I tre giorni dell’elefante. Una cronaca secentesca nel libro di Antonella Attanasio

Nel marzo del 1630, mentre a Milano la peste mieteva le sue vittime, nella corte di Francesco Maria II della Rovere a Casteldurante (l’attuale Urbania), si respirava un’aria del tutto diversa, non solo per salubrità, ma per un episodio assai singolare: l’arrivo, il 25 marzo, di un giovane elefante indiano “in viaggio per l’Europa”, che fece tappa alla corte ducale. Giunto nel 1621 a Lisbona, allora governata dalla Spagna, il pachiderma fu chiamato Don Diego e – per una serie di vicende che attengono sia alle relazioni tra le corti sia al caso – iniziò una sorta di tournée che lo portò a Londra, a Parigi, e da lì in tante città del continente fra cui Anversa, Francoforte, Vienna. Al principio del 1630 Don Diego arrivò in Italia, dove l’ultimo duca di Urbino, appunto Francesco Maria II della Rovere si adoperò perché fosse invitato nella sua dimora di Casteldurante, dove si era trasferito, e dove sarebbe morto l’anno seguente, 1631.
Per le consuetudini quotidiane della comunità di cortigiani, chierici, abitanti del luogo, la presenza per tre giorni del pachiderma apparve come un “fuoco d’artificio”, portando nella vita di corte “note di gaiezza” che “raramente, o forse mai, si riscontrano in altre cronache”.
È quello che si legge in un libro godibilissimo per stile e struttura, Don Diego alla corte roveresca di Casteldurante. L’Historia naturale dell’elefante, scritto dalla storica dell’arte Antonella Attanasio per la collana di Quaderni del progetto Immaginare i saperi. Nello spirito di questo progetto, che ha in corso lo studio sistematico delle immagini presenti nelle migliaia di volumi raccolti dal duca Francesco Maria II della Rovere nella sua Libraria di Casteldurante (e ora conservati presso la Biblioteca Universitaria Alessandrina di Roma), il libro ricompone una storia fatta di immagini (i “ritratti” di Don Diego, l’elefante nei trattati di zoologia e di iconologia) e di testi che – nel tentativo di descrivere un fenomeno singolare come la presenza di un pachiderma in una provincia marchigiana nel Seicento – attingono a repertori misti di conoscenze tramandate, di classificazioni, di analogie, di immaginazioni.
Il libro si apre con un “preludio”, che risale a quando Massimo Moretti, studiando le carte dei Chierici Regolari Minori di Casteldurante (i Padri Caracciolini) nell’Archivio di Stato di Roma, si imbatte nella registrazione dell’evento mirabile che riguarda il soggiorno di Don Diego alla corte. In poche pagine, chi scrive la memoria di quell’incontro si sforza di dare un’idea percepibile della mole (“è grosso quanto una botte”), della morfologia, dell’andatura (“camina con gravità”, “muove quella sua proboscide per ogni verso”), delle abitudini alimentari, del carattere (“stà per ordinario malinconico”), delle interazioni con le persone intorno. Interpolando l’esperienza diretta e inaspettata, con le nozioni più o meno condivise, la nota dei chierici termina con l’onesta conclusione: “Questo è quanto s’è osservato e saputo di questo animale in tre giorni che dimorò in questa terra”.
Ora, chi ha visitato la mostra romana Barocco globale alle Scuderie del Quirinale (a cura di Francesca Cappelletti e Francesco Freddolini, 2025) ha potuto vedere le sembianze di Don Diego nel dipinto di Nicolas Poussin posto in chiusura del percorso espositivo.

Ripartito da Casteldurante, infatti, l’elefante era arrivato a Roma nella prima estate del 1630, attirando la viva attenzione di naturalisti, artisti e di un collezionista come Cassiano Dal Pozzo, che commissionò diversi ritratti dell’animale. Fra questi, si annovera l’imponente profilo di pachiderma che Poussin inserisce nel suo quadro Annibale attraversa le Alpi su un elefante, utilizzando l’esemplare indiano che aveva potuto vedere dal vivo.
Da quest’opera prende avvio Antonella Attanasio nella sua ricostruzione narrativa e documentaria dei contesti storici, scientifici, artistici che Don Diego si è trovato ad attraversare, convogliando su di sé il corpo della trattatistica zoologica e la trama di significati simbolici ed emblematici a cui la sua specie è legata. Attanasio coglie il nesso profondo di questi aspetti nella volontà che spinse Francesco Maria II della Rovere a muoversi anche finanziariamente per avere nel suo palazzo Don Diego:
“Questo desiderio era generato dalla curiosità e da un sincero interesse scientifico, ma anche dalla fascinazione cui rimandava la figura dell’elefante, legata ai complessi significati filosofici, politici e religiosi riposti negli emblemi e nelle imprese; il duca era altresì consapevole dell’attributo di regalità che il mondo antico aveva conferito a un animale divenuto nell’esclusiva disponibilità di sovrani e pontefici”. (p. 25)
Simbolo di onestà, di pace, ma anche di “valenza bellica”, nemico del serpente e del drago, protagonista fin dall’antichità di “cerimoniali del potere”, l’elefante è poi una cartina di tornasole dell’evolvere delle conoscenze scientifiche in campo zoologico e delle modifiche del linguaggio descrittivo. L’autrice ripercorre alcune tappe che da Aristotele arrivano a Pierre Gilles, a Corrado Gesner, a Ulisse Aldrovandi e all’inedito trattato che viene ora pubblicato nel volume, l’Historia naturale dell’elefante, di Vittorio Venturelli.
L’ultimo bibliotecario della Libraria, l’erudito urbinate Vittorio Venturelli (1584 – post 1641) condivideva col duca – scrive Attanasio – “un ambizioso progetto di volgarizzamento italiano dell’intera opera aristotelica” e a lui si deve, dopo pochi mesi dalla partenza di Don Diego, lo “snello trattato che compendia molte informazioni sull’elefante desunte dagli autori antichi, soprattutto dall’Historia animalium di Aristotele” (p. 32).
Il testo dell’Historia di Venturelli, già nelle raccolte Albani, è stato ritrovata in Francia nella collezione di manoscritti della Biblioteca Universitaria di Montpellier e costituisce un pendant perfetto alla storia di Don Diego e della sua comparsa a Casteldurante. È un trattato denso di citazioni e di riprese dai preziosi volumi presenti nella biblioteca del Duca: non a caso il libro di Attanasio si conclude con un’antologia di immagini di elefanti provenienti proprio da alcuni dei volumi della Libraria, certamente utilizzati da Venturelli per la composizione della sua opera.
Organizzata in tredici capitoli, dall’origine del nome alle possibilità riproduttive in stato di cattività, tratta delle caratteristiche fisiche, delle abitudini, dell’ambiente, disponendo in modo eruditamente ordinato le informazioni desunte dalle fonti.
Anche se non manca un riferimento diretto a Don Diego, ha ragione l’autrice quando rileva una maggiore freschezza – rispetto all’argomentare di Venturelli – nella cronaca dei chierici caracciolini citata all’inizio, “per l’acume dimostrato da chi scrive nell’utilizzo di metafore ‘arcimboldesche’ che suggeriscono similitudini […] la botte, i pampini di vite, il guscio dell’ostrica” (pp. 34-35).
Intento classificatorio che tiene a bada la meraviglia e il nuovo, ricerca di esempi comparativi che accendano le immagini mentali in chi legge si fondono con gli schizzi a matita dal vero, le pitture dell’elefante, le riproduzioni a stampa su fogli volanti che ne diffondono le forme e le varietà in un’Europa di progressi scientifici ed editoriali, di saperi esperienziali e immaginati.
Antonella Attanasio, Don Diego alla corte roveresca di Casteldurante. L’Historia naturale dell’elefante, Collana Immaginare i saperi, diretta da Daniela Fugaro e Massimo Moretti, Quaderni I, De Luca Editori d’Arte, Roma 2025