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Colonial Objects: The Material Culture of Italian Colonialism: un convegno a Roma

Elisa Cuglig

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Elisa Cuglig

Il convegno internazionale Colonial Objects: The Material Culture of Italian Colonialism, svoltosi presso la Bibliotheca Hertziana – Istituto Max Planck per la Storia dell’arte il 4 e 5 dicembre 2025, si inserisce nel crescente interesse per la cultura materiale come chiave di lettura dei fenomeni coloniali, proponendone un’applicazione specifica al caso italiano. L’attenzione agli oggetti vi appare come una scelta metodologica capace di spostare l’analisi dalle strutture politiche e militari del colonialismo alle sue forme di circolazione, sedimentazione e persistenza nella vita quotidiana, negli archivi, nei musei e nelle pratiche commemorative. Riunendo studiose e studiosi provenienti da contesti geografici e disciplinari differenti, il convegno ha costruito un confronto in cui prospettive europee si sono intrecciate con contributi provenienti da aree direttamente coinvolte dalla storia coloniale, mettendo in discussione letture esclusivamente eurocentriche. Ne è emerso un terreno metodologico condiviso: gli oggetti sono stati letti come dispositivi attivi nella produzione di immaginari, gerarchie e relazioni di potere, oltre che come testimonianze del passato coloniale. Proprio questa centralità della cultura materiale ha permesso di attraversare ambiti disciplinari diversi e di mostrare come il colonialismo italiano debba essere compreso attraverso eventi, istituzioni e politiche imperiali, insieme alle forme materiali che ne hanno sostenuto la legittimazione e ne prolungano, ancora oggi, la memoria.

Alberto Salietti, On the desk, 1946, olio su compensato, collezione privata. Courtesy Il Ponte Casa d’Aste. Immagine tratta dalla pagina del convegno Colonial Objects: The Material Culture of Italian Colonialism, Bibliotheca Hertziana – Max Planck Institute for Art History, consultata il 3 maggio 2026.

Il primo nucleo emerso dal convegno riguarda la funzione degli oggetti nella costruzione del consenso coloniale. Manufatti di natura diversa — medaglie, giochi, materiali didattici — traducono l’impresa imperiale in forme accessibili, ripetibili e socialmente condivise, rendendo le sue gerarchie riconoscibili anche entro pratiche quotidiane e apparentemente marginali. In questa prospettiva si colloca l’intervento di Sara Vitacca sul Medagliere Libico, in cui manufatti apparentemente celebrativi vengono ricondotti a una precisa operazione simbolica: il richiamo alla romanità agisce come strumento di continuità ideologica, inscrivendo la conquista coloniale entro una narrazione eroica e storicamente legittimata. Accanto a questi oggetti più istituzionali, l’intervento di Victoria Witkowski sui giochi da tavolo e sui materiali didattici ha evidenziato l’efficacia di supporti meno canonici nella diffusione dell’immaginario coloniale. Il gioco La guerra d’Etiopia – La super gara Sant’Agostino risalente agli anni Trenta, traduce infatti la conquista in una sequenza ludica e progressiva, in cui le tappe territoriali — da Macallè ad Axum fino ad Addis Abeba, celebrata come “nuovo fiore dell’Impero italiano” — costruiscono una rappresentazione semplificata e trionfale dell’espansione coloniale.

La guerra d’Etiopia e la Super-Gara Santagostino, 1936, cartoncino stampato in litografia, 74 × 48 cm, Santagostino, Milano, stampa Ripalta, Milano. Immagine tratta dal sito Giochi dell’Oca, consultato il 3 maggio 2026

Tra gli oggetti discussi, le fotografie offrono un punto di osservazione particolarmente significativo. Frequentemente impiegate nello studio della storia coloniale, in questo contesto sono state considerate come dispositivi visivi capaci di orientare la memoria e di costruire una rappresentazione selettiva dell’esperienza coloniale. In questa direzione si colloca l’intervento di Agnese Ghezzi, dedicato agli album fotografici coloniali appartenenti a privati, letti attraverso le loro giustapposizioni visive, le omissioni e il ricorso a stereotipi etnografici. Il caso analizzato riguarda l’album del Fondo Carlo Guidotti, conservato presso l’Archivio fotografico lucchese “A. Fazzi”, composto da 153 positivi in bianco e nero ambientati in Eritrea e riconducibili al contesto dell’Africa Orientale Italiana. L’iscrizione iniziale — «Ricordo della campagna, AO 1 maggio 1935» — orienta la lettura del materiale, inscrivendolo entro una dimensione memoriale privata. Le immagini restituiscono scene apparentemente ordinarie: le fotografie dei piroscafi in viaggio da Napoli a Massaua, accostate a quelle delle canoe locali, costruiscono una gerarchia tra mezzi di trasporto e, più in generale, tra condizioni economiche e tecnologiche, rafforzando un’idea di superiorità italiana. Accanto a queste compaiono immagini di monumenti coloniali, rituali locali e ritratti etnografici — bambini, uomini e donne, queste ultime spesso rappresentate secondo lo stereotipo della “Venere nera” — mentre colpisce l’assenza sistematica di riferimenti alla presenza militare. La dimensione violenta del contesto coloniale viene così esclusa dal racconto visivo, a favore di una sequenza di ricordi soggettivi. Ne emerge una rappresentazione di un contatto apparentemente ordinato tra italiani e territori colonizzati, presentato come naturale, mentre restano in ombra le condizioni storiche e le asimmetrie di potere che lo rendevano possibile.

Il tema della persistenza materiale del colonialismo nello spazio metropolitano è emerso con particolare evidenza nel panel The Empire at Home, che ha spostato l’attenzione sul radicamento della colonialità nel contesto italiano. In questo quadro, l’intervento di Paolo Novak ha mostrato come tracce materiali apparentemente marginali partecipino alla costruzione di una memoria capace di agire nel presente. Il caso della tenuta Votalarca, nei pressi di Spoleto, risulta in tal senso esemplare. La targa collocata nel cortile della villa, un’abitazione aristocratico-rurale, inscrive la memoria coloniale all’interno di un contesto locale attraverso la formula «Fatto quando gli italiani presero Tripoli»: la conquista diventa così un parametro condiviso di orientamento temporale. Letta in questa prospettiva, la targa si configura come un palinsesto ideologico in cui si intrecciano storia locale, memoria coloniale e persistenze simboliche. Il riferimento alla presa di Tripoli per datare la costruzione della tenuta segnala l’inserimento dell’esperienza coloniale nelle pratiche quotidiane di definizione del tempo e del luogo, dove l’immaginario imperiale assume la forma di un criterio ordinatore della memoria locale.

Su questo nodo si è concentrata la sezione dedicata a Spoliation and Restitution, presieduta da Uoldelul Chelati Dirar, uno dei momenti più rilevanti del convegno. L’intervento di Lorenzo Declich ha ricostruito, a partire dagli inventari del Museo Coloniale, una vicenda segnata da discontinuità, perdite e riorganizzazioni, mettendo in evidenza il carattere costruito delle pratiche di conservazione. Le categorie di “etnografico”, “artistico” o “artigianale” risultano instabili e attraversate da implicazioni gerarchiche, mentre la ricostruzione del destino postcoloniale delle collezioni appare frammentaria: materiali dispersi, riclassificati o descritti in modo impreciso, in parallelo ai continui mutamenti istituzionali del museo. La vicenda del Museo Coloniale — aperto per soli trentaquattro anni nell’arco di oltre novant’anni — restituisce in questo senso le difficoltà italiane nel confrontarsi con il proprio passato coloniale. Errori inventariali, lacune e denominazioni offensive si inseriscono in questo quadro come indizi di una più ampia disarticolazione del sapere coloniale nel passaggio al periodo postcoloniale, segnata da una persistente incertezza nel definire lo statuto degli oggetti e il loro ruolo all’interno delle istituzioni.

La classificazione degli oggetti coloniali rimanda direttamente alle condizioni storiche della loro rimozione e alle conseguenze prodotte sulle comunità di origine. In questa direzione si collocano i contributi di Thomas Demewez e Silvia Iannelli. Nel caso presentato da Demewez (Addis Ababa University), dedicato agli abiti di Ras Desta Damtew conservati in Italia, la circolazione degli oggetti si lega alle dinamiche della guerra italo-etiopica e alla questione, ancora aperta, delle restituzioni. Il richiamo all’articolo 37 del Trattato di pace del 1947, che prevedeva la restituzione dei beni sottratti, evidenzia la distanza tra il piano normativo e la situazione attuale: una parte significativa di questi materiali risulta tuttora conservata in Italia. La restituzione emerge così come condizione necessaria per ricostruire le traiettorie storiche degli oggetti e ridefinirne il significato all’interno delle istituzioni che li conservano. Sempre nel contesto delle sottrazioni, l’intervento di Silvia Iannelli ha preso in esame il caso delle wakka del popolo Konso, nel sud dell’Etiopia, a partire da un’esperienza di ricerca diretta sul campo. La rimozione di queste statue funerarie, dotate di un forte valore sociale e culturale, incide profondamente sulle comunità di origine: collocate in spazi rituali da cui non possono essere separate senza alterarne il significato, le wakka risultano strettamente legate alle pratiche funerarie e alle forme di memoria collettiva. La loro sottrazione introduce una frattura nei processi di trasmissione di tali pratiche, percepibile anche nella produzione contemporanea di manufatti analoghi, incapaci di restituire pienamente il valore delle opere originarie. L’analisi proposta da Iannelli richiama inoltre l’attenzione sul posizionamento dello sguardo, mettendo in evidenza le implicazioni di una ricerca condotta dall’esterno in un contesto culturalmente e politicamente complesso. Le attuali tensioni interne e le rivendicazioni identitarie rendono ancora più urgente collocare le pratiche di sottrazione e conservazione degli oggetti entro un quadro in cui dimensione storica e dinamiche contemporanee risultano strettamente intrecciate. Il caso dell’aeroplano Tsehai, presentato da Giulia Beatrice, ha mostrato come la restituzione di un oggetto coloniale lasci aperto il problema delle narrazioni prodotte durante la sua conservazione. Restituito nel 2024 e oggi conservato presso l’Adwa Victory Memorial Museum di Addis Abeba, il velivolo reca ancora le tracce materiali e discorsive della permanenza in Italia. La narrazione del suo presunto stato di abbandono in Etiopia e gli interventi subiti presso il Museo storico dell’Aeronautica Militare di Vigna di Valle, tra cui la ridipintura e la musealizzazione, rivelano la persistenza di un’impostazione fondata sulla superiorità conservativa italiana. Il Tsehai diventa così un caso emblematico della responsabilità delle istituzioni nella ridefinizione del significato storico e politico degli oggetti coloniali.

L’ultimo panel, The Empire in the Museum, ha ricondotto questi problemi alla questione della musealizzazione. L’intervento di Matilde Vernuccio, dedicato al lämd di däğğazmač Habtä Mika’el, ha affrontato la provenienza di un manto etiopico come problema storico, terminologico e museale. Associato a figure di alto rango e a specifiche forme di autorità, il lämd conserva un valore politico e simbolico che le informazioni lacunose delle collezioni italiane tendono spesso a rendere opaco. La difficoltà di distinguere tra dono, prelievo e sottrazione si intreccia con l’instabilità delle categorie descrittive — “etnografico”, “storico”, “artistico” — diversamente articolate nei contesti italiano ed etiope. Ricollocare questi manti entro il contesto coloniale consente di rendere visibili le relazioni di potere che ne hanno accompagnato l’acquisizione e la successiva musealizzazione.

Su un piano affine si colloca l’intervento di Davide Zendri, conservatore del MITAG – Museo Storico Italiano della Guerra di Rovereto e co-curatore, con Nicola Labanca, del recente doppio volume L’Africa in deposito. Collezioni coloniali italiane nei musei Euregio, pubblicato da Verlag Militaria GmbH a Vienna nel 2025. Il contributo di Zendri si è concentrato sulla storia espositiva di un revolver a cinque canne sistema Pepperbox, proveniente dalla Cirenaica e databile alla metà del XIX secolo. Il caso consente di osservare come un oggetto inizialmente esibito come trofeo possa essere progressivamente ricollocato entro un discorso critico, attraverso le cornici interpretative che ne accompagnano l’esposizione. Anche in questo caso, la qualificazione del revolver rimane instabile, oscillando tra dono, acquisizione e sottrazione, mentre interventi materiali e scelte di allestimento incidono sulla possibilità di ricostruirne il funzionamento e il contesto originario. Ricondotto alla storia della sua circolazione, il Pepperbox si lega alle dinamiche della presenza italiana in Libia e alle pratiche di acquisizione del contesto coloniale. La sua permanenza nelle collezioni italiane mantiene aperta la relazione con il contesto senussita, definendone lo statuto di patrimonio conteso, al di là della legittimità formale dell’acquisizione avvenuta nel 1928.

In conclusione, il convegno ha mostrato come la cultura materiale offra un punto di osservazione decisivo per rileggere il colonialismo italiano nelle sue forme di produzione, circolazione e persistenza. Gli oggetti discussi — medaglie, giochi, fotografie, targhe, manufatti rituali e collezioni museali — hanno permesso di attraversare contesti diversi, rendendo visibili le relazioni di potere che ne hanno determinato l’uso, la classificazione, la conservazione e l’esposizione. La pluralità delle provenienze e delle posizioni dei relatori ha inciso sull’orientamento del dibattito, sottraendo il colonialismo italiano a una lettura univoca e riportando al centro le prospettive delle comunità interessate. Il tema della restituzione, ricorrente nei diversi interventi, ha confermato l’attualità di queste questioni: gli oggetti coloniali continuano a interrogare le istituzioni che li conservano e a rendere visibili rapporti ancora irrisolti tra collezioni, memoria storica e comunità di origine. In questo senso, Colonial Objects ha offerto un contributo rilevante al dibattito sulla memoria coloniale italiana, indicando nella riconsiderazione materiale degli oggetti una via per ripensare le forme attraverso cui il passato coloniale viene ordinato, esposto e trasmesso.

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