La mostra del Beato Angelico a Firenze, con un focus sull’attività a Roma (1445-1449 e 1452-1455)

Un folto gruppo di studiosi italiani e stranieri coordinati da Carl Brandon Strehlke partecipa al catalogo di questa importante mostra che segue a distanza di settanta anni la prima monografica dedicata al pittore di Fiesole nel 1955 nel quinto centenario della morte e quella del 2009 tenutasi ai Musei Capitolini di Roma. Oltre centoquaranta opere del pittore e di artisti a lui contemporanei, tra dipinti su tavola, sculture e miniature illustrano – nelle sedi espositive di San Marco e di Palazzo Strozzi – il fervido clima culturale degli inizi del Rinascimento a Firenze, durante il quale Guido di Pietro divenuto Fra Giovanni da Fiesole e poi noto come Beato Angelico fu artista di punta in costante dialogo con gli altri grandi protagonisti del suo tempo. In questo senso la mostra, superata ormai la visione strettamente religiosa dell’artista propria degli studi otto-novecenteschi, lo presenta come protagonista, dopo gli esordi tardogotici, della nuova pittura rinascimentale a Firenze nei primi decenni del XV secolo.
Novità assolute sono la ricomposizione di grandi pale d’altare oggi disperse in musei e collezioni italiane e estere; inoltre la mostra è stata l’occasione per nuovi restauri che hanno interessato sopratutto gli affreschi del convento di San Marco, realizzati negli ultimi anni in collaborazione con l’Opificio delle Pietre Dure.
I saggi introduttivi delineano il percorso umano e artistico del pittore (a cura di Carl Brandon Strehlke), si soffermano sugli affreschi del convento di San Marco (a cura di Marco Mozzo) e procedono a esaminare l‘iter artistico del pittore nelle varie fasi che vanno dalla stagione tardogotica negli anni Venti del XV secolo fino alla svolta rinascimentale sotto l’egida di Masaccio (a cura di Angelo Tartuferi) che inserisce il pittore tra grandi protagonisti delle rivoluzione prospettica del primo Rinascimento.
Nelle undici sezioni del catalogo si ripercorre l’intera produzione del pittore con una serie di interventi di carattere tematico/cronologico/ topografico/ dall’esordio tardogotico nel secondo e terzo decennio del XV secolo all’insegna di modelli come Gherardo Starnina e Masolino alla fondamentale svolta stilistica in senso rinascimentale sull’esempio di Masaccio, come attesta la predella con l‘Imposizione del nome a san Giovanni Battista del 1428 circa (Firenze, Museo di San Marco). Altri approfondimenti riguardano la pala Strozzi di Santa Trinita divisa tra Lorenzo Monaco (1421-1424) e l’Angelico (1430-1432 ca.), la pala di San Marco con la ricostruzione della predella, le crocefissioni sagomate, il tema del Volto Santo, le grandi committenze, l’attività romana, il ruolo della famiglia Medici come costruttori e committenti della decorazione del convento di San Marco, l’importanza della sua biblioteca per la formazione umanistica del pittore, la produzione miniata dell’Angelico e dei suoi contemporanei. Le ricostruzioni grafiche in appendice restituiscono la memoria di pale e trittici con magnifiche predelle oggi smembrati e dispersi nella loro unità, che la mostra ha permesso di riunire grazie ai prestiti di istituzioni museali e collezioni private e che rappresentano un evento senza precedenti: significativa la pala di San Marco e la pala di Perugia.
Un’attenzione particolare si rivolge in questa sede alla sezione dedicata ai soggiorni romani dell’Angelico, curata con competenza da Gerardo de Simone, nella quale rientrano novità di interpretazioni e nuove attribuzioni alla mano del pittore. Nel corso dei due soggiorni nell’Urbe (1445-1449 e 1452-1455 circa) al servizio dei papi Eugenio IV e Niccolò V il pittore realizza, oltre alla celebre Cappella Niccolina, i perduti cicli di affreschi in Vaticano: la cappella di San Nicola o del Sacramento, il coro di San Pietro, lo studiolo di Niccolò V. Nella cappella del Sacramento da riferirsi al pontefice Eugenio IV che la restaurò tra il 1446 e il 1447, l’ Angelico – che il papa aveva avuto occasione di conoscere durante il suo lungo esilio fiorentino – dipinge Storie di Cristo e ritratti di illustri personaggi contemporanei, come ricorda il Vasari :“nella quale opera [Cappella del Sacramento in Vaticano] aveva lavorato in fresco alcune storie della vita di Gesù Cristo, e fattovi molti ritratti di naturale”. La cappella, denominata nei documenti come “parva” e “secreta”, aveva forma rettangolare e terminava con una breve abside e vi si accedeva dall’Aula prima (futura Sala Regia) e confinava con l’ Aula secunda, futura sala Ducale; quando fu distrutta sotto Paolo III nel 1538 per creare un accesso più ampio alla cappella Sistina, Michelangelo, grande estimatore del pittore angelico, tenne per sé un frammento con il volto della Vergine. Un riflesso della cappella si coglie nella Madonna dell’Umiltà della Pinacoteca Sabauda di Torino (1449-1450), dove l’Angelico delinea sullo sfondo un’elegante abside che riecheggia quella del perduto sacello. Degli affreschi, perduti insieme alla cappella nel XVI secolo, oggi restano scarse e ipotetiche, testimonianze iconografiche: dieci disegni con Storie di Cristo su pergamena tinta color porpora – oggi divisi tra i musei di Rotterdam (Boijmans van Beuningen) e di Cambrigde (Mass.), (Harvard University Art Museum)- sono considerati fogli di presentazione al pontefice committente per i futuri affreschi; esposti in mostra sono Cristo di fronte a Pilato e la Crocefissione con una datazione tra il 1446 e il 1447, di grande finezza tecnico-esecutiva dove la classica frontalità denuncia la derivazione da modelli giotteschi e masacceschi, mentre l’esecuzione a tratti gracile, fa pensare all’intervento di un collaboratore accanto al maestro. Un’idea in formato ridotto dei perduti affreschi della cappella del Sacramento è data poi dalle scene dipinte nel trittico con l’Ascensione, Giudizio Universale, Pentecoste (Roma, Galleria Nazionale di Arte Antica, Palazzo Corsini) databile al 1448-1449 circa, forse commissionato dal cardinale Juan Torquemada o dal pontefice Niccolò V.
Unica opera sopravvissuta del primo soggiorno romano è la cappella Niccolina il cui programma iconografico con le storie parallele dei due protomartiri cristiani Stefano e Lorenzo e le architetture dipinte ne fanno un vero e proprio manifesto dell’ideologia niccolina in rapporto con l’umanesimo cristiano. Esposto in mostra è un esemplare della Descriptio urbis Romae (BAV, Chig. M.VII.149) realizzato intorno al 1450 da Leon Battista Alberti, al quale spetta forse i ruolo di consulente architettonico per gli affreschi, nonché il disegno del pavimento marmoreo della cappella. In relazione con la cappella Niccolina sono alcuni disegni di mano del collaboratore Benozzo Gozzoli, tra i quali un foglio della Royal Collection che mostra sul verso una copia degli affreschi, e sul recto una Testa di giovane a punta metallica su carta colorata di straordinaria acutezza ritrattistica, forse in rapporto con le storie laurenziane e la cui elevata qualità chiama in causa, pur con margine di dubbio, l’intervento diretto del maestro.
Di fondamentale importanza è l’attività dell’Angelico nella chiesa e nel convento domenicano di Santa Maria sopra Minerva, la sede generalizia del proprio ordine dove il pittore risiedette nel corso dei soggiorni romani (1445-1449 circa e 1452-1455 circa), lavorando per la gran parte al servizio del cardinale Juan De Torquemada. Alla committenza del cardinale risalgono due tavolette per la devozione privata: la Crocefissione Fogg e la Crocifissione con san Nicola e santa Brigida, finora considerata di ubicazione ignota e nota solo attraverso una riproduzione fotografica, che in occasione della mostra è stata rintracciata in collezione privata. Capolavoro dello stile tardo dell’Angelico, la tavoletta presenta un’insolita e curiosa iconografia con la santa inginocchiata ai piedi della croce mentre si fa gocciolare cera ardente da una candela sulla spalla. La committenza del Torquemada è poi avvalorata dal fatto che al concilio di Basilea egli aveva esaminato e approvato le Revelationes della santa svedese.
Anche gli affreschi che decoravano il chiostro di Santa Maria sopra Minerva furono commissionati dal cardinale Juan Torquemada, nell’ambito dei lavori realizzati dal cardinale nella chiesa e nel convento, forse proprio in previsione del Giubileo del 1450. Distrutto nel tardo Cinquecento nell’ambito dei lavori promossi dal maestro generale Vincenzo Giustiniani per far posto a decorazioni più moderne, il ciclo fu un episodio pittorico di importanza capitale per l’ambiente romano della metà del Quattrocento: trentaquattro episodi del Vecchio e del Nuovo Testamento dipinti a monocromo in terra verde sulle pareti del chiostro erano commentati dal passo corrispondente delle Meditationes di Juan Torquemada, in una combinazione di testo latino e immagine; ogni episodio era accompagnato da un monachus che indicava il soggetto invitando alla meditazione, da identificarsi probabilmente con il Torquemada. A conservare fedelmente la memoria del ciclo perduto è il Vat. Lat. 973 con disegni a penna acquarellati, di ambito centro-italiano, del quale in mostra è esposto lo splendido foglio con il Torquemada inginocchiato davanti a san Sisto (BAV, Vat. Lat. 973, f. 29r). Le molteplici corrispondenze tra le illustrazioni del codice e le opere angelichiane della maturità – come gli affreschi di San Marco e la cappella Nicolina – confermano l’autografia del pittore fiorentino dell’importante ciclo pittorico, che negli studi critici precedenti era stato assegnato a Antoniazzo Romano. Per il porporato il pittore realizza la perduta pala per l’altare maggiore di Santa Maria sopra Minerva raffigurante l’ Annunciazione, come ricordava Vasari nelle edizioni del 1550 e del 1568 delle Vite («Fece ancora nella Minerva la tavola dello altare maggiore con una Nunziata che è locata allato alla cappella grande a canto un muro»), e databile tra il 1453 e il 1454, all’epoca del secondo soggiorno romano. Della grande pala sopravvivono tre scomparti di predella: il Sogno di Innocenzo III e l’ Apparizione dei santi Pietro e Paolo a san Domenico (New Haven, Yale University Art Gallery), la Cena servita dagli angeli (Stoccarda, Staatsgalerie) e quello con la Disputa di san Domenico con gli eretici e il Miracolo del libro in collezione privata che risulta compatibile per dimensione e stile alle precedenti. Le due predelle esposte in mostra – quella di Yale e quella in collezione privata – pur guaste e ridipinte, parlano un linguaggio aulico e monumentale riconducibile a soluzioni architettoniche classicheggianti di età niccolina.
Un contributo all’attività del pittore fiorentino come miniatore al servizio di Niccolò V all’epoca del primo soggiorno romano – attività del resto ricordata dal Vasari (1568) («papa Nicola quinto […] in Roma gli fece […] miniare alcuni libri che sono bellissimi») – è l’attribuzione alla mano del pittore avanzata da De Simone, e accolta nel catalogo della mostra, della miniatura con la consegna a Niccolò V dei Dialoghi sull’umiltà di Lorenzo da Pisa (BAV, Vat. Lat. 961, c. 22), databile tra il 1446 e il 1447.
La celebrazione umanistica dell’Angelico trapela dalla tomba e dagli epitaffi in S. Maria sopra Minerva, dove egli morì il 18 febbraio 1455. Paragonato al mitico pittore Apelle (velut alter Apelles) in una delle epigrafi che accompagnavano il suo sepolcro, l’Angelico assurge nel novero degli artisti come Brunelleschi e Gentile da Fabriano che, prima di lui, avevano avuto il privilegio e l’onore di una sepoltura monumentale, episodio ancora eccezionale nel mondo artistico quattrocentesco.
Beato Angelico, catalogo della mostra a cura di Carl Brandon Strehlke con Stefano Casciu, Angelo Tartuferi, Firenze, Palazzo Strozzi e Museo di San Marco, 26 settembre 2025-25 gennaio 2026, Venezia, Marsilio Arte, 2025.