Per completare una serie. Un Mistero del Rosario di Donato Creti

Sfogliare i cataloghi di vendita del primo Novecento è spesso frustrante, stante la penuria di immagini in essi contenute. Tuttavia accade che, ogni tanto, la fatica sia premiata e si possa fare qualche interessante ritrovamento, soprattutto se, come si vedrà, si ha uno spunto dal quale partire. In questo caso, la notizia di due vendite all’asta: la prima, quella della collezione milanese Crespi, nel 1914; la seconda, quella della misteriosa collezione M. L. W., nel 1928.
Il 9 giugno 2000 le Collezioni Comunali d’Arte di Palazzo d’Accursio di Bologna annunciavano l’acquisizione di alcuni elementi inediti di una serie di Misteri del Rosario di Donato Creti1.

Fig. 1 – Donato Creti, Salita al Calvario; Crocifissione; Trasfigurazione, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte.
Si trattava di tre tavoline di pioppo raffiguranti la Salita al Calvario, la Crocifissione e la Trasfigurazione (fig. 1), parte di una serie nota da tempo ma della quale si conoscevano finora, in effige o dal vero, solo otto pezzi di ubicazione ignota (Cristo tra i dottori, Orazione nell’orto, Flagellazione, Incoronazione di spine, Pentecoste, Assunzione della Vergine, Incoronazione della Vergine più uno scomparto con San Domenico che riceve il Rosario dalla Vergine, fig, 2)2

due conservati al Kunsthistorisches Museum di Vienna (l’Annunciazione e la Visitazione, fig. 3)3

e altri due, già in collezione privata a Wiesbaden, passati in asta nel 2019 (la Natività e la Presentazione al Tempio, fig. 4)4

per un totale di quindici pezzi su sedici. Nel frattempo, sul mercato bolognese è riemersa la tavoletta rappresentante il mistero della Flagellazione (fig. 5), già nota in bianco e nero.

La corretta restituzione a un Creti ventenne si deve ad Angelo Mazza che, in un saggio del 1992 dedicato alla giovinezza dell’artista5, ripercorre anche le vicende critiche e collezionistiche della serie che, allora, si componeva delle otto scene di ubicazione ignota e delle due tavolette donate nel 1929 al Kunsthistorisches Museum da Carl Herzig e Frederick Mondschein, proprietari della galleria Sanct Lucas di Vienna. Nel 1973 queste ultime furono attribuite a Lorenzo Pasinelli6, un’attribuzione ancor oggi conservata, seppur con punto interrogativo, nel catalogo online del museo. In seguito, i dieci elementi furono dirottati su Gian Gioseffo dal Sole da Günter Heintz con parere favorevole di Renato Roli7 ma Christel Thiem, nella monografia dedicata all’artista, le inserì tra le attribuzioni rifiutate8.
Per sostenere la propria idea Mazza ha istituito confronti probanti, a parere di chi scrive, con opere altrettanto giovanili e segnate da una profonda assimilazione della pittura veneziana, conosciuta da Creti attraverso le tele del ciclo Cuccina del Veronese, allora nella Galleria Ducale di Modena (oggi a Dresda, Gemäldegalerie), e approfondita durante un soggiorno in Laguna occorso immediatamente dopo, con alta probabilità agli inizi del 16919. Tra i dipinti stilisticamente e, quindi, cronologicamente prossimi ai Misteri del Rosario lo studioso ha indicato il modello dell’Elemosina di san Gregorio (Bologna, Fondazione CaRisBo, 1692 c.)10, preparatorio per la perduta pala dell’altar maggiore della chiesa di San Gregorio, il cui impianto scopertamente veronesiano si ritrova per esempio nel Cristo tra i dottori,mentre il suo ductus pittorico, veloce, filamentoso e opalino caratterizza gli stessi Misteri; ma anche l’Adorazione dei magi di collezione Garagnani, praticamente coeva, ben si confronta col San Domenico riceve il Rosario dalla Vergine che si aggiunge alle quindici scene. Particolarmente interessante è la vicinanza stilistica con il Martirio di san Lorenzo conservato allo Städel Museum di Francoforte, riferito a Creti da Marco Riccomini che ha corretto un precedente riferimento alla bottega del Veronese e che ha indicato come confronto più confacente alla sua attribuzione proprio i Misteri del Rosario di cui si discute, peraltro accanto al bozzetto per l’Elemosina di san Gregorio11: il dipinto tedesco mostra infatti una scoperta citazione tratta proprio dal commensale al centro delle Nozze di Cana Cuccina.
Mazza ha opportunamente evidenziato la vicinanza tra gli elementi noti della serie in esame e i Misteri del Rosario della parrocchiale di Fiesso (Bologna), di forma circolare e non quadrata, databili per via documentaria alla prima metà del 169112, in buona parte simili agli altri sotto l’aspetto compositivo. Il reimpiego della stessa invenzione è evidente, per esempio, nell’Annunciazione o nell’Incoronazione della Vergine o, ancora, nell’Orazione nell’orto, per la quale si dispone di un disegno preparatorio (Firenze, Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi)13. Lo studioso ha però al contempo evidenziato il percepibile scarto stilistico in direzione veneziana che insiste tra le due serie, che risalta, come già osservato, nella materia filamentosa ed elettrica dalle cromie brinate e traslucide, chiare dei Misteri in esame, ma pure nella composizione che, in alcuni casi, si giova di invenzioni ben più ardite, come la propulsiva Assunta, che taglia in diagonale lo spazio della tavola, o la tizianesca l’Incoronazione di spine. La più convinta adesione ai modelli celebri del Cinquecento lagunare ha dunque indotto Mazza a datare la nuova serie dopo quella di Fiesso, vicino al 1692 del bozzetto per l’Elemosina di san Gregorio14 o, forse, poco prima.
Nel ricostruire le vicende collezionistiche dei Misteri del Rosario lo studioso si è appoggiato ad alcune informazioni provviste da Thiem e da Roli15 che, tuttavia, non si sono rivelate sempre precise. La presenza della serie integra nel catalogo della vendita della collezione Crespi di Milano costituisce la più antica traccia della sua esistenza; l’asta non data tuttavia al 1912 come riferito dallo studioso tedesco ma a due anni dopo: i quattro lotti (nn. 76-79) furono infatti banditi dalla galleria Georges Petit a Parigi il 4 giugno 1914 con un’attribuzione a Guido Reni16. Purtroppo in quell’occasione non vennero illustrati ma, quantomeno, furono descritti meticolosamente e, attraverso l’indicazione delle misure (31×128 cm ciascun lotto), si deduce che erano già montati come li vediamo nelle immagini, a quattro a quattro su pannelli, nel corretto ordine di successione. La loro assenza nel catalogo della collezione curato da Adolfo Venturi nel 190017 autorizza a pensare che fossero stati acquisiti dopo tale data.
Infruttuose sono state le ricerche sulla non altrimenti nota collezione inglese Werther che, stando a Roli (che ebbe l’informazione da Heintz), avrebbe in seguito acquisito la serie. Thiem segnava poi questa collocazione solo nella scheda degli otto scomparti raffiguranti Cristo tra i dottori, Orazione nell’orto, Flagellazione, Incoronazione di spine, Pentecoste, Assunzione della Vergine, Incoronazione della Vergine e La Vergine porge il Rosario a san Domenico (corrispondenti ai lotti 77 e 79 della vendita Crespi), e non sotto ai due di Vienna, per i quali registra la più antica provenienza nel dono del 1929 al Kunsthistorisches Museum.
Roli conosceva le otto tavolette attraverso un’immagine conservata nella cartella dedicata a Guido Reni della fototeca del Kunsthistorisches Institut di Firenze e riportava l’iscrizione manoscritta a corredo: “61, Vlg M. L. W. … 18-12-1928 Bruxelles”18. Nonostante i pochi dati la ricerca ha fortunatamente permesso di rintracciare il catalogo d’asta a cui faceva riferimento la nota, relativo alla vendita dell’incognita collezione M. L. W. (forse la collezione Werther indicata da Heintz) tenutasi nella galleria Fievez di Bruxelles il 18 e 19 dicembre 192819. Il ritrovamento ha permesso di stabilire che, contrariamente a quanto finora ipotizzato, la serie era, allora, ancora integra e in vendita in quattro lotti (nn. 59-62) attribuiti a Reni composti dagli stessi elementi della vendita Crespi. Cosa più importante, tuttavia, è che il catalogo illustrava l’intero ciclo: gli otto scomparti di ubicazione ignota, i due del Kunsthistorisches Museum, i tre acquisiti nel 2000 dalle Collezioni Comunali d’Arte di Bologna, i due ex Christie’s e, soprattutto, quello del quale fino ad oggi si conosceva l’esistenza ma non l’aspetto, ossia la Resurrezione (fig. 6)

il cui punto di stile è in tutto e per tutto analogo agli altri. Analogamente a quanto osservato per le scene note, anche in questo caso si assiste a qualche somiglianza con la versione di Fiesso (fig. 7), che mostra un interessante pentimento nella figura di Cristo che quasi si sdoppia. Nella tavolina riscoperta si notano però alcune varianti, in particolare nella figura del Risorto, elaborato in modo ancora diverso, nello stendardo impugnato con l’altra mano e nella presenza di un angelo sulla destra.

Con l’occasione si segnala anche una piccola aggiunta alla storia collezionistica dei tre elementi acquisiti dalle Collezioni Comunali di Bologna: rimasti uniti agli altri tredici fino alla vendita Fievez del 1928, furono acquisiti dal dottor Hans Wendland di Lugano che, a sua volta, li vendette a un’asta Ball und Graupe a Berlino tra il 24 e il 25 aprile 193120. Probabilmente le tre tavolette dovettero rimanere in Germania fino all’ingresso nell’istituzione felsinea, poiché proprio in un’asta tedesca esse furono acquistate21. Lo stesso vale anche per le due riemerse nel 2019, come si è detto provenienti da una collezione privata di Wiesbaden. Anche la Resurrezione mancante, quindi, potrà probabilmente ritrovarsi in terra tedesca.
NOTE
1) Incontri & arrivi 8. Donato Creti, tre storie di Gesù, a cura di C. Bernardini, Bologna, Collezioni Comunali d’Arte, dépliant illustrativo.
2) Per la prima volta illustrati in R. Roli, Pittura Bolognese 1650-1800. Dal Cignani ai Gandolfi, Bologna, 1977, pp. 110-111 e tavole 137 e 138. Lo studioso affermava di conoscere le otto tavolette solo attraverso una fotografia conservata al Kunsthistorisches Institut di Firenze, nella cartella “Guido Reni”.
3) Verzeichnis der Gemalde des Kunsthistorisches Museums, a cura di K. Demus, Vienna, 1973, p. 130.
4) Christie’s London, 5 luglio 2019, lotto 242.
5) A. Mazza, Ercole e Cerbero. Un affresco di Creti diciassettenne in Palazzo Fava ed altre opere giovanili, in “Arte a Bologna. Bollettino dei musei civici d’arte antica”, 2, 1992, pp. 97-123, segnatamente pp. 114-118.
6) V. nota 3.
7) La proposta era di Günter Heintz e fu resa nota da R. Roli in Pittura Bolognese…, pp. 110-111, 254 e figg. 138a e 138b. Curiosamente, proprio Roli aveva riferito a Creti un disegno preparatorio per l’Orazione nell’orto, prima di ricredersi e assegnarlo allo stesso Dal Sole (R. Roli, I disegni di Donato Creti agli Uffizi, in “Bollettino d’arte” IV serie, 47, 1962, pp. 241-250, segnatamente p. 241).
8) C. Thiem, Giovan Gioseffo dal Sole. Dipinti affreschi disegni, Bologna, 1990, pp. 148-149.
9) A. Mazza, Ercole e Cerbero…, p. 118.
10) A. Mazza, in Felsina sempre pittrice, pp. 92-95.
11) M. Riccomini, Au contraire, Creti, in “Nuovi studi”, 8, 2003, 10, p. 181.
12) Ivi, p. 117.
13) Firenze, Gabinetto dei disegni e delle stampe, inv. 14186.
14) A. Mazza, Ercole e Cerbero…, p. 118.
15) R. Roli, Pittura bolognese…, p. 136 nota 83;C. Thiem, Giovan Gioseffo dal Sole…, pp. 148-149.
16) Catalogue des tableaux anciens des écoles italienne, espagnole, allemande, flamande et hollandaise composant la Galerie Crespi de Milan, catalogo d’asta della galleria George Petit, Parigi, 1914, lotti 76-79, pp. 92-95.
17) A. Venturi, La Galleria Crespi in Milano, Milano, 1900.
18) R. Roli, Pittura bolognese…, p. 136 nota 83.
19) Collection M. L. W***. Catalogue des tableaux, catalogo d’asta della galleria Fievez, Brussels, 1928, lotti 59-62, pp. 31-32. Il numero 61 contenuto nell’iscrizione trascritta da Roli corrisponde al numero di lotto del pannello con Cristo tra i dottori, Orazione nell’orto, Flagellazione e Incoronazione di spine. È da valutare l’ipotesi che l’ultima lettera della sigla sia l’iniziale di Wernher o Werther.
20) Die Sammlung dr. Hans Wendland. Lugano, catalogo d’asta della ditta Hermann Ball und Paul Graupe, Berlino, 1931, p. 17, lotto 10. I tre dipinti sono illustrati alla tavola IV.
21) Casa d’aste Lempertz, Colonia, 15 maggio 1999, lotto 1136.