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Comunità, resilienza e postumano. Un percorso nella Biennale Architettura 2021

CLAUDIO SAGLIOCCO

La diciassettesima Mostra Internazionale di Architettura presso la Biennale di Venezia, curata dall’architetto e docente libanese Hashim Sarkis è aperta fino al 21 novembre 2021. Il l titolo – pensato prima della diffusione della pandemia, che ha posticipato di un anno l’esposizione, con il rischio che il tema del Covid prevalesse su altre questioni attuali e importanti – sembra profetico: “How will we live together?”.
“Come vivremo insieme?”
Questo il quesito, tanto semplice quanto complesso, che spinge i 112 partecipanti a fantasticare e riflettere sul futuro del nostro abitare comune, immaginando architetture e progetti avanguardistici per vivere meglio insieme. L’architettura dovrà essere protagonista del nostro avvenire, farsi interprete di possibili soluzioni ai cambiamenti climatici, alle disuguaglianze sociali, a pandemie ed emigrazioni di massa, tornare al servizio delle persone e dei popoli e divenire finalmente un tema centrale del dibattito pubblico e politico, cosa avvenuta molto raramente, come lamentava già nel 1948 Bruno Zevi nelle pagine reboanti di Saper vedere l’architettura, dove faceva anche un mea culpa:

“c’è una incapacità da parte degli architetti, degli storici dell’architettura e dei critici d’arte a farsi portatori del messaggio edilizio, a diffondere l’amore dell’architettura nella massa per lo meno delle persone colte”.

Questa edizione della Biennale è allora l’occasione giusta per riflettere globalmente su tutto ciò e provare a seminare delle idee per un cambiamento, perché, come ha ricordato il Presidente della Fondazione La Biennale di Venezia Roberto Cicutto:

“l’Architettura è senza dubbio la disciplina che più direttamente può incidere in quella mappa geopolitica del mondo rilevandone le criticità e cogliendone gli aspetti positivi”.

I 61 paesi partecipanti costellano la sede storica dei Giardini e l’Arsenale, con altre presenze sparse tra le pietre di Venezia, dividendosi in cinque aree tematiche che sono un climax ascendente dall’individuo al pianeta, passando per le abitazioni, le comunità e il territorio.

Si comincia dall’Arsenale con le prime tre categorie: Among Diverse Beings, As New Households, As Emerging Communities. Gli enormi e suggestivi spazi dove un tempo venivano al mondo gondole e galee, tartane, dromoni e il mitico Bucintoro, sono oggi una lunghissima galleria dove il visitatore resta ammaliato da progetti tanto bizzarri quanto lungimiranti. Appena entrati si è al cospetto di particolari sculture antropomorfe, a metà tra uomini africani e avatar, in una policromia che ricorda a tratti Gaudí e Niki de Saint Phalle. Molti di questi uomini e donne interagiscono con animali, a sottintendere fin da subito uno dei fil-rouge di questa Biennale, ossia il rapporto tra l’uomo e gli altri esseri viventi, perché in quel “we” sono intesi anche animali e piante, in linea con molte indagini scientifiche e filosofiche oggi molto attuali, dalle ricerche di Stefano Mancuso agli studi di Emanuele Coccia e Leonardo Caffo.

In pieno “delirio antropocentrico”, per richiamare un’espressione del teologo Karl Barth, molti studi di architetti hanno pensato a una convivenza e una collaborazione tra l’uomo e gli altri animali. Così poco più avanti ci si imbatte nella bellissima regina Nefertiti plasmata nella cera direttamente dalle api. Si tratta di Beehive Architecture, ideato dall’architetto slovacco Tomas Libertiny e da uno studio olandese, che propone una collaborazione tra uomini e api per la progettazione di strutture architettoniche particolari su larga scala. Lo studio statunitense di The Living propone Alive: A New Spatial Contract for Multispecies Architecture, un’architettura multi-specie dove possano convivere essere umani e comunità microbiche in uno spazio poroso fatto di materiali organici, un luogo in cui si incontrano microcosmo e macrocosmo.

Multi-specie è anche l’apocalittico banchetto che avviene tra uomini, animali, piante, muschi e funghi, su una grande tavolata di quercia. Refuge for Resurgence, ideato da Superflux, è una mensa che affaccia su un mondo radicalmente cambiato (in parte distopico), fatto di perenni piogge monsoniche e case ricoperte di vegetazione, a metà tra Angkor e la Los Angeles di Blade Runner.

Refuge for Resurgence, ideato dallo studio inglese Superflux, Arsenale

Sempre sull’incontro tra esseri umani e altri animali riflette lo Studio Ossidiana, con l’installazione Variations on a Bird Cage, un modo per ripensare il concetto di gabbia per uccelli e l’incontro dell’uomo con questo animale altamente simbolico e sacro in ogni cultura e religione umana. La gabbia si trasforma così da luogo di reclusione in spazio di gioco e meditazione, con forme originali e ardite, e con colori che rimandano a un gustoso macaron piuttosto che a una rugginosa ferraglia coercitiva.

Dal colore meno invitante è l’esperimento BIT.BIO.BOT. ideato da ecoLogicStudio, un’architettura biotecnologica che coltiva la spirulina, tra gli organismi più antichi della terra, un cianobatterio commestibile che è in grado di metabolizzare gli inquinanti presenti nell’aria per trasformarli in un alimento tra i più nutrienti al mondo. Il colore verde fluorescente, assieme alle provette e simil alambicchi, non rendono molto appetibile questo antichissimo batterio, ma il progetto è di grande impatto scenografico e di interesse per la convivenza tra organismi umani e non umani.

Colpisce poi il grande braccio meccanico che sparge spore su una superficie che sembra lunare o vulcanica, sopra alla quale spunteranno numerosi funghi nel corso dei mesi della mostra. Si chiama Magic Queen ed è stato progettato da uno studio austriaco che ha unito insieme tecnologia, elementi naturali e sistemi viventi, creando un piccolo ecosistema interconnesso e indipendente dall’uomo.

Magic Queen, ideato dallo studio MAEID, Arsenale

Il braccio robotico si era già visto nella scorsa Biennale del 2019, con l’opera del duo cinese Sun Yuan e Peng Yu che schizzava e raccoglieva un liquido rosso simile al sangue in una danza disarticolata, ma stavolta si tratta di un automa che semina la vita, quella microscopica della flora fungina, che costituisce ben il 2,2% della biomassa totale, a fronte dell’appena 0,1% di quella che ricopre l’uomo. Non è l’unica opera in fieri, sono diverse le installazioni che vedono piante e altri vegetali crescere di giorno in giorno, per venire poi trapiantate a fine esposizione.

Prima di entrare nel padiglione italiano, cattura l’attenzione un’alta costruzione in legno. Si tratta del progetto del gruppo cileno Elemental, che porta in laguna l’annoso scontro tra i mapuche e il Cile. I mapuche sono un popolo amerindo che vive tra il Cile e l’Argentina, che da secoli resiste tenacemente alle occupazioni territoriali degli Inka prima, degli spagnoli in seguito e in tempi più recenti dei moderni stati del Cile e dell’Argentina. Negli ultimi anni gli scontri si sono intensificati, e questa struttura circolare vuole essere una possibilità di dialogo e di incontro, essendo coinvolte un’organizzazione territoriale mapuche e un’impresa forestale cilena.

Si arriva quindi alle Tese delle Vergini dove si trova il padiglione italiano, curato dall’architetto e docente Alessandro Melis, che si intitola Comunità Resilienti e pone al centro del dibattito il cambiamento climatico e i suoi effetti sul paesaggio urbano. Il padiglione stesso è concepito come una comunità resiliente composta di 14 sotto comunità, le quali sono centri di ricerca e casi studio che trattano il tema in maniera transdisciplinare, tra arte, architettura, agronomia, botanica, biologia e medicina. Varcata la soglia si entra in un mondo piuttosto cupo, dove il nero e il verde sono i colori dominanti, abitato da strane creature cibernetiche, metà vegetali e metà robotiche, e da immagini di un mondo post-apocalittico.

Spandrel, installazione realizzata in collaborazione con l’Orto botanico di Padova, Padiglione Italia

L’installazione chiamata Spandrel è realizzata in collaborazione con l’Orto botanico di Padova (il più antico al mondo che si trovi ancora nella sua collocazione originaria), che ha donato alcuni semi di piante delle sue collezioni appartenenti alla “Spermoteca italica”. Questi, rinchiusi in delle provette, sono inseriti in ampolle di vetro a loro volta poste in bracci di ferro ondulati, come fossero grandi creature ottopode, vagamente ispirati alle cupole dal sapore orientale della Basilica di San Marco.

Il collettivo Pnat (Project Nature), un think tank composto da architetti e botanici tra i quali il succitato Stefano Mancuso, ha proposto l’installazione Mutual Aid, una sorta di giungla in miniatura sottovetro, che sembra suggerire le piante come il principale rimedio contro i cambiamenti climatici e il riscaldamento globale, grazie alla loro capacità di assorbire l’anidride carbonica e trasformarla in ossigeno.

Numerosi spunti giungono inoltre dalle calamità naturali: Storia di un minuto racconta i danni subiti dalle comunità  del territorio italiano a seguito dei terremoti dell’ultimo decennio, e la capacità di resilienza delle stesse persone che abitano quei luoghi dove la terra trema.

Il padiglione italiano, realizzato quasi a impatto zero di CO2 grazie al riutilizzo di materiali del padiglione del 2019, suggerisce quindi, forse in maniera eccessivamente caotica, molte riflessioni al visitatore che abbia voglia di pazientare e visitare con calma anche gli angoli più bui e nascosti dell’esposizione.

La Biennale prosegue negli spaziosi e soleggiati Giardini Napoleonici nel sestiere di Castello, dove trovano spazio le ultime due aree tematiche: Across Borders e As One Planet.

Nella labirintica esposizione ci si perde, venendo attirati da impressionanti strutture lignee che rimandano alle tradizionali architetture statunitensi costruite durante l’espansione verso Ovest (American Framing), o da padiglioni acquatici come quello danese (con-nect-ed-ness), dove si entra in connessione con l’elemento acquatico, ascoltando il suo fluire e il gocciolare, annusando e sorseggiando una tisana per vivere un’esperienza sensoriale che sottolinea l’importanza dell’acqua per la vita.

Tra i numerosi padiglioni impressiona per l’impianto scenografico quello spagnolo (tra i più fotografati), dove pile infinite di curriculum e progetti sono sospesi in aria, a simboleggiare lo stato di incertezza e sospensione che abbiamo vissuto e stiamo vivendo a causa della pandemia. Con Uncertainty il gruppo di architetti iberico vuole interpretare l’incertezza come libertà di agire nei modi più inattesi e come stimolo al processo artistico creativo.

Uncertainty, Padiglione Spagna

Dal gusto più squisitamente architettonico sono il padiglione belga e quello ungherese. Il primo, intitolato Composite Presence, è un capriccio architettonico in tre dimensioni, con 50 modellini in scala 1/15 che riflettono sull’ambiente urbano fiammingo, stratificazione di antiche architetture barocche brabantine e moderni edifici talvolta invadenti, e su come gli architetti possano costruire insieme un nuovo scenario urbano. Quello magiaro invece, suggerisce già dal titolo – Othernity – Reconditioning Our Modern Heritage – il tentativo di ripensare l’architettura Modernista e riqualificare nello specifico degli edifici socialisti di Budapest. Dodici studi architettonici emergenti dell’Europa Orientale e Centrale danno soluzioni diverse per riformulare l’eredità del Modernismo socialista sul piano puramente architettonico ma anche ideologico.

I tre paesi scandinavi (Norvegia, Svezia e Finlandia) sembrano interpretare la domanda della Biennale più alla lettera, proponendo un modello abitativo comune. What We Share. A model for cohousing, è un esempio di coabitazione riprodotto a grandezza naturale ed esperibile dal pubblico. Gli spazi comuni in legno massiccio sono grandi open space dove ogni residente è invitato a condividere alcuni elementi della sua vita privata. La proposta scandinava è un concreto modello di come costruire una comunità e un ambiente sostenibile, e il visitatore può sperimentarla togliendosi le scarpe e mettendosi comodo, visionando il filmato realizzato dall’artista Anna Ihle, residente in una realtà simile, che indaga la dimensione politica della condivisione di uno spazio abitativo comune.

What We Share. A model for cohousing. Padiglione Paesi scandinavi

Di altro genere sono le riflessioni che propone il padiglione di Israele, chiamato LAND. MILK. HONEY. Animal Stories in Imagined Landscapes. Partendo dall’antica immagine biblica di Israele come terra di latte e miele (metafora di abbondanza e prosperità), si percorre la storia di questo luogo nella relazione tra umani, animali e ambiente. Così cinque animali sia domestici che selvatici (mucche, capre, api, bufali d’acqua e pipistrelli) permettono di ricostruire in cinque fasi la storia di Israele: Meccanizzazione, Territorio, Coabitazione, Estinzione, e Post-umano. La sezione più impressionante è quella dell’estinzione, dove dei grandi cassetti scorrevoli in acciaio, simili a un obitorio, contengono animali impagliati estinti a causa della modernizzazione e meccanicizzazione.

LAND. MILK. HONEY. Animal Stories in Imagined Landscapes, Padiglione Paesi Israele

Come fosse lo strano laboratorio di un tassidermista, gli sportelli si aprono e chiudono al ritmo di un suono cavernoso di pipistrelli, mostrando serpenti e ragni sottovuoto, orsi, ossa e carapaci, rievocando Wunderkammer e gabinetti di curiosità e mostrando al contempo un giardino edenico perduto.

Un altro ritorno alle proprie origine mitiche lo ha messo in scena l’Iraq, alla sua prima partecipazione alla Biennale di Architettura. Con Ark Re-Imagined, visitabile nella chiesa di San Lorenzo, il paese recupera le antiche costruzioni delle imbarcazioni mesopotamiche, ponendole in dialogo con quelle veneziane. L’architettura vernacolare è alla base della civiltà irachena, e grazie al progetto dell’artista Rashad Salim il Tigri e l’Eufrate incontrano simbolicamente il Canal Grande.

Oltre all’Iraq anche l’Uzbekistan e Grenada sono alla loro prima partecipazione alla Biennale di Architettura, che in questa edizione ha dato molto spazio ai paesi extraeuropei, con una particolare partecipazione africana, asiatica e dell’America Latina.

Nel complesso questa diciassettesima edizione della Biennale Architettura è un’esplosione di stimoli che restituisce in pieno la complessità dei nostri tempi. Dalla domanda principale che segna la rotta tematica scaturiscono decine di interrogativi più specifici, che danno vita a centinaia di possibili soluzioni. Il limes tra architettura e arte non sempre si percepisce, così che alcuni padiglioni non stonerebbero in una Biennale d’arte, ma la connessione tra queste due arti è inscindibile e la multidisciplinarietà è ad oggi necessaria.

A Rafael Moneo, architetto spagnolo vincitore del Premio Pritzker nel 1996, va il Leone d’Oro alla carriera, mentre a Lina Bo Bardi, di recente omaggiata dall’artista e regista inglese Isaac Julien in una importante mostra al MAXXI, viene assegnato il Leone d’Oro speciale alla memoria.

Non la bellezza, ma l’architettura (forse) potrà salvare il mondo.

Claudio Sagliocco







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