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Cardinal Alessandro Albani. Collezionismo, diplomazia e mercato nell’Europa del Grand Tour. Collecting, dealing and diplomacy in Grand Tour Europe

Paolo Coen

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Paolo Coen

“Con occhio giusto egli (scil. suo nonno, papa Clemente XI) anziché uno studioso pedante e attaccato ai libri scelse come maestro per il giovane Alessandro [Albani] un antiquario pratico, il patrizio bolognese Marco Antonio Sabatini (…), il quale gli spiegò le molte complessità della Kunstkennerschaft e del commercio antiquario”: così, ovvero con un’indiscutibile proiezione verso il mercato dell’arte, Carl Justi impostò nel 1872 la formazione in campo artistico del cardinale Alessandro Albani in uno dei due volumi usciti per l’editore Vogel di Lipsia con il titolo Winckelmann in Italien. Justi aveva allora quarant’anni: cresciuto intellettualmente nelle università di Berlino e della sua città natale, Marburgo, all’inizio come teologo e poi come studioso di filosofia e di estetica, egli si era dedicato a Winckelmann dai primi anni sessanta. La pubblicazione nel 1866 sempre per Vogel di Winckelmann in Deutschland aveva rappresentato il primo approdo concreto di questo percorso di ricerca. Saldati insieme, il volume del 1866 e i due del 1872 costituirono Winckelmann, sein Leben, sein Werk und seine Zeitgenossen, un pilastro della storiografia artistica di taglio biografico e non solo per il soggetto principale, il grande storico dell’arte tedesco-romano del diciottesimo secolo, ma anche per le molte e diverse personalità di suoi contemporanei, dal barone Philipp von Stosch ai cardinali Domenico Passionei, Alberico Archinto e, appunto, Alessandro Albani. “Dr. Justi has performed his part with discriminating love and an exhaustive research which has made his composition more than a mere biography: it is an encyclopaedic history of whatever can in any way bear upon or illustrate the influence of Winckelmann’s individual action”, sintetizzò nel 1874 la recensione comparsa su “The Quarterly Review”. Come attestano le numerose edizioni e ristampe, il libro dell’accademico di Marburgo aprì di fatto la stagione moderna delle ricerche sul cardinale.

Un secondo, importante risveglio d’interesse si verificò fra gli anni ottanta e novanta del ventesimo secolo in due centri distinti, Roma e Francoforte, talvolta intesi in competizione reciproca. A Roma, la rottura del ghiaccio si deve a Elisa Debenedetti, che nel 1980 pubblicò il volume miscellaneo Il cardinale Albani e la sua villa: da allora l’équipe tenuta insieme dal binomio Albani – Debenedetti crebbe in continuazione, con risultati particolarmente notevoli nel campo della storia dell’arte e dell’architettura. Giusto segnalare fra i risultati due altri volumi monografici, Committenze della famiglia Albani. Note sulla Villa Albani Torlonia del 1985 e Alessandro Albani patrono delle arti. Architettura, pittura e collezionismo nella Roma del Settecento del 1993. A Francoforte, l’onere di condurre le ricerche ricadde sulle spalle di Peter Cornelius Bol e di Herbert Beck, due archeologi legati alla Liebighaus e all’interesse verso i bronzi antichi. La seconda squadra, che si era formata nei tardi anni settanta nella prospettiva di una mostra sui marmi del cardinale da svolgersi proprio all’interno della Liebighaus, esordì nel 1982 con Forschungen zur Villa Albani. Antike Kunst und die Epoche der Aufklärung, un libro dove la storia dell’arte andava d’accordo con l’archeologia e la storia del collezionismo archeologico. Anche qui il lavoro si protrasse negli anni a seguire, ma con una progressiva concentrazione sul tema archeologico: attraverso la cura scientifica del solo Bol uscirono fra il 1989 e il 1998 i cinque volumi che formano il catalogo delle sculture della villa lungo la Salaria.

Il libro in recensione, che raccoglie gli atti di un convegno di studi sul cardinale Albani svoltosi a Roma nel dicembre 2019, con la cura scientifica di Clare Hornsby e Mario Bevilacqua, vanta diversi punti di sutura con il fervido clima vissuto una quarantina d’anni or sono tra Roma e Francoforte. Parlano chiaro le presenze di Elisa Debenedetti nelle vesti di autrice-curatrice e di altri studiosi che hanno collaborato talora con Roma, talaltra con Francoforte, da Carlo Gasparri a Steffi Roettgen. Per vari motivi, a cominciare dalla pandemia, nove partecipanti al convegno del 2019 non hanno consegnato i rispettivi saggi. Nel volume mancano all’appello otto ricerche sul cardinale, quelle di Angela Cipriani sul ruolo nei manoscritti del Diario di Roma alla Biblioteca Casanantese, di Maëlig Chauvin sui regali diplomatici, di Heather Hyde Minor sul confronto con Winckelmann, di Adriano Aymonino in connessione a Robert e James Adam – in parte compensato dal contributo di Colin Thom – di Susanne Mueller-Bechtel sul principe ereditario di Sassonia Federico Cristiano, di Antonio Becchi sulla straordinaria biblioteca, di Patricia Baker e di Giacomo Savani sui debiti della villa sulla Salaria verso le terme e i giardini classici, di Christoph Frank, infine, sui collegamenti con Giovanni Battista Piranesi. I curatori hanno deciso di chiamare Maria Pia Donato, Maria Barbara Guerrieri Borsoi e Cristina Ruggero, responsabili di altrettanti studi “specialmente commissionati per allargare la visione del tema”, come afferma Bevilacqua.

Collezionismo, diplomazia e mercato: queste tre parole chiave, ispiratrici del convegno del 2019 e ancor prima della call for papers, risaltano anche nel sottotitolo del libro, a suggerire un approccio interdisciplinare o almeno multidisciplinare. I ventitré saggi in effetti affrontano diversi settori del sapere legati al cardinale, di solito rilevanti e interconnessi. Quasi sempre le sezioni, anche in virtù di una calibrata miscela tra ricercatori giovani e altri invece di provata esperienza, forniscono una piattaforma di conoscenze destinata a durare nel tempo e insieme un ricco ventaglio di stimoli e di proposte. Il discorso sembra certamente valido per i contributi centrati sull’archeologia oppure sul collezionismo. Stando a Carlo Gasparri, quella della raccolta Albani è “una storia ancora da scrivere”. L’indice dell’accademico punta sulla persistente difficoltà nell’individuare le fonti di approvvigionamento dei pezzi: è questo elemento, cruciale nella storia di questa specifica raccolta come del resto di qualsiasi altra, che spinge Gasparri a guardare oltre i cinque, menzionati volumi di Bol e a proporre, in mancanza dell’archivio di famiglia, una serie di fonti alternative e complementari. Salvatore Settis fa leva sul passaggio della villa sulla Salaria dagli Albani ai Torlonia, avvenuto nel 1866, per tracciare una parabola lunga oltre quattro secoli e mezzo sul fenomeno dell’accumulo di antichità di Roma. Il viaggio parte dalla testimonianza di Manuele Crisolora, e perciò dagli anni intorno al 1412, per giungere all’età di Roma capitale e di Umberto I di Savoia, individuando due figure cardine nel conoscitore Giovanni Morelli e nel marchese Pietro Campana. Di particolare interesse anche l’affondo firmato da Eloisa Dodero. La studiosa della Sovrintendenza Capitolina recupera in modo originale alcuni spunti di metodo offerti da Daniela Gallo per analizzare se e in che modo la vendita della collezione Albani a Clemente XII, avvenuta nel dicembre del 1733, influì sul valore delle sculture presenti lungo tutto il corso del diciottesimo secolo nel palazzo di famiglia alle Quattro Fontane.

Il medesimo giudizio si applica alla sezione “Arte come politica”, che sussume la seconda parola-chiave del convegno, cioè “diplomazia”. Jonny Yarker s’impegna a ricostruire il contributo del cardinale alla costituzione del Grand Tour britannico. Colin Thom, oltre ad analizzare l’influenza di Albani sui due fratelli Adam, si pone lo scopo di restituire il contesto del passaggio Oltremanica della collezione grafica dal Pozzo-Albani. Quanto ad Alviera Bussotti, ella ravvisa l’intervento del cardinale nella produzione letteraria o poetica di Gioacchino Pizzi, Giovanni Baldanza e Gaetano Roccaforte.

Solida anche la sezione “Biblioteche e archivi”, che può andare fiera dei contributi di Rea Alexandratos, di Francesca Favaro e di Andrea De Pasquale. Fra tutti desta sorpresa e interesse il saggio di Brunella Paolini, che rende noto un fascicolo di lettere connesse a un viaggio nei dintorni di Urbino compiuto fra il luglio e il novembre del 1706 dall’allora quattordicenne Alessandro in compagnia del fratello maggiore Carlo e della madre Maria Bernardina Omodei. In queste missive, firmate per lo più da Carlo e da Alessandro, emerge un intero mondo fatto di arte e di monumenti, non meno che di attività commerciali – e di condizioni metereologiche.

Il volume compie al contrario una battuta a vuoto laddove si vada in cerca di affondi o di saggi complessivi sul “mercato”, ovvero sul “mercato dell’arte”, che almeno stando al sottotitolo dovrebbe rappresentare una delle chiavi principali di lettura. La cosa suscita una certa sorpresa, soprattutto tenuto conto del profilo di Clare Hornsby. Vale la pena compiere qualche passo indietro e aprire una parentesi. Nel primo decennio di questo secolo la Hornsby partì dalle ricerche e da uno schema della compianta Ilaria Bignamini per tracciare con l’aiuto di Jonny Yarker e di Irma della Giovampaola un quadro d’insieme del mercato antiquario romano nell’epoca del Grand Tour, con un accento speciale sul rapporto fra Roma e la Gran Bretagna. Questo sforzo collettivo diede come frutto Digging and Dealing in Eighteenth Century Rome, uscito nel 2010 per Yale University Press, al cui interno il nome del cardinale Albani ricorre di nuovo e ancora. Chiusa parentesi, eccoci di ritorno al presente: per quanto possa suonare curioso, l’impressionante bagaglio di conoscenze accumulato in Digging and Dealing sembra aver lasciato scarse tracce nel volume ora in esame. Lo spazio concesso al tema del mercato dell’arte si riduce a un solo paragrafo, contenuto nella Introduction della stessa Hornsby: sedici righe appena, che oltretutto si concentrano per lo più sulla figura di Philipp von Stosch. Vale ripeterlo: capire il motivo di questo silenzio va al di là della comprensione comune. Rimane il fatto che lettori fedeli al profilo del cardinale delineato da Carl Justi e perciò interessati al noto coinvolgimento del cardinale sul mercato dell’arte, magari in rapporto con il principe Eugenio di Savoia o in competizione con il cardinale Silvio Valenti Gonzaga, dovranno rivolgersi altrove.

“Entusiasmo”. La parola, pronunziata da molti e in vari contesti nel momento di uscire dal COVID, giustamente ritorna anche nel volume, grazie a Elisa Debenedetti e a Mario Bevilacqua. Senza la pandemia, cioè con gli archivi e le biblioteche aperte, e con il contributo di almeno alcuni degli studiosi che a suo tempo parteciparono al convegno, vi sarebbe forse stata la possibilità di illuminare meglio alcuni aspetti della personalità del cardinale. Ma anche in questo modo il libro raggiunge l’obiettivo scientifico di partenza, allinearsi lungo la rotta Roma-Francoforte-Roma degli anni ottanta-novanta e con questo rilanciare le ricerche del cardinale Alessandro Albani.

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