuovo, e non si può dire, quanto ne abbia giubilato, s’incontriamo bene, perché è huomo di buon giudicio, e che inclina pur assai alla fabbrica, e se potrà trovare in prestito danaro, cominciarà anch’egli un braccio di casa, che sarà necessario alzare di presso alla chiesa per la comunicatione. Sarà dovere, e lo faranno li Padri volentieri, che Vostra Eccellenza adopri la materia della chiesa vecchia, ma in uno stesso tempo distruggendosi la veccha, e fabbricandosi la nuova, bisogna pensare, dove fra tanto si potrà dir messa, e confessare, come in chiesa posticcia. Io ho proposto, che può servire una delle Congregazioni la più grande, e credo, che il partito sarà buono, e verrà accettato.

Supposto questo il Padre Provinciale, et io ancora sono di parere, che non si debba questo negotio pigliare in fretta per fare cosa degna, soda, e ragguardevole, prospiciendo eternitate. Bisogna dunque fare prima il disegno bene aggiustato tanto della casa, quanto della chiesa, e mandarlo a Roma al Padre Generale si per l’ossequio, che a […] si dee, come anco per l’approvatione. E un buon disegno fatto con tutti i requisiti richiede oltre l’occhio eruditissimo di Vostra Eccellenza, che a forza di borsa si è fatta buon fabbricatore, ma ancora un architetto bravo, che col Padre Provinciale, e col Padre Rettore, e se vi vuole aggiungere anco Manni super faciem loci con lei maturamente il tutto considerino, per fare una soda, et immutabile risolutione tanto per la casa, quanto per la chiesa. Il Padre Provinciale prega Vostra Eccellenza, ed io con lui la supplico ad aspettare il mio ritorno da Napoli, che sarà subito dopo Pasqua, perché allora egli visitato lo stato veneto sarà in Parma, donde ci congregheremo tutti costì, e si conchiuderà ogni cosa, e con sodisfatione di Vostra Eccellenza, che con tanta pietà, e cortesia obbliga tanto la Compagnia. E stimo, che Vostra Eccellenza stimerà opportuna questa dilatione si perché la mia presenza forse con destrezza spianerà molte cose di suo gusto, si anco perché veramente il negotio è più considerabile di quello, che paia a primo aspetto. Degnisi Vostra Eccellenza di riflettere con la sua prudenza, che la è una gran machina voltare tutta la casa al rovescio di quello, ch’ella è, mettendo il rustico dalla banda del novitiato d’adesso, e pigliando di peso il novitiato, e trasportandolo, ove hora è il rustico, e quello, che più importa mettendo tanto la chiesa quanto la casa in forma di buon disegno. E mi creda Vostra Eccellenza, che si come ella finirà la chiesa, così li Padri a poco a poco, e in breve faranno quasi di nuovo tutta la casa con splendore della terra, e gloria di Vostra Eccellenza alla quale sempre la Compagnia professerà obbligazioni, e memoria grata per tanta beneficenza.

Per conto poi del Padre Rettore, se bene delle cose future noi non possiamo formare fermo giudicio, per tutto ciò io stimo probabilissimo, ch’egli incontrerà il genio di Vostra Eccellenza. È huomo divoto sì, ma trattabile, ben creato, e desideroso della sua gratia. È alienissimo da […], et ha fatto il suo rettorato a Forlì con tanta sodisfattione, che nel suo partire commota et universa Civitas. Io l’ho avuto tre anni in Mantova suddito, e consultore di casa, e l’ho conosciuto huomo di gran bontà, e sempre stimato molto il suo parere. È di nobil casa, et ha un fratello nella Compagnia, e per dirgliela come la è, egli è romagnolo, ma non porta seco niente di Romagna. Io gl’ho parlato con quelle forme, che mi ha suggerito l’amore tenerissimo, e l’infinita mia obbligazione verso Vostra Eccellenza, e non ho incontrata veruna difficultà in persuaderlo. E quando gl’ho accennato il pensiero di Vostra Eccellenza circa il fabbricar la chiesa non si può dire quanto allegrezza ne abbia mostrato, e quanto desiderio di fare quanto potrà mai per servirla. Io come da me solo supplico Vostra Eccellenza a ricordarsi, che qualche suo ministro, per quanto ho potuto avvertire, è poco affetto alla Compagnia, e pesca volentieri in acqua torbida, ma la prudenza di Vostra Eccellenza, e l’amore, che ci porta sino dalle fasce, manterrà sempre limpida l’acqua della sua incomparabile prudenza, e benignissima affezione. Il Padre Provinciale poi non si può dire quanti stimi, et ami li meriti di Vostra Eccellenza e fa paragoni, e dice cose, che sono bensì conformi al vero, ma non da tutti li superiori così bene, e con sodezza di riflessione considerati. Condoni Vostra Eccellenza questa libertà di parlare alla confidenza, che me ne porge la sua infinita cortesia, e si degni di conservarmi la sua grata, e d’onorarmi de suoi commandamenti, mentre le faccio umilissima riverenza

Bologna li 5 novembre 1667

Di Vostra Eccellenza

Devotissimo et umilissimo servitore

Giovanni Battista Manni

[Doc. 5] Bologna, 18 dicembre 1667. Relativamente alla fabbrica della chiesa, il gesuita Giovanni Battista Manni invita il conte Alfonso II Gonzaga a prendere come modello la chiesa bolognese di Gesù e Maria. Cerca nuovamente di farlo desistere dall’idea di ricostruire la Casa di Probazione, poiché sarebbe una spesa eccessiva per i padri Gesuiti e poiché le tempistiche da lui dettate, che prevedono il compimento di tutta la fabbrica nell’arco di un anno, sono ritenute impossibili dal padre Provinciale.

Archivio Storico Comunale di Novellara, Fondo Gonzaga

AGN, Corrispondenza, busta 300.

Illustrissimo et Eccellentissimo Padrone Colendissimo

Per non mi scordare, dico primieramente a Vostra Eccellenza, che l’altri ieri io sono stato col Padre Provinciale a vedere la chiesa di Giesù Maria, che sta vicino alla porta di Galliera, et ad amendue è piaciuta in estremo, ne credo per quello, che si pretende costì si possa trovare miglior disegno. Anzi mi dice questo Padre Rettore di S. Lucia, che quando egli era Rettore a S. Ignazio si determinò, quando a quel novitiato si dovette far la chiesa di pigliare pure quel disegno, il quale mi afferma il padre Pulzone è già andato fuori ricercato in più d’un borgo, e sia ciò detto per buon governo di Vostra Eccellenza. Vengo hora al negotio, per rispondere all’ultima di Vostra Eccellenza sotto li 12, e dico, che considerate bene le ragioni, ch’ella propone, vengo ancor io in parere, che si debba scuoprire tutta la scena, e ricercare i Padri non solo per la chiesa, ma per le possessioni, e parlando con quella sincerità, che devo io certo credo, che s’incontreranno difficultà grandi: onde stimo bene, che quanto prima Vostra Eccellenza se ne dichiari con cotesto Padre Rettore, e procuri di persuadergli l’uno, e l’altro negotio unitamente agevolando quello della possessione, quanto più ella potrà e saprà fare con la sua prudenza. Questo però quando i Padri ci vengano porterà seco tempo assai per rispetto di Roma, ove tutti i negotii, e particolarmente quello de’ Regolari vanno non in longo, ma in longhissimo, e prima che dalla Sacra Congregazione si cavi il placet oltre il consenso del Padre Generale passa di molto tempo.

Bisogna ancora, che Vostra Eccellenza consideri, come si possa mai fare da i Padri la spesa grande in mutar faccia a tutta la casa, che è punto importantissimo, e certo secondo me è per costare spesa grande, ne hora, come hora la casa ha danari, e di presente cominciano li novizzi, non so perché, a non portare alli novitiati, come anticamente, sussidii, che così mi dice il Padre Provinciale. Pensi ella, che gran machina sia fabbricare dall’altra parte della casa verso la chiesa vecchia fenile, stalla, barchessa, portici, cortil rustico, casa per garzoni, e simili faccende non meno necessarie, che dispendiose, e creda certo, che la casa non ne ha. Se poi al Padre Rettore dasse l’animo col consiglio, et aiuto di Vostra Eccellenza di trovar danaro in prestito per renderlo poco a poco, si farebbe più presto, ma io preveggo un punto assai delicato per Vostra Eccellenza, et è, che se si comincia a mettere la casa in conquasso, e che poi non vi sia maniera di aggiustarla presto, non potria permetterci, che vi stessino li novizzi, per la necessità delle loro occupationi, per le quali richiedesi appuntino aggiustata l’abitatione, onde il Padre Generale sarebbe in necessità di supplicarla a contentarsi, che per qualche tempo si levassero i novizzi, e se bene per ritornarli, come dico, non so, se Vostra Eccellenza ci consentirebbe et io voglio dirle ogni cosa, accioché prima di mettere le mani in pasta ella le pesi tutte e pro, e contro, per istabilire con la solita prudenza tutte le cose. Il Padre Provinciale rende gratie umilissime a Vostra Eccellenza, e sente infinita consolatione, che il Padre Rettore sia per riuscire di piena sua sodisfattione, e vorrebbe poter fare l’impossibile, acciò Vostra Eccellenza fosse subito servita, ma in quanto alla prestezza del corso di un’anno si stringe nelle spalle, e lo stima impossibile. Tuttavolta Vostra Eccellenza può con la sua destrezza maneggiare il negotio, che io non ho al Padre Provinciale scoperti li miei adeguatamente, lasciando intiero e libero a lei il negotiare, come le parerà più opportuno. Certo non vi è mai stato, per quanto io sappia, nessun Provinciale, che ami più di questo per genio suo particolare Vostra Eccellenza, e stimi il suo gran merito, e desideri ardentemente di servirla. In sostanza il negotio della possessione sarà il più difficile, e non meno la necessità precisa di mettere tutta la casa in assetto al rovescio di quello, ch’ella è, e certo chi vuole adoprare la chiesa nuova non se ne può già far di meno, come ella pure comprenderà, pigliando tutte le misure col suo pesatissimo giudicio. Quando però Vostra Eccellenza darà fuoco alla mina stimo necessario, ch’ella non dica d’aver già notificato a me il negotio della possessione, perché non paresse, che io ad arte avessi smezzato l’affare nel proporlo, e restassi diffidente, mentre sanno tutti, quanto io sia suo partiale servitore per tanti capi obbligato a servirla. La chiesa di Giesù Maria, che senz’altro darà nell’umore a Vostra Eccellenza quando la vegga non ha, che tre capelle, ma slongandola un tantino potriano essere cinque. M’è venuto in pensiero, se forse la signora Contessa fosse per fare a sue spese una capella, e il signor conte Giulio Cesare un’altra, che così la spesa a Vostra Eccellenza riuscirebbe assai meno e mi pare di vederla ridere. […] dico ut minus sapiens, accioché ella sappia tutti li miei pensieri. Se non venisse tanto presto la quadragesima io mi abboccherei con Vostra Eccellenza, e veggo, che il Padre Provinciale c’inclinarebbe molto, se ben lo dice a mezza bocca, ma il giorno delle ceneri cadde quest’anno alli quindici di febraro, non badi però punto Vostra Eccellenza al mio gusto, ne aspetti il mio ritorno, ma faccia il meglio, che io per me acciò resti servita appresso tutto. In tanto faccio a Vostra Eccellenza riverenza profonda col pregarle felicissime le sante feste. Bologna li 18 dicembre 1667

Di Vostra Eccellenza

Devotissimo et umilissimo servitore

Giovanni Battista Manni

* I risultati qui pubblicati sono parte di una tesi di dottorato in Scienze Filologico-Letterarie, Storico-Filosofiche e
Artistiche, curriculum Storia dell’arte, S.S.D. L-ART/04 Museologia e critica artistica e del restauro, Dipartimento di
Discipline Umanistiche, Sociali e delle Imprese Culturali (DUSIC), Università di Parma, dottoranda dott.ssa Jasmine
Habcy, tutor prof.ssa Federica Veratelli, a.a. 2020-2023. Si ringraziano la dott.ssa Elena Ghidini, ex direttrice dell’Archivio Storico Comunale di Novellara, e Maria Gabriella Barilli per avermi segnalato l’inedita documentazione oggetto di questo contributo. Un grazie particolare ad Alessia Crestale e ad Alessandra Bondavalli per il supporto prestatomi durante la ricerca. Un sincero ringraziamento va infine a Federica Veratelli e ad Enrico Ghetti per i consigli e i suggerimenti offerti nel corso della revisione del presente contributo.

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