L’esercizio delle verità. Intervista a Franco Cardini

Firenze a metà marzo, di venerdì tredici. Il professore che incontriamo, contro ogni scaramanzia, accetta di riceverci un paio d’ore prima della sua lectio per la “Cattedra Uffizi“, un ciclo di dodici incontri che tiene presso la Biblioteca Magliabechiana.
“L’Arno balsamo fino / le mura di Firenze inargentate”, recitano i versi di Lapo Gianni, che si confanno a questo pomeriggio velato quasi primaverile. Piazza della Signoria è una foresta di simboli civici, un focolaio di genialità. La si attraversa sempre un po’ stupiti e perplessi, come il lungo corridoio degli Uffizi, scrutati da quella galleria di uomini illustri che ci riporta continuamente a immergerci in quel proficuo e proverbiale bagno di umiltà.
Mentre prepariamo il microfono e ci accomodiamo, per rompere il ghiaccio gli chiediamo di firmare alcune copie dei suoi libri. Curiose e originali le brevi dediche, che si configurano come lapidarie recensioni ai suoi stessi volumi. Così Noi e l’Islam. Un incontro possibile? (Laterza 1994), viene bollato come “bignami musulmano”, e il suo importante saggio Alle radici della cavalleria medievale (Il Mulino 2014) è un “libro, a giudizio dell’autore, del tutto sbagliato”. E ancora Quell’antica festa crudele (Il Mulino 2020) è solo “un volgarissimo manuale, truccato da best seller”. Più indulgente con Le dimore di Dio (Il Mulino 2021): “questo non è male”.

La conversazione con Franco Cardini è un edificio, un palazzo. Una grande residenza labirintica, piena di ambienti e stanze, le quali, se aperte, condurrebbero in luoghi remoti. Al suo interno il sapere sembra allestito in maniera precisa e organizzata, mnemotecnica. Gli occhi chiusi omericamente mentre parla, quasi a percorrere queste stanze del sapere, a sorvolare i luoghi e le epoche dall’alto, come un paracadutista che tutto vede.

Siamo nell’Auditorium che gli Uffizi e la città di Firenze hanno voluto dedicare ad Antonio Paolucci, con il quale abbiamo iniziato questa rubrica di interviste e con cui lei ha condiviso un’amicizia. Cominciamo da un suo ricordo, dell’uomo e dello studioso.
Antonio Paolucci era, come si dice, un uomo di una volta. Non era stato toccato dalla duplice tendenza di individualizzare il suo servizio e la sua funzione come se fossero una cosa propria. In questo senso Antonio era esemplare, non ha mai fatto abuso di potere, in nessun senso, nemmeno per prendersi cinque minuti in più per una tazza di caffè. Poi era un grande studioso; e il fatto che uno sia un grande studioso e un grande funzionario possono anche andare d’accordo ma non è scontato. Forse lo era per gli anciens régimes. L’imperatore Francesco Giuseppe voleva che i suoi funzionari, quando erano di altissimo livello, fossero anche degli studiosi, ma poi le due cose si sono biforcate. Secondo me c’è del feticismo sulla separazione dei poteri, che sono refrattari ad essere separati con un taglio netto. Il potere di per se stesso tende all’unità, se non si fanno delle buone leggi diventa chiaramente un potere tirannico. Ecco, Antonio Paolucci queste cose le aveva perfettamente chiare, tutte, infatti era un cattolico liberale che non esitava a dire di aver ammirato i grandi regimi autoritari del passato, a cominciare dal Granducato di Toscana…
La sua è stata un’infanzia pratoliniana, nella Firenze d’Oltrarno degli anni Quaranta, con il Giardino di Boboli come personale Eden. È qui, tra la grotta del Buontalenti e le fontane del Nettuno e dell’Oceano, tra la limonaia e la Kaffeehaus che ha sviluppato la sua prima fascinazione per il passato?
Il giardino di Boboli non è un vecchio ricordo d’infanzia, è un ricordo archetipico, nel senso antropologico del termine. Io nel giardino di Boboli ho incontrato l’universale. L’universale geografico, cioè la storia dell’umanità; si va a Boboli e ci si addentra tra prati e boschi, ci si trova davanti a statue romane, greche, a vasche romane divenute sepolcri cristiani, a luoghi straordinari del Rinascimento, come l’anfiteatro di fronte a Palazzo Pitti. O ancora il piccolo Kaffeehaus, che il Granduca Leopoldo aveva voluto pensando alla Vienna asburgica e in particolar modo all’architettura alla turca. Se un ragazzo del liceo ha un buon professore o una buona professoressa che gli spiegano qual è il significato del Kaffeehaus di Boboli ne esce avendo compreso anche cos’è l’Illuminismo. Queste sono lezioni che in un primo momento ho appreso in maniera molto nature. In fondo ero un ragazzino di dodici anni che giocava nel giardino di Boboli e che quando andava a casa, non essendoci la televisione, si metteva a leggere, prima i fumetti, poi i libri per ragazzi, David Copperfield, Salgari. E leggendo Salgari vedi questo giardino rinascimentale ma immediatamente lo travesti da giungla del Borneo o da mare delle Antille. E allora sono cresciuto in questo ambiente, con queste prospettive, queste aperture mentali e queste illusioni.

L’interesse per la politica quando è arrivato?
Divenuto adolescente ho capito che una persona libera si doveva occupare di politica, che non voleva dire far carriera ma farsi carico dei problemi sociali. E naturalmente essendo in un città rossa e in una famiglia rossa io mi sono tinto di nero come la pece, diventando la disgrazia e la vergogna dei miei genitori. Ho quindi fatto ingresso nella facoltà di lettere, dove sono cresciute certe mie tendenze alla “bastiancontrarite acuta”, ma è cresciuta anche la coscienza sociale e ho iniziato a pormi i problemi senza più partire dal principio che era il seguente: se tutti dicono questa cosa vuol dire che è una bischerata. Allora bisogna dirne per forza un’altra, però quell’altra che dici si allontana dalle cose che dice la maggioranza, e quindi diventa più difficile ad esser difesa, perché ti mancano gli argomenti facili, comuni, condivisi da tutti. Ecco io per pensare delle cose strane che non pensava nessuno, quindi per fare questo esercizio in fondo abbastanza masochistico, facevo una fatica tremenda.
Fatica che mi è tornata indietro però, sotto forma di qualità e curiosità, la tendenza a cercare di capire quello che non va e che è sbagliato nei discorsi altrui. La tendenza a stare sempre con le minoranze, per definizione. Cominci a farlo con un certo senso estetico, perché è eroico stare con le minoranze, ma a un certo punto ti accorgi che spesso le minoranze sono anche oggetto di soprusi e lo stare con le minoranze sollecita la parte alla Robin Hood della tua mentalità e quindi mi sono messo anche a studiare sul serio e poi il resto è cronaca.
A proposito del nero pece, è vero che Umberto Eco la rimbrottava con simpatia dicendole: “Attento fascistello che io sono stato un Balilla!”?
(Ride). No diceva: “guarda io sono un tuo superiore perché sono stato Balilla moschettiere”. I Balilla moschettieri oltre al fucilino di latta avevano anche dei guanti di finta pelle bianchi, alla Dumas. Con Umberto c’era una reciproca presa di giro, ma in realtà pensavamo cose molto simili, anche politicamente.
Tornando al Cardini adolescente, per un periodo lei fantasticava di insegnare storia dell’arte, forse sedotto da qualche lezione di Longhi?
Sedotto senza dubbio dalle lezioni di Roberto Longhi. Quando io sono entrato all’università ho capito finalmente che a differenza del liceo, dove ti insegnavano che la storia è quella cosa che sta nel manuale, la geografia è quella cosa che sta in un altro manuale, e così la storia dell’arte, che invece sei libero di scrivere, di pensare e di capire tutto quello che vuoi. Essendo fiorentino io ho immediatamente pensato che il mio sbocco naturale fosse occuparmi principalmente di storia dell’arte, partii abbastanza in quarta pensando che avrei voluto fare dopo l’università il professore di questa disciplina. Capii all’università che per fare bene una materia bisognava conoscerne abbastanza bene anche certe altre, che c’erano delle affinità. Non solo non potevi fare lo storico dell’arte se non sapevi la letteratura e la storia, ma in fondo nemmeno se non sapevi quel poco di matematica che è necessaria a capire per esempio le proporzioni di un edificio. E allora ti liberi di certi pregiudizi, quelli più stupidi e barbari, tipo che se fai studi umanistici non ti interessi delle scienze. Io sono arrivato all’università orgoglioso del fatto che non sapevo un’acca di cose scientifiche, ma dopo due anni di studi universitari a Firenze avevo capito che invece se non sai alcune cose anche di carattere scientifico non puoi ambire nemmeno alla conoscenza cosiddetta umanistica, perché alla fine tutto si tiene con tutto. Bisogna giorno per giorno riempire certe lacune.
Nei primi anni Settanta lei ha frequentato la villa ai Tatti, luogo mitico per chi si occupa di storia dell’arte per la figura di Bernard Berenson.
Berenson ovviamente non c’era più (1865-1959 ndr); Berenson che in America non voleva tornare, ce l’aveva con gli americani, diceva che con lui erano stati meglio i tedeschi durante la guerra. In quanto ebreo si era nascosto in quegli anni, solo che si era nascosto in casa sua. Casa che era anche la sede di uno dei comandi della Wehrmacht e il generale che stava al pianterreno dello studio di Berenson sapeva perfettamente chi fosse. La sera a cena si scusava con lui perché certe cose bisognava farle di nascosto. Ma lui era Bernard Berenson, gli altri ebrei non erano nelle sue condizioni, quindi si faceva presto a dire che preferiva i tedeschi. Come studiosi a quel tempo ai Tatti c’era sicuramente Nicolai Rubinstein per la storia, e poi si cominciava ad avere l’esempio e l’ideale della nouvelle histoire francese. Appena ho potuto sono andato all’Ecole des hautes etudes, dove ho studiato con Le Goff, con Braudel etc.
Il mio cuore però continuava a stare a Firenze. Il mio maestro è quindi Sestan, anche Longhi, ma anche Eugenio Garin. Da loro ho capito delle cose che mi hanno accompagnato per tutta la vita. Mentre insomma la nouvelle histoire francese è rimasta importante ma sono anche passate un po’ come meteore. Certo, grazie a loro facciamo un tipo di storia che era impensabile prima e gliene siamo grati.
E in un ipotetico studiolo rinascimentale personale, quali uomini illustri figurerebbero?
Direi certi personaggi del Trecento, per esempio Giovanni Boccaccio. Io non voglio dire che sia meglio o pari a Dante Alighieri, non si stanno facendo le classifiche, però certamente il Decameron ha una profondità e una totalità umana che secondo me non ha nemmeno la Divina Commedia. Il problema è che la Commedia è figlia della scolastica, che è un sistema filosofico aristotelico, quindi tutto è ben congegnato e dà l’impressione di essere un tutto unico, che abbraccia tutti gli aspetti dell’essere. Mentre invece con l’Umanesimo comincia a emergere l’individuo, per cui questi orizzonti universali un po’ vengono perduti. Il Boccaccio è formidabile perché non teorizza nulla però attraversa un’umanità fatta di migliaia di casi, personaggi, situazioni e questo io lo trovo assolutamente grandioso. Come è grandiosa la sua struttura: si fa l’errore di leggerlo come se fosse una raccolta di novelle, ma in realtà è un’opera unitaria, un romanzo. Un romanzo di dieci persone che hanno paura della peste, che fuggono in una serie di proprietà nelle vicinanze di Firenze, e si raccontano delle storie, dieci al giorno per dieci giorni. La novella è l’occasione per raccontare dei caratteri, che non sono soltanto i caratteri dei personaggi. Boccaccio riesce a inventare anche dieci linguaggi diversi, adattati ai personaggi e alle situazioni diverse. Si va dal disorientamento totale, perché c’è la rovina alle spalle, la grande crisi del Trecento, lo spettro della morte per peste, e ognuno nel pericolo esprime il peggio di sé. La paura, l’egoismo, la voglia di truffare gli altri, tutta la cloaca dell’umanità spaventata e spaventosa, e pian piano proponendo un tema particolare ogni giorno, riesce a portare fuori l’uditorio dai vizi e farlo avvicinare a delle virtù. E giorno per giorno i personaggi cambiano e perfezionano il proprio linguaggio e alla fine riescono a liberarsi dei loro personali vizi e a costituire una società perfetta. Questo è quello che in tedesco si direbbe un Bildungsroman (un romanzo di formazione), pensato come ricetta per uscire da una situazione sociale e personale senza scampo e per costruirsi una propria Weltanschauung (visione del mondo).
Un altro sarebbe Nicola Cusano, il più grande filosofo del Quattrocento, come dice giustamente Cacciari. Cusano ha scritto questo libro visionario, il De pace fidei, che è praticamente un incrocio tra il giorno del Giudizio Universale e il giorno liturgico della Pentecoste. Perché tutti i popoli si riconoscono, parlano ciascuno la propria lingua e vengono capiti da tutti gli altri. Il particolare delle singole culture si riflette nell’universale di una cultura totale che alla fine dei tempi diventerà patrimonio dell’umanità. Questa visione apocalittica e al tempo stesso pentecostale è molto tipica della filosofia quattrocentesca che vuole continuamente arrivare agli universali ma che allo stesso tempo vive il grande secolo in cui nasce l’individuo assoluto e nasce la rivoluzione moderna. Certo è una rivoluzione che ha finito col permettere agli occidentali di conquistarsi tutto il mondo, perché si incontravano con culture che avevano grandi interessi filosofici, scientifici, economici, però loro avevano scoperto un interesse in più che è la volontà di potenza, le vele e il cannone (Carlo M. Cipolla). Che in fondo è la vera natura archetipica dell’Occidente, la natura piratesca. Io non lo dico con animosità, io sono fiero di essere figlio di una cultura di pirati, è la mia identità, la conosco perfettamente, la devo continuamente tenere a bada, però penso che sia arrivato il momento di correggersi, anche di fronte agli altri. Invece siamo arrivati al punto che il resto del mondo ci sta andando contro, perché anche se gli abbiamo portato molte cose, gli abbiamo inflitto tali sofferenze che ormai ci odiano. Questo non è confortevole riconoscerlo ma è doveroso.
Lei ha scritto quello che è ormai un grande classico della storiografia, indagando le origini della cavalleria medievale. E forse la lezione insuperata della cavalleria, oggi quanto mai sottovalutata, è quella di saper restituire un senso anche alla violenza. Insomma, vendicare le ingiustizie e raddrizzare i torti. “Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui”, scriveva l’Ariosto, e per secoli, almeno le gerarchie degli eserciti europei, sono state educate a questa lezione. Il buon cavaliere appartiene alla luce, a quello che Gilbert Durand definirebbe “regime diurno dell’immagine”. Atrocità se ne sono commesse, non ci illudiamo, ma una dialettica interna drammatica non poteva non operare nell’animo di chi, educato a una nobiltà dell’agire, avesse ricevuto ordine di tirare su donne e bambini. Lei cita come esempio di questo dissidio interiore il colonnello Claus von Stauffenberg, non a caso di famiglia cattolica, che poco prima dell’attentato a Hitler del 20 luglio 1944, di cui fu protagonista, ebbe a scrivere: “Chi agirà entrerà nella storia tedesca col marchio del traditore. Se invece rinuncerà ad agire, sarà un traditore davanti alla propria coscienza”. Forse tra gli ultimi a potersi fregiare, e con buona ragione, del titolo di cavaliere. Ha ricevuto delle critiche per queste valutazioni?
È una pagina molto malvagia che mi ha fatto un pochino dubitare dell’intelligenza e della cultura dei miei critici negativi, che però non hanno colto questo aspetto particolare. Non hanno colto che io faccio una critica molto dura alla cultura antinazista, per non essere riuscita a essere una cultura veramente nazionalpopolare. Davanti alla violenza, a questo nietzschismo scoperto, che poi è un tradimento a Nietzsche, davanti a questa tirannia totalitaria di individui diventati masse, coloro che sono riusciti a combattere con maggior coerenza e cognizione di causa sono stati alcuni membri delle élite tedesche: qualche esponente delle élite industriali (pochi, perché ci guadagnavano) e un discreto manipolo di quelle militari, cioè della nobiltà di origine prussiana. Con tutto il rispetto per coloro che hanno, in qualunque modo, combattuto un regime di quel genere, se c’è stata una resistenza, anche intellettuale, al nazionalsocialismo, non è venuta tanto dalla sinistra – in questo senso il regime era abbastanza di sinistra da aver adescato le masse – è venuta invece da alcuni esponenti delle élite militari che a un certo punto della carriera non hanno solo riflettuto sul fatto che Hitler rischiava di portare la Germania al baratro della sconfitta – hanno detto anche questo, intendiamoci, e finché si vinceva spesso sono stati zitti – ma anche finché si vinceva, molti tra gli alti comandi della Wehrmacht avevano già iniziato a criticare il regime, e qualche sottinteso, qualche sfumatura, qualche articolazione denotava il loro disaccordo. Hitler, il quale non era una persona particolarmente raffinata ma aveva un istinto da bestia, aveva colto immediatamente che se mai avesse dovuto temere per la propria vita sarebbe stato proprio da parte loro. Intanto perché potevano contare su una disciplina che gli veniva dalla formazione militare, ma soprattutto perché il loro essere degli aristocratici reazionari, in fondo, li portava ad avere particolare severità nei confronti di questa tirannia populista, nel senso deteriore del termine.
Lei era a Parigi prima della Rivoluzione islamica del 1979, quando nelle università parigine l’ayatollah Khomeyni teneva i suoi discorsi in cui denunciava la fragilità del regime dello Scià, un gigante che si reggeva su due piedi di argilla: l’occidentalizzazione forzata e l’asservimento allo straniero, entrambi inaccettabili all’orgoglio e alla fierezza persiane.
Io nel ’79 avevo preso la laurea ultima del perfezionamento e mi avevano dato un insegnamento all’École, mentre insegnavo già a Parigi 8, che era il posto dove c’erano anche Foucault e Derrida. Era un bel posto però era anche un suq, un’università popolata da studenti lavoratori, in cui si cominciava a lavorare alle 18 e si finiva alle 2 o alle 3 di notte. Era un mondo molto particolare, pieno di gente da ogni dove, io avevo anche delle studentesse iraniane. Le ho viste alla fine del ’78 far sparire le minigonne e arrivare non con il chador, ma con quella che mia nonna chiamava la pezzuola e mia madre foulard. Erano tutte marxiste leniniste della quarta internazionale, erano persino trotskiste, e le vedevi arrivare così. Ti spiegavano che erano state a sentire l’imam e seppur loro erano atee lo ascoltavano, in quanto miglior allievo di Ali Shariati, il Gramsci iraniano, uno dei fondatori del partito comunista iraniano, un sociologo straordinario. Oggi sentiamo i disinformatori ufficiali che governano i sistemi televisivi che ci dicono che prima o poi bisognerà che le donne iraniane imparino a togliersi il velo dalla faccia. Ma il velo sulla faccia le donne iraniane non l’hanno mai portato: il chador lascia liberissima la faccia, come quella delle monache del resto. Lì il problema è che già da allora si vedevano alcune cose, ma si tendeva a non prenderle troppo sul serio. Siamo occidentali, per cui se una rivoluzione avanza con parole d’ordine che sono religiose, noi non ci poniamo in primissima istanza l’idea che queste parole abbiano dei contenuti seri in grado anche di scardinare un sistema. Ci poniamo il problema che quelli se dicono queste cose sono dei fanatici religiosi. Io ascoltai varie volte Khomeini e francamente di Dio l’ho sentito parlare soltanto una volta, discutendo con Oriana Fallaci, quando lei disse che non si poteva mica mettere Dio a fondamento di una società umana. Lui rispose che avrebbe dovuto imparare un po’ di storia cinese, indiana, magari iraniana, e un po’ di storia del colonialismo europeo. Lei a quel punto si strappò il foulard di dosso.
Si stanno celebrando gli 800 anni dal transito di san Francesco, una figura oggi molto chiacchierata e, ci permetta, anche banalizzata.
Molto, ahimè.
La tesi di Thode secondo cui Francesco avrebbe dato avvio al Rinascimento con i cambiamenti radicali che ha introdotto, a partire dal nuovo rapporto con la natura, sembra oggi in parte superata. Eppure è indiscutibile che abbia avuto un ruolo importante per le arti figurative, oltre che per la poesia. Cosa ne pensa?
Certamente Francesco per certe cose porta dritto al Rinascimento. Insomma, se uno legge il Cantico delle creature e tiene presente che cos’era la pittura e l’arte quando Francesco scriveva e che cosa son diventate dopo, non si può dire che Francesco non c’entri. C’entra eccome in questo sviluppo.
Quale il suo Francesco pittorico?
L’immagine che mi è più cara, quella che vedo quando mi si chiede di Francesco, è il riquadro giottesco delle Stimmate. Mi colpisce il serafino cristico che ferisce Francesco con questa specie di frecce di fuoco, questa è la cosa che mi viene immediatamente alla mente. In questo evidentemente sono bonaventuriano, esteticamente parlando.
Il vero Francesco, quello della povertà e della penitenza, è però quello emaciato della Tavola Bardi.

Ogni giorno vediamo sovrapporsi giornate mondiali dedicate a qualche tema per sensibilizzare su un preciso argomento, dagli animali alle malattie, passando per la prevenzione dello spreco alimentare, il bullismo, il sonno e la felicità. Si tratta di una parodia del calendario, una pseudo liturgia che riempie il tempo di vuoto e di nulla.
È anche una geografia laica.
Ne I giorni del sacro (Utet 2025), un saggio a metà tra storia e antropologia, lei parla di tempo dell’uomo e tempo di Dio, di cicli della luna e del sole, illustrando i significati di celebrazioni, riti e feste, senza cercare l’idolo delle origini (Bloch).
Oggi quello che c’è di autentico, nonostante tutto e alla faccia di chi celebra dei riti sballati e ridicoli, c’è la consapevolezza, come ha detto ancora una volta Cacciari, che c’è bisogno del sacro, anche a livello giuridico. Il sacro che può anche essere frainteso, però non lo si può ignorare.
Che ne pensa della dibattuta questione della Biennale a proposito dell’esclusione della Russia?
C’è un dato obiettivo: il padiglione russo è proprietà della Russia, è una zona extraterritoriale per cui dovrebbero poterne fare quello che vogliono. È inoltre obiettivamente scandaloso che di tutto quello che è successo a Gaza non se ne parli più, e si continua a dire di Putin, che ha fatto molto meno male di questi altri…
Dalla polemica con Buttafuoco, che è capace di abbracciare orizzonti più ampi, Giuli ne esce sconfitto. Dialetticamente Buttafuoco se lo mangia.
A breve terrà un incontro qui agli Uffizi che rientra in un ciclo di dodici conferenze presso la Biblioteca Magliabechiana. Gli Uffizi, “questo delicato leviatano che racchiude nel suo ventre la pittura italiana” (Manganelli), sono un luogo che lei sente particolarmente familiare. Se dovesse scegliere una sola opera degli Uffizi quale sarebbe?
Purtroppo ho gusti limitati e forse banali, se è giusto usare l’aggettivo banale per queste cose, ma l’opera che io amo di più di questa baracca, dalla quale torno immediatamente appena ne ho l’occasione, è La Primavera di Botticelli. E mi piace molto la cavalcata dei Magi di Gentile da Fabriano, mentre quella di Benozzo Gozzoli mi pare un po’ troppo una celebrazione borghese di arricchiti travestiti da cavalieri, mi interesse meno, poi c’è poco oriente. Invece in Gentile da Fabriano, tra mongoli, scimmie e leopardi…

Si vorrebbe continuare a conversare a lungo col professore, parlare di Oriente, del Cardini odeporico, delle sue città, le sue topografie interiori, ma anche di altri aspetti della sua fluviale produzione scientifica. Eppure la fessura cronologica a disposizione termina; il bibliotecario e bibliofilo secentesco Antonio Magliabechi lo attende al piano superiore, col suo ghigno dentale, per ascoltarlo parlare di Firenze, dell’Orientalismo e la Toscana, prendendola alla larga e partendo dalle origini, facendo il giro più lungo per approdare solo alla fine alla sua città. Perché forse questa è l’unica via per il sapere, la più lunga e difficile, perigliosa e odisseica: allungarsi la strada per tornare a casa.

Intervista a cura di Claudio Sagliocco, Francesco Spina e Giovanni Nunno.