In molti luoghi e in molti tempi. Alì Assaf e la pratica di comunità al MLAC

La mostra Ali Assaf. Opere 1973-2011, al Museo Laboratorio d’Arte Contemporanea di Sapienza Università di Roma, a cura di Arianna Desideri, si trova in molti luoghi contemporaneamente, ma “sotto lo stesso primo cielo” (il riferimento è all’opera in mostra Io e loro sotto il primo cielo, 1991), un’espressione utilizzata dall’artista di origini irachene per determinare la rigidità del confine geografico e l’affermazione, invece, di un senso comunitario di appartenenza sovranazionale e collettivamente naturale.
Inaugurata il 21 aprile 2026 e visitabile fino al 29 maggio, è la prima mostra monografica dedicata ad Assaf da un museo in Italia.
Che cosa significhi lavorare in più luoghi e in più tempi, la mostra lo illustra con chiarezza, seguendo la produzione dell’artista a partire da un corpus antologico di opere che vanno dal 1973, anno del suo approdo a Roma, al 2011, anno della sua partecipazione come commissario e artista del Padiglione Iraq alla 54° Biennale di Venezia “ILLUMInazioni”.
Che cosa significhi, invece, offrire una prospettiva transculturale e transmediale attraverso la ricognizione artistica, e non solo, di una vita vissuta tra geografie – che sono territorio e memoria – all’interno di un museo universitario, apre una riflessione su ciò che il museo contemporaneo può e deve essere oggi, e si lega al tracciamento di una nuova via per il MLAC, diretto dalla Prof.ssa Francesca Gallo, che guarda a tematiche e soggettività scaturite dalle prospettive critiche post-coloniali.

Il percorso espositivo si apre con una serie di ritratti e autoritratti pittorici di Assaf risalenti agli anni Settanta, uno più piccolo con richiami stilistici a Modigliani, caricato in valigia come destino e augurio dall’Iraq a Roma, e uno più grande, quasi totalmente astratto in bianco e blu, realizzato poco dopo il suo arrivo nella capitale, chiudendosi poi con l’opera Al Basrah the Venice of the East (2010, stampa fotografica, video): un racconto per immagini della città di Al Basrah o Bassora, luogo natale dell’artista e «area con il maggior numero di palme da dattero al mondo», come ci ricorda nella didascalia di una delle fotografie che la compongono.
Alla fine del XIX secolo un artista della marina britannica arriva a Bassora e gli sembra Venezia; alla fine dei bombardamenti anglo-statunitensi sull’Iraq, perpetrati per oltre un decennio, la palma da dattero è sterile e il patrimonio naturalistico della regione irrimediabilmente compromesso.
Assaf divulga nelle sue opere, con notazioni precise e quasi cronachistiche, informazioni sulla terra che ha lasciato e che gli sarà estranea per più di trent’anni.

Uno degli elementi che affiora maggiormente nella sua pratica, e che risulta evidente nei lavori in mostra, è una sorta di volontà di dissolvimento dei confini fra Io e gli Altri, che è anche volontà di prossimità geografica e identitaria. Assaf, infatti, non riduce il discorso alla semplice traduzione biografica del suo esilio, prima formativo, poi divenuto permanente con l’ascesa di Saddam Hussein nel 1979 e del suo governo autoritario (Il Diario della Guerra del Golfo, 1990-1991, olio e acrilico su tela, dimensioni varie).
La diaspora, la repressione politica, l’ingiustizia sociale, il militarismo sfrenato sono fenomeni di cui l’artista intende dissotterrare i presupposti.
Iracheno nel corpo urbano di Roma, Assaf si radica frequentando dapprima l’Accademia di Belle Arti, che non lo soddisfa accademicamente, e legandosi al quartiere di San Lorenzo e alla sua comunità di artisti. Non si tratta di portare l’Iraq a Roma, o Roma in Iraq, ma di non dimenticare, e della possibilità di un ritorno, forse improduttivo.

Ricorrono all’interno della mostra una serie di termini sottesi a un meccanismo ironico di presenze e assenze, a cui l’artista si sottopone per accertarsi della sua sopravvivenza e per poter essere comunità: Sono ancora vivo è il titolo del suo ritratto fotografico esposto presso Sala 1 nel 1991 in cui si veste con abiti tradizionali iracheni cuciti in Italia; in Lui, solo lui, dovunque lui (1985, stampa fotografica montata su cartone, dimensioni variabili) gioca con l’immagine sconosciuta di un generale in divisa, scovata al mercato di Porta Portese, “fotomontandola” sui medaglioni o sulle edicole sacre riservate alle Madonne di strada di Roma; “Io non ho nazione, ho immaginazione” (acrilico su tela, 50x70cm) è la traduzione di una citazione in calligrafia araba dal poemetto The Schooner Flight di Derek Walcott.
I’m just a red nigger who love the sea, I had a sound colonial education, I have Dutch, nigger, and English in me, and either I’m nobody, or I’m a nation.
Continua così la poesia di Walcott e si ripete nel percorso espositivo una tensione tra l’esistere come individuo e come gruppo, tra una condizione individuale e un divenire nazione, che non sfocia mai nella retorica, poiché non ci sono messaggi pronunciati al posto degli altri. Non si parla per gli altri, ma delle molte presenze chiave di un passato e di un presente a cui Assaf rimane sempre legato con lo sguardo lucido di una cronaca dal vero.
Eppure, come ha raccontato la curatrice Arianna Desideri, l’impossibilità di tornare in Iraq, per evitare la leva militare, ha permesso all’artista di scomporre uno a uno i fili di questa lontananza e di questo non ritorno, ponendo molta attenzione al tema della famiglia, degli alberi genealogici, delle fotografie, vere o false che siano, per poterli ritessere in una prospettiva di impegno collettivo e di riconciliazione.
La mostra è quasi simbolicamente divisa in due parti. Una prima dall’intonazione più introspettiva, intimamente legata a una riflessione sullo stare nei luoghi e nei tempi, ben rintracciabile nell’opera I miei vicini (1982, fotografie con bronzo su tavola, 27×27 cm cad.), in cui, per tutto il mese di maggio 1981, osserva e fotografa il balcone dei suoi vicini di casa a San Lorenzo. Ciò che, a prima vista, assomiglia a una fotocronaca analitica si traduce in un tentativo di comunicazione a distanza. Ogni dettaglio fotografato rimanda a una cura destinata agli abitanti della casa e ai molti proprietari degli indumenti. Il linguaggio è quello dello scorrere del tempo.
La seconda parte è invece proiettata verso un fuori politico e universalizzante, con opere realizzate a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. Vi compaiono i grandi fotomontaggi con Abbas e Fatima, personaggi di finzione, incorniciati dai loro messaggi di saluto ai familiari («Mi chiamo Abbas della tribù di Al-Giubur. Mando i miei saluti ai miei fratelli…»; «Mi chiamo Fatima la figlia di Zaher. Saluto mio marito e i suoi fratelli e sorelle che vivono in Olanda…»).
Il vestiario stereotipato sfida l’occhio di chi guarda a riconoscere la finzione nella rappresentazione di un’arabicità canonica che non esiste.

Il fatto che Assaf si esprima attraverso una varietà mai ripetuta di media, dalla pittura alla fotografia al video, non è un elemento da sottovalutare, ed è anzi, forse, una scelta che rivela il proposito di sottrarsi alle storicizzazioni e agli assiomi della critica. Egli si riconosce davvero nella postmedialità, spiega la curatrice, così come la intendeva Rosalind Krauss, in cui il medium si pone al servizio del pensiero.
I video proiettati sono tre: Piedi di Sabbia (video della performance, 1996, dur.7’, colore, suono), Lampedusa Checkpoint (2004, video, dur.11’, colore e suono) e Narciso (2010, video HD, dur.13’, colore). Pur nella loro eterogeneità, affrontano il tema della spersonalizzazione dell’immigrazione attraverso la demolizione delle sue figure archetipiche. In Narciso, l’artista si veste con i panni della figura mitologica presente nel celebre dipinto attribuito a Caravaggio, e attende sulle rive di un fiume immaginario il passaggio dei rifiuti e di ciò che rimane dell’Iraq distrutto dalla guerra.
In Quell’oscuro oggetto del desiderio (2003, cibachrome e stampe fotografiche montate su cartone, 40x40x8 cm cad.), compie un reportage di testimonianze biografiche, raccogliendo i motivi dell’emigrazione. «Per vendere i tappeti in inverno e i fiori in estate» è una delle risposte, o ancora «per far crescere bene mio figlio e farlo sposare con una bellissima donna bionda».

L’opera che divide i due momenti della narrazione è Finestre di Stoffa per mia madre (1993, 5 elementi in cotone e lino, 150 x 350 m cad.).Installata al centro della stanza, rappresenta una cesura commovente che separa l’interno dall’esterno, l’autoanalisi dalla beffa geopolitica.
Questo monumento, senza piedistallo e senza peso (sono opere tessili leggere e aeree, anche se con una struttura geometrica ben definita), rievoca la figura materna, alla cui morte non si è potuto assistere, attraverso la ripetizione del Khamsa, ovvero del numero cinque. Cinque sono i drappi, di cinque colori diversi, cinque le dita della mano di Fatima posta sulla sommità dell’opera.

La mostra consente, dunque, di sperimentare forme di incontro tra diverse comunità attraverso il racconto di storie dell’arte plurali e spesso taciute.
Una tematica, questa, che ha acceso il dibattito nella letteratura recente sui musei, ed è stata fonte di molte domande sul loro ruolo nella costruzione della coesione sociale, in un tempo presente che sappiamo segnato da mutamenti repentini, instabili e ineguali.
Il MLAC è un museo universitario a vocazione laboratoriale e sperimentale, rivolto principalmente alla comunità studentesca che ne attraversa e ne fruisce quotidianamente gli spazi. È anche, però, un museo aperto e accessibile a un pubblico più ampio. Ospitare la mostra all’interno di questo ambiente vuol dire fornire occasioni di partecipazione e di incontro con prospettive culturali e identitarie situate sulla soglia delle macronarrazioni, senza abdicare alla responsabilità curatoriale.
Si dibatte molto, in questo momento storico, su quali siano le modalità per accogliere e mettere in pratica una museografia decoloniale. Oltre alla ridefinizione delle basi epistemologiche, una di queste consiste nel raccontare il lavoro e le storie di figure come Alì Assaf, che hanno operato in una dimensione parallela rispetto ai circuiti canonici del mercato e delle istituzioni culturali. Un’altra è rendere accessibili materiali e informazioni attraverso iniziative aperte e gratuite come le due tavole rotonde Lontano dal Primo Cielo, tenutasi il 29 aprile, e Roma anni Novanta. Conversazioni per una storia recente, in programma per il 28 maggio. Il ciclo di appuntamenti proseguirà con una serie di proiezioni e una performance dell’artista in occasione della Notte dei Musei, il 23 maggio.

Arianna Desideri ha incontrato Alì Assaf seguendo le tracce lasciate dalle testimonianze di pratiche artistiche diasporiche nella Roma degli anni Novanta, nell’ambito delle sue ricerche di dottorato. Per Alì Assaf, dopo il loro incontro, l’idea di realizzare una mostra in un museo universitario deve essere apparsa subito particolarmente significativa.
Una piccola nota finale, a margine, da parte di chi scrive. Non di rado le traiettorie della ricerca si incontrano in spazi inattesi. È stato attraverso uno di questi incroci emersi nella mostra che ho scoperto la partecipazione di Alì Assaf a un’importante esposizione (presente nella ricca sezione documentaria) presso il Museo Preistorico Etnografico Luigi Pigorini, oggetto della mia ricerca di dottorato e incentrata sulla ricostruzione di una genealogia di interventi di artisti contemporanei nei musei etnografici europei dalla fine degli anni Ottanta.
Partendo da una domanda di oggi, il senso della ricerca, intesa in maniera più ampia, si trova primariamente nella condivisione e nell’accessibilità dei materiali.
Le ricostruzioni sono certamente utili a fare ordine, ma soprattutto a preparare nuovi contesti e nuove promesse per il futuro.
Immagine di copertina: Alì Assaf, Sono ancora vivo, 1991, riproduzione dell’installazione a Sala1, Roma, 450×250 cm. Ph: Gabriele Pallai.