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Tra l’erotico e il faceto: un soggetto “favoloso” per la maiolica istoriata del Cinquecento

Massimo Moretti

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Massimo Moretti

Tra gli oggetti più curiosi in esposizione alla XXXVII edizione di Modenantiquaria (Modenafiere, 10-18 febbraio 2024), patrocinata da Associazione Antiquari d’Italia e FIMA (Federazione italiana mercanti d’arte), presentiamo una coppa in maiolica riferibile al terzo decennio del XVI secolo, precoce esempio di istoriato faentino.
La decorazione disegna un ampio cavetto con al centro un soggetto erotico completato sulla larga tesa dipinta da quattro coppie di falli convergenti inseriti araldicamente in una elegante sequenza floreale continua, puntellata da una sorta di margherite blu.
Una giovane donna seduta su un sacco è intenta a maneggiare dei falli mantenendo una singolare posa inespressiva. I falli, rappresentati come elementi distaccati dal corpo, come antichi oggetti votivi, appaiono sotto forma di elementi onirici persino in prossimità del volto e della nuca della donna.

Fig. 1. Coppa a soggetto onirico-erotico, Faenza, circa 1520-30. Cm 18,5, h. 4 cm. Spilamberto, Galleria Ossimoro, Collezione Sergio Bianchi.


Le quattro coppie di falli sulla tesa hanno chiaramente il compito di indicare, quasi con insistenza, il tema principale sviluppato nel cavetto: un soggetto che trova alcuni interessanti confronti in una selezione di maioliche rinascimentali pubblicate nel 2005 da Timothy Wilson[1].
La produzione cinquecentesca di maioliche a soggetto erotico è rara, ma la ricorrenza nei principali luoghi di produzione centro-italiani di alcuni modelli, non ancora bene identificati, e di altri di chiara derivazione grafica, lasciano pensare a una certa diffusione di questi soggetti in ambienti colti e anche più popolari[2].
La sopravvivenza di esemplari ceramici antichi a soggetto erotico, contestualmente alla riscoperta della letteratura erotica classica (dai Carmina Priapea attribuiti a Virgilio, da Giovenale a Marziale), dovette legittimare la proposta di tali soggetti destinati a una élite che tentò – prima dell’avvento del nuovo clima moralizzante innescato dal Concilio di Trento (1545-1563) – di affermare un’espressione e una circolazione libera di contenuti sessuali e triviali, rivendicandone il registro poetico ed evocativo. Tra questi Pietro Aretino, autore dei Sonetti Lussoriosi a illustrazione dei Modi di Giulio Romano, Niccolò Franco, componitore dei Priapea e Antonio Vignali autore de La Cazzaria; non per ultimo Rableais con i suoi racconti in Gargantua e Pantraguel.
A questo immaginario appartengono – ma con inflessioni satiriche – alcuni oggetti d’arte ormai rinomati nella saggistica sull’argomento: la medaglia con il ritratto di Pietro Aretino, sul recto, e sul verso una testa costellata di falli, la Testa de cazzi di Francesco Urbini all’Ashmolean Museum di Oxford, anticipazione delle invenzioni arcimboldesche e – collegato a quest’ultima – il disegno con testa all’antica composta da falli attribuita a Francesco Salviati, in collezione privata ma già nelle raccolte di sir Thomas Lawrence[3].   
La coppa esposta dalla Galleria Ossimoro di Spilamberto (Modena), tuttavia, non evoca fonti letterarie o iconografiche antiche quanto piuttosto un immaginario tardo medievale che si protrae sino al pieno rinascimento e che rimanda a iconografie falliche come l’Albero della fecondità dipinto presso la Fonte dell’Abbondanza di Massa Marittima attorno al 1265, o la “Raccolta dei cazzi” del manoscritto del Roman de la Rose in collezione Richard e Jeanne Montbastan.
Da una matrice grafica sconosciuta, deriva invece un pezzo quasi coevo che può essere raffrontato e rapportato alla nostra coppa, un piatto derutese nelle collezioni del Louvre (inv. OA1256) databile ai primi anni del secolo XVI (fig. 2) che mostra una figura femminile impegnata nella cernita dei falli sollevati da una cesta, accompagnata dall’iscrizione “AI BON FRUTI DON [N] E” [4].
Quest’ultimo esemplare dipende evidentemente da un modello grafico perduto, o non individuato, e ha quindi un notevole valore documentario.
È stata già annotata l’origine letteraria di questo modello nei fabliaux tardomedievali francesi, in particolare nell’episodio della moglie che in assenza del marito sogna di acquistare ogni sorta di “cazzi” tenendo così vivo il suo desiderio[5].
Al ritorno del marito, caduto in un sonno profondo dopo un lauto pasto, assopitasi accanto a lui, sogna di trovarsi in un mercato in cui vengono venduti una quantità di falli. Decide quindi di acquistare l’esemplare più grande. Svegliatasi di soprassalto rimane delusa dalla realtà, ma alla fine la storia si conclude comunque con una felice riconciliazione culminata in un ben riuscito rapporto sessuale.
Il soggetto è sovrapponibile con quello della coppa faentina, che mantiene tuttavia una sua unicità, documentando un modello grafico diverso da quello ipotizzato per le l’albarello pesarese e per il piatto derutese.  
Anche se il modello dal quale è stato tratto il tema erotico dipinto nella coppa attualmente in collezione Bianchi non è stato ritrovato, dovette circolare nelle botteghe dei vasai centro-italiani del secondo decennio del Cinquecento.
La coppa faentina si caratterizza per una notevole capacità narrativa, traducendo l’elemento onirico con il fluttuare dei due falli sospesi attorno al volto della giovane donna (come i sogni figurati entro due clipei interpretati da Giuseppe nelle logge di Raffaello).
Sembra infine che la giovane figura femminile, nel sperimentare i falli pescati dal sacco sul quale è seduta, sfoggiando una audace scollatura, intenda replicare l’anasyrma, ovvero l’atto di alzare le vesti per mostrare i genitali, un gesto di cui parla, ad esempio, Plutarco nei Moralia e Giustino nel compendio delle Historiae Philippicae di Pompeo Trogo[6].

Il restauro della coppa, ricostruendo piccole sezioni mancanti ben leggibili nella filettatura del verso, ha restituito una integrità di lettura; l’esemplare, davvero eccezionale, come notava Wilson segnalandolo fugacemente una prima volta nel suo articolo del 2005[7], ha il pregio di attestare come la maiolica rinascimentale abbia contribuito a veicolare e a mantenere la tradizione letteraria e quella figurativa strettamente connesse, testimoniando la sopravvivenza di un Medioevo in realtà mai tramontato.   

Fig. 2 La cernita dei cazzi, Deruta, 1550 circa. Parigi, Museo del Louvre.

[1] T. WILSON, Un “intricamento” tra Leonardo ed Arcimboldo. Iconografie sessuali nella ceramica rinascimentale, in “CeramicAntica”, XV (2005), pp. 10-44.

[2] Oltre al contributo di Wilson si veda: C. HESS, Piacere, vergogna e guarigione: immagini erotiche nella maiolica del XVI secolo, in Sesso nel Rinascimento: pratica, perversione e punizione nell’Italia rinascimentale, a cura di Allison Levy, Firenze, Le lettere, 2009, pp. 17-27.

[3] Cfr. T. WILSON, Un “intricamento” tra Leonardo ed Arcimboldo...cit.; A. Geremicca, The Triumph of the ‘Pennello’. Joking about Eros in Text and Image, in Giulio Romano. Art and desire, edited by Barbara Furlotti, Guido Rebecchini, Linda Wolk-Simon, Electa, Verona 1919, pp. 90-92.

[4] J. Giacomotti, Catalogue des majoliques des musées nationaux, Parigi 1974, pp. 160-161 n. 528.

[5] A. Barbero, La voglia dei cazzi e altri fabliaux medievali, tradotti e presentati da Alessandro Barbero, Vercelli, Effedì, 2020, pp. 19-23.

[6] Cfr. C. Hess, p. 22.

[7] Cfr. T. Wilson, p. 40, nota 55.

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