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Novità e precisazioni su Giovanni Battista Brughi pittore romano

Michele Cuppone

Scritto da:

Michele Cuppone

Scarne, frammentarie e talvolta inesatte sono le notizie sul pittore, disegnatore, mosaicista e incisore romano Giovanni Battista Brughi (1681-1731). Il presente contributo si concentra in particolare sulle opere pittoriche, quasi tutte disperse, al punto da rendere in parte ancora sfuggente questo artista poliedrico che fu attivo nei primi tre decenni del XVIII secolo. Nuove ricerche d’archivio e analisi iconografiche consentono in questa sede di offrire alcune prime integrazioni e precisazioni rispetto alla sua biografia e al suo catalogo1 Ratti 1769, pp. 89-90 e Damigella 1972 sono i principali profili biografici di Brughi. Si veda anche la fugace menzione di Lanzi 1809, vol. II, p. 243. .

Le origini e il singolare caso di omonimia

Secondo i biografi Giovanni Battista Brughi nacque a Genova, intorno al 1660. Il ritrovamento dell’atto di battesimo permette ora di chiarire che egli, in realtà, nacque a Roma l’1 aprile 1681 da Bernardino e Caterina Valese2Fu battezzato il 7 aprile con i nomi Giovanni Battista Francesco Antonio: Archivio Storico Diocesano di Roma, San Lorenzo in Damaso, Battesimi, 1679-1689, c. 43v. . Per di più i Bruchi, tale era il cognome originario della famiglia paterna, provenivano da Siena. I nonni Andrea e Felice Pagani, infatti, erano senesi e vivevano almeno dal 1626 nell’Urbe, come risulta peraltro dagli Stati delle Anime della parrocchia di San Lorenzo in Damaso.

Le fonti ricordano che egli fu discepolo di Giovanni Battista Gaulli detto Baciccio, genovese trasferitosi a Roma in giovane età, e tale circostanza, per associazione, avrebbe potuto indurre a un equivoco sulle origini liguri dell’allievo. Ciò, tuttavia, non spiegherebbe perché i biografi ne avessero anticipato la nascita di due decenni. Fu forse l’abate Luigi Lanzi il primo a interrogarsi sull’esistenza di due artisti omonimi (un’eventualità che, in fondo, egli stesso escludeva): «Gio. Batista Brughi […] È nominato nella Guida or Brughi, ora Gio. Batista allievo di Baciccio, e sembra ivi non uno, ma due pittori». Davanti a tale ambiguità è bene tentare di fare un po’ di chiarezza.

Lanzi faceva riferimento alla guida di Roma di Filippo Titi, la cui edizione del 1686 chiarisce certe perplessità. Titi vi segnala il San Saba abate dell’omonima cappella in Santa Barbara dei Librai come «opera di Gio: Battista allieuo di Baciccio», che da tempo viene generalmente identificato in Brughi. Tale attribuzione, alla luce del ritrovamento dell’atto di battesimo di quest’ultimo, non è più sostenibile per ovvie ragioni: l’autore della pala – probabilmente già pronta nel 1683, quando la famiglia Specchi fece rinnovare la cappella – poteva essere nato intorno al 1660, ma non nel 1681. Nel corso della sua lunga carriera, del resto, Gaulli avrà avuto più allievi chiamati Giovanni Battista, un nome che all’epoca era molto diffuso. In effetti, per un breve periodo in casa del maestro abitarono due giovani, probabili suoi aiutanti: tra il 1673 e il 1675 Giovanni Battista Grassi, e nel 1676 Giovanni Battista Tozzi3 Petrucci 2009, pp. 115, 672, il quale, nonostante le differenze tra le due grafie del cognome e tra le età registrate, pensa che si tratti della stessa persona. . Potrebbe essere proprio uno dei due l’autore del San Saba abate.

Gli anni giovanili e il viaggio a Macerata

Gli Stati delle Anime romani registrano le prime presenze di Giovanni Battista Brughi nell’area di Campo dei Fiori (al Cortile della Nave), dalla nascita fino al 1695. In seguito, tutta la famiglia si spostò nella parrocchia di San Luigi dei Francesi, presso Palazzo Accoramboni: rimasto celibe, lo ritroviamo qui dal 1696 al 1710 e dal 1721 al 1731. La casa fu sempre abitata dalla sorella Maria Elisabetta, mentre tra il 1711 e il 1720 egli aveva seguito i genitori quando essi si trasferirono nel palazzo di via della Pedacchia un tempo appartenuto a Pietro da Cortona.

Brughi si fece apprezzare per il suo talento già agli inizi del XVIII secolo, arrivando secondo nella prima classe di Pittura ai concorsi clementini dell’Accademia di San Luca del 1702 (ex aequo) e del 17034 De Marchi 1987, p. 316. . Il disegno a sanguigna della Strage degli innocenti, premiato nel 1702, è il suo primo lavoro databile con certezza (Fig. 1).

Fig. 1. Giovanni Battista Brughi, Strage degli Innocenti, 1702, Roma © Accademia Nazionale di San Luca, Gabinetto Disegni & Stampe, Inv. A126.

Il 10 maggio 1705 giunse a Macerata, come attestato indirettamente da una lettera scritta l’indomani al maestro Gaulli5 A un esame più attento la lettera risulta datata 11 maggio, e non 22 come riportato in Die Handzeichnungen 1976, vol. I, p. 136.. Non è noto se vi si fermò a lungo, né è chiaro quanto lavorò per privati e istituzioni del luogo in quell’occasione, ed eventualmente anche una volta rientrato a Roma. Non si può nemmeno escludere del tutto che abbia stretto un legame con la città tale da ritornarci e in ogni caso la sua produzione maceratese dovette essere tutt’altro che episodica6 Sui quadri maceratesi di Brughi cfr. Paci 1973, p. 103; Paci 1983, p. 12.. Va rilevato infine, come si vedrà meglio più avanti, che erano originari di Macerata due grandi estimatori di Giovanni Battista a Roma, gli ecclesiastici Giovan Mario Crescimbeni e Francesco de Vico7 Di recente il rapporto che l’artista ebbe con Macerata e con Crescimbeni e de Vico è stato riportato all’attenzione da Maria Barbara Guerrieri Borsoi nel suo intervento Artisti al servizio di Giovan Mario Crescimbeni, Custode generale d’Arcadia, tenutosi nella prima giornata del convegno “Favole e miti d’Arcadia. Cultura arcadica a Roma nel Settecento” (Spoleto, Biblioteca Giovanni Carandente, 4-5 ottobre 2025)..

Nel capoluogo marchigiano è ancora conservata una Annunciazione firmata «Gio. B. Brughi», originariamente nella cappella del duomo di San Giuliano di giuspatronato della famiglia Ulissi, e passata poi in sacrestia (Fig. 2).

Fig. 2. Giovanni Battista Brughi, Annunciazione, 1705?, Macerata, duomo di San Giuliano.

Risulta dispersa invece la pala d’altare commissionata nel 1705 dal marchese Ludovico Antonio Ricci per la cappella gentilizia nella chiesa di Sant’Agostino, che rappresentava il Salvatore sostenuto da due angeli. Stessa sorte toccò al «San Domenico, che ha in braccio il Bambino», che compare nel 1739 nella cappella di casa Baldinucci8 Per questi ultimi due dipinti cfr. Archivio di Stato di Macerata, Famiglia Ricci Petrocchini, vol. 50, c. 93v; Archivio Storico Diocesano di Macerata, XXV Famiglie Maceratesi, b. 356, Fam. Baldinucci, c. 17v. .

Sempre al 1705 risalgono i restauri e gli abbellimenti dell’altare maggiore e del soffitto della trasteverina chiesa di Santa Bonosa, ricordati da un’epigrafe che si trovava al suo interno. Nell’edificio si era stabilita da tempo l’Università dei Calzolai e per tale ragione alla prima titolare furono aggiunti i santi patroni della corporazione artigiana, Crispino e Crispiniano. Gli stessi furono rappresentati in gloria in un grande quadro di Brughi posto sul soffitto, donato dal calzolaio e componente dell’Università Giuseppe Tiboldi9 Carta 1980, pp. 43, 46, 49. . Se i lavori sul soffitto si svolsero nel giro di poco tempo, e comunque si sarebbero conclusi tutti nell’anno 1705 indicato dall’iscrizione, la tela sarebbe stata eseguita in una fase ancora giovanile del pittore, benché di lui non si conosca nessun altro dipinto pubblico romano realizzato con certezza prima del 1717. Ad ogni modo, il quadro risulta oggi disperso così come tutti gli altri arredi della chiesa, che fu demolita nel 1888.

Per una decina d’anni a partire dal 1705 non si hanno notizie sull’operato pittorico di Brughi, a meno che non si voglia identificare con lui il «Gio. spiritoso allievo del rinomato Bacicci» che, in un momento imprecisato precedente al 1707, ritoccò il Presepe affrescato da Baldassarre Peruzzi nell’omonima cappella della chiesa di San Rocco all’Augusteo. Gaulli, peraltro, nel corso della sua lunga carriera ebbe diversi allievi con un nome simile: oltre a Brughi, si contano almeno Giovanni Odazzi, Giovanni Enrico Vaymer (più noto come Enrico), Giovanni Maria delle Piane, i già incontrati Giovanni Battista Grassi e Tozzi e i due altri probabili aiutanti Gian Paolo Basetta e Giovanni Rumei (o Romini)10Posterla 1707, p. 460; Damigella, p. 490. Sugli allievi di Baciccio cfr. Petrucci 2009, pp. 106-116. .

I lavori a Santa Maria in Cosmedin

Dopo un lungo silenzio delle fonti sulla sua produzione Brughi riappare tra il 1714 e il 1715, quando disegnò la vignetta calcografica del frontespizio dell’Officio della Beata Vergine Maria incisa da Louis Gomier. Da lì a breve alcuni suoi dipinti vennero esposti tra i quadri «avventizi» nelle mostre che si svolgevano annualmente presso la chiesa di San Salvatore in Lauro. Ciò avvenne nel 1715 per un «quadro grande» di «S. Giovanni al deserto, figura intiera» e «tre quadri, di pastello, di mezza testa», di cui «uno colla Madonna e Putto, e gl’altri due con Teste de cherubini». L’anno successivo, invece, fu esibito «Un Sacrificio» in tela da imperatore11 De Marchi 1987, pp. 301, 313-314, 316, 328. .

Nella seconda metà degli anni Dieci Brughi poteva essere considerato un pittore stimato, tant’è che fu sempre più impegnato, in particolare, in opere pubbliche. Su iniziativa del cofondatore e poi Custode generale dell’Accademia dell’Arcadia, Giovan Mario Crescimbeni, ricevette diversi incarichi relativi alla basilica di Santa Maria in Cosmedin di cui il maceratese fu canonico e poi arciprete. Il primo impiego in tal senso fu, nel 1715, il disegno della venerata icona su tavola della Theotókos, inciso da Nicola Oddi per l’opera letteraria di Crescimbeni L’Istoria della basilica diaconale, collegiata e parrocchiale di Santa Maria in Cosmedin di Roma.

L’8 novembre 1716 Brughi presentò un disegno preparatorio per un quadro all’allora arciprete della basilica Francesco Antonio Battisti e ad alcuni canonici, compreso Crescimbeni, i quali approvarono il progetto e una relativa spesa di trenta scudi. La tela sarebbe stata destinata all’altare dedicato a San Carlo Borromeo, dove avrebbe trovato una nuova collocazione l’antica e miracolosa icona della Madonna delle Grazie che era stata trasportata in chiesa per volontà di papa Pio V. Il successivo 25 novembre l’artista ricevette formalmente la commissione del quadro, da consegnare entro quattro mesi, e che in effetti il 4 aprile 1717 risultava portato a termine12 Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi BAV), Archivio S. Maria in Cosmedin (d’ora in poi ASMC), I, 15, cc. 236r-238v; Ivi, IV, 5, cc. 34r, 35r, 36v; Crescimbeni 1719, pp. 66-67. Il 16 aprile 1717 a Giovanni Battista fu corrisposto il saldo finale di 14 scudi, che era stato preceduto da quattro acconti ricevuti tra l’1 dicembre 1716 e il 10 aprile 1717. . La pala, centinata e di grandi dimensioni, presentava un’iconografia piuttosto complessa e una particolarità: al centro era stata letteralmente «incassata» l’icona della Madonna delle Grazie, intorno alla quale Brughi aveva dipinto un gruppo di angeli che, simbolicamente, la portavano in volo verso la basilica di Santa Maria in Cosmedin; vi erano poi a sinistra papa Pio V in piedi e, accanto a lui, San Carlo in ginocchio e in atto di cedere il suo altare alla Vergine, a destra papa Niccolò I semi inginocchiato, ed entrambi i pontefici erano accompagnati dal clero.

Della pala brughiana esisteva anche un bozzetto, modello preliminare o seconda versione su scala minore a destinazione privata, da non confondere con il disegno preparatorio che fu fatto su carta: si tratta del «quadro di S. Pio V che è lo sbozzetto di quello che fece nella nostra chiesa Giovanni Battista Brughi pittore»13 ASR, Notai dell’AC, Uff. 9, vol. 5823, c. 319v; BAV, ASMC, XIII, 5, cc. 4r, 35r. , un quadretto in tela da mezza testa appartenuto a Crescimbeni e che alla sua morte passò al canonico di Santa Maria in Cosmedin Giuseppe Jacobini. Risultano perduti sia il bozzetto sia la stessa pala, che a metà del XIX secolo si trovava in pessimo stato di conservazione. Il sacello fu riconsacrato nel 1860 ed è intorno a quest’anno che deve essere stata realizzata e collocata al posto della vecchia pala d’altare la nuova, il San Giovanni Battista de Rossi tra i poveri di autore ignoto.

Il 23 dicembre 1717, con la consacrazione dell’altare dedicato alla Natività di Cristo, a Santa Maria in Cosmedin si concludevano i lavori per la riapertura della Confessione sotterranea che erano stati voluti e avviati da Crescimbeni. A quella data dovette essere pronta la decorazione del «concavo», poi perduta con i radicali lavori di restauro del 1899 che lo trasformarono nell’attuale abside: nei sei scomparti del cupolino Brughi aveva effigiato altrettanti ritratti di pontefici, disposti intorno allo Spirito Santo. È nello stesso periodo, inoltre, che avrebbe realizzato per Crescimbeni la copia di un’antica e piccola tavola della Natività, copia che il maceratese donò insieme ad altre suppellettili «per ornamento, e servizio della Confessione sotterranea». Nella cripta la riproduzione prese il posto dell’originale ed è molto probabile che, così come era accaduto per il prototipo, nel corso degli anni anch’essa subì seri danni a causa dell’umidità dell’ambiente ipogeo14 Sulle pitture della Confessione cfr. BAV, ASMC, IV, 5, c. 72v; Crescimbeni 1719, pp. 69-70, 75. .

Le altre pitture nelle chiese romane

Un’altra chiesa per la quale Brughi ebbe più occasioni lavorative è la basilica di San Giovanni a Porta Latina, dove tra luglio e ottobre 1717 venne rinnovata la sacrestia, affiancando a quella già esistente una seconda, poi benedetta nell’aprile 171815 Sui lavori di Brughi per questa basilica cfr. Crescimbeni 1719, pp. 241-242, 244, il quale descrive opere realizzate tutte dopo il 1716 (cfr. p. 239); Falcidia 1978, pp. 41-42. . Nel corso di questi mesi egli decorò il nuovo ambiente con nove medaglioni, opere a guazzo raffiguranti otto benefattori della basilica e il papa regnante Clemente XI, oggi non più visibili.

A fine giugno 1719 divenne abate della basilica monsignor Francesco de Vico, il quale si rivela essere un importante sostenitore dell’artista. Fu lui a commissionare a quest’ultimo il Martirio di san Giovanni Evangelista, originariamente in sacrestia e oggi nel convento attiguo alla basilica, dove giace in cattive condizioni di conservazione e ampiamente ridipinto (Fig. 3).

Fig. 3. Giovanni Battista Brughi, Martirio di san Giovanni Evangelista, 1718 ca., Roma, Collegio Missionario “A. Rosmini”.

Giovan Mario Crescimbeni descrisse dettagliatamente l’opera ritenendola la più bella fatta fino a quel momento da quello che egli definisce «giovane dipintore di molta espettazione».

Nel 1719 Brughi fu impiegato nella decorazione dell’interno dal cardinale titolare della basilica, Pietro Marcellino Corradini: nell’ultima cappella a sinistra realizzò «rabeschi a guazzo d’ottima simmetria» e, alle pareti laterali, affrescò due grandi ovati con miracoli di sant’Antonio di Padova, quelli del bambino resuscitato e della liberazione di un indemoniato, «espressi con mezze figure al naturale». Le pitture, sfortunatamente, sono andate perdute con i restauri dell’edificio del 1940-1941.

Nel 1719 sarebbero cominciati importanti lavori nella chiesa di Sant’Angelo in Pescheria e in tale occasione furono rinnovate alcune icone. Come emerge da documentazione databile al medesimo anno, furono il cardinale Antonio Felice Zondadari, visitatore apostolico, e monsignor de Vico ad affidare a Brughi la realizzazione della pala della Santissima Trinità con i santi Paolo e Lorenzo (Fig. 4), per un compenso totale di trenta scudi16 AAV, SCVA, b. 100, fasc. 3, cc. 85r, 109r. L’artista deve essersi messo all’opera dopo il 9 dicembre 1718, quando furono emanati i decreti relativi alla sistemazione dell’apparato decorativo interno della chiesa, cfr. BAV, Sant’Angelo in Pescheria, II, 8, c. 186v; Salvagni 2000, pp. 163-164. .

Fig. 4. Giovanni Battista Brughi, Trinità con i santi Paolo e Lorenzo, 1719, Roma, chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, su concessione del Ministero della Cultura – Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma.

La stessa quietanza con cui l’artista dichiarava di aver portato a termine l’incarico e di aver riscosso l’acconto di quindici scudi, nel descrivere il soggetto come «S.ma Trinita con il S. Pavolo e S. Lorenzo» smentisce una volta per tutte quanti finora hanno scambiato l’apostolo Paolo con San Ciro.

Tra il 1721 e il 1722 Brughi eseguì uno dei due ovati laterali della cappella di San Michele Arcangelo nella chiesa di San Francesco di Paola, per il quale gli furono corrisposti dieci scudi: si tratta chiaramente di quello raffigurante San Michele Arcangelo che consegna lo stemma dell’Ordine dei Minimi a san Francesco di Paola, per le analogie con la figura di san Lorenzo nella pala d’altare della chiesa di Sant’Angelo in Pescheria, ed è il suo ultimo dipinto pubblico databile con certezza (Fig. 5)17 Valeriani 1993, pp. 61-63, 65. .

Fig. 5. Giovanni Battista Brughi, San Michele Arcangelo che consegna lo stemma dell’Ordine dei Minimi a san Francesco di Paola, 1721-1722, Roma, chiesa di San Francesco di Paola.

In una data imprecisata, antecedente al 1723, il pittore aveva «abbellita d’architetture di chiaroscuri» la Confessione, detta di San Giovanni Evangelista, posta sotto l’altare papale nella Basilica di San Giovanni in Laterano18 Sui lavori di Brughi per la Basilica Lateranense cfr. AAV, SCVA, b. 98, fasc. 11, c. 2v; Stato della SS. Chiesa papale Lateranense 1723, p. 120; Gnisci 1991, p. 1042. . Tale tipologia di decorazione, unita alla tecnica a guazzo, ricorda quanto egli aveva fatto in precedenza all’interno della basilica di San Giovanni a Porta Latina. Tra i «rabeschi» Brughi aveva raffigurato le statue dei quattro evangelisti e alcuni ovati con mezze figure di santi, ma l’intero ciclo di pitture, che già subirono danni a causa dell’umidità, è andato perduto nel 1853 con l’ampliamento della Confessione. Per lo stesso ambiente, inoltre, egli aveva rifatto l’antica pala d’altare guastatasi anch’essa nel corso del tempo e rappresentante L’apparizione del Salvatore durante la consacrazione di papa Silvestro I della chiesa lateranense.

I dipinti a soggetto profano e in collezioni private

Nell’aprile 1721 Benedetto Pasqualoni, convittore al Collegio Nazareno e membro dell’Accademia degli Incolti, corrispose a Brughi venti scudi per la sua «impresa accademica». La tela, Sileno ebbro e provocato da due pastori e una ninfa (Fig. 6), è ancora conservata presso il Collegio e fu ritoccata, forse dallo stesso Brughi nel successivo autunno, per cancellare il nome del committente.

Fig. 6. Giovanni Battista Brughi, Sileno ebbro e provocato da due pastori e una ninfa, 1721, Roma, Collegio Nazareno.

Essa presenta analogie stilistico-iconografiche con il Sacrificio di Noè (Fototeca Zeri, inv. 106675), passato nel 1978 sul mercanto antiquario romano (Fig. 7).

Fig. 7. Giovanni Battista Brughi, Sacrificio di Noè, secondo o terzo decennio del XVIII sec., ubicazione ignota.

Di altre opere romane presenti in collezioni private, la cui esistenza è nota solo grazie alle citazioni inventariali, si può menzionare quanto meno il «Quadretto di S. Agnese» posseduto da Giulio Gaulli, figlio di Baciccio19 Su questi ultimi quadri cfr. Petrucci 2009, pp. 115; Cuppone 2026. Un Sacrificio di Noè è elencato nell’inventario post mortem di Brughi: ASR, TNC, Uff. 37, vol. 322, c. 562r. .

A Siena giunsero da Roma ben otto tele di Brughi, tutte commissionate o comunque appartenute a Ludovico Sergardi20 Sui quadri (e un disegno) di Brughi legati a una committenza Sergardi cfr. Getty Provenance Index, Archival Inventories I-470, Items 0023, 0032, 0092, I-471, Items 0011, 0012, I-969, Items 0055, 0116, 0124; Simonato 2005, pp. 37-38, 45, 49, 52, 61. La metà di esse doveva celebrare e conservare memoria presso la famiglia delle imprese da lui promosse come segretario della Reverenda Fabbrica di San Pietro. In collezione privata romana si conservano ancora oggi «La statua equestre di Carlo Magno scolpita dal Cornacchini» e «La veduta della Piazza, e Chiesa di S. Pietro di Roma» (Figg. 8, 9).

Figg. 8, 9. Giovanni Battista Brughi, Statua equestre di Carlo Magno, 1725, Veduta della piazza e della Basilica di San Pietro, 1725-1726, Roma, collezione privata.

Il primo sarebbe stato spedito l’11 agosto 1725 a Firenze, poiché il granduca aveva manifestato curiosità di vederlo, prima di giungere a Siena in casa di Curzio Sergardi, nipote del committente. La scultura di Agostino Cornacchini era stata scoperta al pubblico nel precedente mese di marzo e figura, delineata da Brughi e incisa da Gennaro Guttierrez, nell’antiporta della Relazione della statua equestre di Carlo Magno che Ludovico pubblicò anonima sotto la data del 1725. Il segretario della Fabbrica petrina, inoltre, svolse un ruolo rilevante nella sistemazione della piazza vaticana, la cui selciatura andava a essere completata alla fine dello stesso anno giubilare. È per tale ragione che ordinò il secondo quadro, per accompagnare l’altro già inviato al nipote Curzio, secondo le intenzioni da lui stesso espresse in lettere del 3, 10 e 17 novembre inviate agli amici senesi Alessandro Marsili e Giulio Del Taja.

Dei quadri appartenuti a Ludovico e poi ereditati dall’abate Lattanzio, suo nipote, restano irrintracciabili le quattro «copie de Carracci fatte da Brughi». I due «bozzetti» citati dagli inventari corrispondono invece alle «pile dell’acqua santa» cui Sergardi accenna il 17 novembre 1725, come quadri che avrebbe fatto realizzare «facilmente», in una lettera inviata a Del Taja. Le due tele, di formato orizzontale e impostate su una gamma cromatica estremamente ridotta, rappresentano in effetti le acquasantiere della Basilica di San Pietro e sono oggi in collezione privata fiorentina.

Intanto, poco tempo prima del 26 maggio 1725, Ludovico aveva spedito a Del Taja un quadro di Brughi rappresentante San Bernardino. Negli stessi giorni fece realizzare all’artista un disegno con il ritratto del poeta Bernardino Perfetti, fresco di incoronazione in Campidoglio (avvenuta il 13 maggio), disegno dal quale Gaspare Massi ricavò un’incisione.

«più musaicista che pittore», disegnatore e incisore

Prolifica fu la produzione grafica dell’artista, il quale, come ricorda Carlo Giuseppe Ratti, «ha lasciato alcuni suoi disegnetti alle stampe di gusto non dispregevole, incisi da diversi Intagliatori». Meno nota è l’attività incisoria di Brughi, attestata quanto meno da un reniano Cristo coronato di spine e da una rara acquaforte della quale è sua anche l’invenzione, Sacra Famiglia con sant’Anna e san Giovanni Battista bambino, che è appena entrata in collezione privata romana (Fig. 10).

Fig. 10. Giovanni Battista Brughi, Sacra Famiglia con sant’Anna e san Giovanni Battista bambino, primo o secondo decennio del XVIII sec., Roma, collezione privata.

Negli ultimi anni di vita Giovanni Battista si dedicò intensamente all’arte musiva, tanto da essere stato definito da Luigi Lanzi «più musaicista che pittore». In Sant’Andrea al Quirinale, su disegno di Giovanni Odazzi, aveva lavorato al sepolcro terragno dei cardinali Giulio e Giovan Battista Spinola, iniziato dopo marzo 1719, quando morì quest’ultimo, e ancora in corso di esecuzione nell’anno successivo. Le altre sue imprese note furono tutte nella Cappella Battesimale in San Pietro in Vaticano, negli anni in cui Pietro Paolo Cristofari dirigeva i mosaicisti della Basilica. A partire dal dicembre 1724, da cartoni e modelli di altri autori, Brughi eseguì: il pennacchio con la personificazione dell’Asia; il Battesimo dei santi Processo e Martiniano, su cui intervenne successivamente Cristofari; San Pietro che battezza il centurione Cornelio e il Battesimo di Cristo, lasciati incompiuti alla sua morte e terminati dallo stesso Cristofari21 Sui mosaici realizzati nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale e nella Basilica vaticana cfr. Crescimbeni 1720, p. 199; DiFederico 1983, pp. 71-72, 74, 79. .

Il cavalierato e la morte a Napoli

I meriti artistici e il rapporto personale instaurato con monsignor Francesco de Vico valsero a Brughi la nomina, da parte del prelato, a cavaliere dell’Ordine dello Sperone d’oro. L’«Eques Brughi», così come comincia a firmarsi in alcune stampe a partire dal 1727, appare ancora presente a Roma tra il 18 e il 20 marzo 1731, quando ricevette 400 scudi per il mosaico del Battesimo di Cristo. L’ennesima, ultima notizia fuorviante su di lui riguarda il decesso, sul quale il biografo Ratti scrisse: «Morì il Brughi assai vecchio, e credo in Roma, circa l’anno 1730, e in S. Martino ebbe sepoltura». Solo di recente si è compreso che scomparve a Napoli, poco prima del 22 giugno 1731, e che si era ammalato di tisi. Il ritrovamento dell’atto di morte consente ora di precisare che si spense l’1 giugno 1731 e fu sepolto nella Cattedrale partenopea22Archivio della Reverenda Fabbrica di San Pietro, Arm. 43, C, 72, cc. nn.; Ivi, 412, p. 502; Archivio Storico Diocesano di Napoli, Parrocchia di Santa Maria Assunta (Cattedrale), Morti, vol. V, c. 87r; Dorati da Empoli 2008, p. 83. .

La sorella Maria Elisabetta divenne erede universale dei suoi beni, descritti negli inventari dei successivi 23 luglio e 9 agosto. In entrambi gli elenchi figurano diverse pitture delle quali non è mai specificato l’autore ma che probabilmente, almeno per la gran parte di esse, fu lo stesso Giovanni Battista. Sono riconoscibili, in effetti, diversi soggetti legati alla sua produzione nota, mentre desta particolare interesse il bozzetto per un’opera nella quale comparivano i santi Giovanni Battista ed Evangelista, forse una pala d’altare che non si sa se fu mai realizzata23 ASR, TNC, Uff. 37, vol. 322, cc. 458r-461v, 467r-468r, 543r-546v, 562r-564v (in part. 460r). Alcuni dei dipinti elencati erano ancora posseduti dalla sorella quando ella morì, cfr. l’inventario del 22 maggio 1749: ASR, TNC, Uff. 37, vol. 376, cc. 150r-156v, 167r-172v. . Tra gli indumenti personali, invece, non si ritrova nulla che possa confermare quel soprannome di «Abate» affibbiatogli, secondo Carlo Giuseppe Ratti, per la consuetudine di indossare abiti chiericali: probabilmente uno dei tanti equivoci tramandati dai biografi, che hanno reso finora più complicato mettere a fuoco la figura e l’opera del «cavalier Brughi».

BIBLIOGRAFIA

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L.A. Lanzi, Storia pittorica della Italia. Dal risorgimento delle Belle Arti fin presso al fine del XVIII Secolo, III ed., 6 vols, Bassano 1809.

Paci 1973
L. Paci, L’arte, in Storia di Macerata, a cura di A. Adversi, D. Cecchi, L. Paci, 3 vols, Macerata 1971-1977, III, 1973, pp. 1-160.

Paci 1983
L. Paci, La famiglia Ricci, in Palazzo Ricci a Macerata, Macerata 1983, pp. 7-19.

Petrucci 2009
F. Petrucci, Baciccio. Giovan Battista Gaulli (1639 – 1709), Roma 2009.

Posterla 1707
F. Posterla, Roma sacra, e moderna, Roma 1707.

Ratti 1769
C.G. Ratti, Delle vite de’ pittori, scultori, ed architetti genovesi, 2 vols, Genova 1768-1769, II, 1769.

Salvagni 2000
I. Salvagni, Da ‘tempio’, a ‘portico’, a propileo: le soluzioni del conflitto con l’‘antico’ nella chiesa di Sant’Angelo in Pescaria nel Portico d’Ottavia, in “Archivio della Società romana di storia patria”, 123, 2000, pp. 133-167.

Simonato 2005
L. Simonato, Ludovico Sergardi, Agostino Cornacchini e la statua del ‘Carlo Magno’, in “Prospettiva”, 119-120, 2005, pp. 23-63.

Stato della SS. Chiesa papale Lateranense 1723
Stato della SS. Chiesa papale Lateranense Nell’Anno MDCCXXIII, Roma 1723.

Valeriani 1993
A. Valeriani, Le decorazioni in stucco di primo Settecento in San Francesco di Paola a Roma e l’attività degli stuccatori Carlo e Pietro Porciani, in “Bollettino d’arte”, 82, 1993, pp. 49-66.

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